giovedì 6 ottobre 2016

Narrativa in pillole: "Cercando il silenzio"

CERCANDO IL SILENZIO
by Carlo Lock



Una scolaresca di marmocchi delle elementari a passo pesante e disordinato invade il tram come banditi all'assalto. Tutti poi alla ricerca di un posto libero. Azzannarsi, assalirsi, sopraffarsi, spingersi per un posto libero. L'educazione e l'istinto alla competizione si fanno vivi e presenti già a sette-otto anni, come a significare che chi rimane in piedi è uno scemo del villaggio.

Ma non se ne può più di questo chiasso fragoroso, una signora anziana cade quasi per terra.
Dov'è la maestra?
E' là, è una vestita alla maniera alternativa, di quelle con i monili fatti a mano, la maxigonna.
Un signore protesta: "ma dico, lei non sa far ottenere il silenzio!!!"
Basta, c'è bisogno un po' di silenzio. Non può mancare mai il signore reazionario sul tram, quello che magari recita quella parte, ma poi, si chiude a chiave in casa e si fuma spinelli o cerca di entrare senza successo in qualche sito web pedofilo. Oppure tiene alta la televisione fino a tardi.
Però basterebbe cavare di tasca un revolver, il signore ha un revolver con sé, per legittima difesa, per difendersi contro tutti questi stranieri imperanti o contro le baby gang.
Via!!!BANG! BANG!!!!!  TA-TA-TA-TA!!!
Baby-BANG!!! Baby-BANG!
Giù come birilli, i bambini, la maestra. Sangue e fumo, carne e polvere.
Mario Capanna ha fatto dei danni indicibili, se una maestra non riesce a ottenere il silenzio su un tram.
Ancora qualche grido che resisteva in sottofondo, un brulicare sonoro leggermente fastidioso, l'ambiente era ancora da purificare...non c'era ancora silenzio assoluto.
L'autista ferma il tram.Pochi i passi, oltre la cabina. Inciampa e prima che cada è travolto da una scarica di proiettili, sul petto, nel cervello.
Ora finalmente c'è silenzio. Oh, beato silenzio. Il tram è fermo in mezzo alla strada, schizzato di sangue.
Le munizioni sono finite. Tutt'intorno odore di cadaveri caldi, sguardi vitrei persi nel vuoto.
E adesso, che fare? Mah sì...sfondare la porta e uscire, correre nel traffico, magari anche con il rischio di farsi ammazzare. 
Le sirene, già si sentono le sirene.
"E' un'attentato. E' uno dell' Isis!!!" 
Correre nel traffico. Il signore si sbarazza della pistola, fa il gesto dell'ombrello a tutti e la lancia via. La pistola cade qualche metro più avanti con un tonfo metallico. Un altro uomo la afferra. Nessuno può sapere che è il solito leghista con la fissa della legittima difesa.
"Vuole spararmi?"
"Perché no? Questa è legittima difesa...lei è un pazzo!"
Fine.
BANG!
Silenzio al quadrato. Silenzio d'oltretomba, da cui non può arrivare la risposta di quell'uomo. Era davvero un pazzo?



lunedì 18 luglio 2016

Morelli e l'anti-psicanalisi

Finalmente uno psicoterapeuta che afferma che è deleterio elaborare e ricordare, verbi che ci riconducono ai percorsi di decifrazione dell'inconscio freudiano. Lui è Raffaele Morelli, noto per aver scritto moltissimi libri, uno tra i quali, quello oggetto di questo post: Nessuna ferita è per sempre.
Già il titolo promette positività e sicurezza. Ma qual è il segreto per non permettere a una ferita di rimanere per sempre? Ecco, forse quello di non pensare al passato, anzi, di lasciarlo fluire questo passato...Si andrà poi a scoprire che il senso di colpa e l'indecisione dipendono unicamente dall'obbedienza a un'identità, l'identità della fissità a un ruolo che ovviamente non è nostro, ma altrui.
Per cui non occorre vivere nel tormento di un'identità non nostra, occorre invece cercare la nostra identità, ma quella vera, che riposa in noi e non vediamo (o facciamo finta di non vedere). Il dolore ci dice sempre qualcosa, ci dice quello che siamo. Siamo dei vigliacchi?? Ebbene sì, accettiamolo senza inganno, senza colpa.A impedirci di risolvere i problemi sono i sentito dire, i personaggi e le maschere che ci siamo inventati. Dobbiamo ricostruirci.
In questo senso il socratico "conosci te stesso" non ha assolutamente valore per Morelli. Non potremmo mai conoscerci in una volta sola.
Il titolo di un suo capitolo è indicativo: "L'insicurezza ci salverà". Dobbiamo imparare ad accogliere il nulla dentro di noi per farlo germogliare in qualcosa.
Questo germogliare non cresce attraverso il ragionamento, cresce attraverso impressioni iconiche. E' l'immagine che placa i dolori, non è il pensare una soluzione per uscirne. Un' immagine familiare, d'infanzia, un feticcio, il frammento di un ricordo che è sepolto lì e ogni tanto fa capolino, ci desta, ci attira a sé e quando lo afferriamo ci sentiamo anche rinascere magari!
Ecco, il valore del sogno e dell'evasione della realtà, è un aspetto non contemplato dalla psicanalisi tradizionale. Questo maledetto principio di realtà a cui ci ha abituato Freud!!!
Credo di avervi raccontato più o meno l'essenza di questa opera, che capirete meglio leggendola, anche attraverso gli esempi dei casi clinici.

martedì 21 giugno 2016

Baby sitter e puttane

Le puttane sono finte amanti che divengono "come se" fossero vere dietro compenso.
Le baby-sitter sono finte madri, finte sorelle maggiori che divengono "come se" fossero vere dietro compenso.
Da un lato c'è una finzione che si assume la responsabilità del vero, esclusivamente per lavoro; dall'altro lato, ma al centro, c'è un essere umano che cerca attenzioni, accudimento, piacere, affetto o un tempo libero migliore di quello che può al limite essere in solitudine.
Baby sitter e puttane condividono la tragicità della solitudine e del danaro, i cancri della società occidentale.

domenica 19 giugno 2016

La meccanica delle emozioni

Lo slogan pubblicitario dell' Alfa Romeo recita: la meccanica delle emozioni. Devo dire che come slogan è abbastanza aderente a ciò che la guida di un' Alfa promette: emozioni che variano dal divertimento, al sentirsi a proprio agio, fino a un turbine di adrenalina. Con l'uscita della Nuova Giulia l'adrenalina sembra essere tornata protagonista dopo anni.
Essere alfisti non vuol dire essere amanti di un marchio, vuol dire avere una filosofia, essere veri e proprio "alfieri" dell' Alfa.
E quando parliamo di Alfa ci riferiamo a motori costruiti in precedenza all'omologazione Fiat, che ha rovinato ogni cosa: Giulia in tutte le versioni, Duetto, Alfetta, Alfa 75, Alfa 33, le migliori rappresentanti del parco macchine del Biscione.
Guidare una vecchia Alfa Romeo non finisce più per essere una questione di utilità, un po' come sarebbe andare a cavallo: insomma il cavallo non è più un mezzo di trasporto, ma addirittura è anche una pet-therapy.
Quindi guidare un' Alfa è una seconda pelle, una proiezione di un modo di essere, un acquisire una sicurezza, che ogni guidatore costruisce in base alla propria esperienza. 
Per me una Giulietta, un' Alfa 33, una Giulia sono macchine che coniugano l'impeccabile eleganza di una classe medio-alta, con la semplicità e la manualità di una macchina sportiva, alla portata di chiunque. Una Volvo, una Fiat, una Mercedes hanno buoni motori, ma non sono rampanti. Il rampantismo Alfa è tipico di chi vuole sentirsi un "duro" in macchina. Attenzione però, non un tamarro...direi un ceffo in giacca e cravatta.
Lasciamo ai tamarri di periferia macchine quali Uno Turbo, Clio, Megane, Fiesta, Hyundai o al limite quell'orrore che si chiama Lancia Delta (nuovo design!!!).
La macchina Alfa di ieri raccoglie e raccoglieva duri o ceffi in giacca e cravatta, poliziotti in borghese, oppure liberi professionisti fighi ma che non si danno arie, senza giacca e cravatta stavolta; trentenni anticonformisti.
Ed è anche il motore, il vecchio motore dell' Alfa (il motore Alfetta o il boxer) a essere musica per le orecchie degli intenditori. Quella musica che fa stare bene al volante e che dà appunto quelle emozioni da duro, ma educato, quella voglia di dare gas e sgommare per qualche metro, ma poi ritornare tranquillo. Non a caso perché le Alfa in dotazione delle forze dell'ordine, le hanno sempre chiamate "pantere" o "gazzelle"? Per la loro eleganza e compostezza, pronte a mutarsi in qualcosa di aggressivo e trabordante, pur rimanendo sempre auto "addomesticate" e sicure, come un gatto. Il motore di una 75 fatto andare ai massimi giri fa paura, lo senti dentro, forse come quello di una Ferrari.
Ecco, c'è anche questo sottile fascino ambiguo con la paura quando si guida un' Alfa. Anche i passeggeri avvertono questo fascino: tutto va per il meglio, si viaggia tranquilli, a un certo punto tra la seconda e la terza, ecco un sorpasso, uno scatto felino, un rettilineo impegnato ad alta velocità, lo stomaco che schizza su, il chiedersi poi se si è tutti interi.
Niente paura, l' Alfa ha una meravigliosa tenuta di strada, anche se il cambio gratta un po'....
Buon viaggio e buona visione con questi filmati che descrivono un po' il dinamismo e i timbri motoristici Alfa!!




mercoledì 15 giugno 2016

Pooh: passato, presente e futuro

I Pooh....Da piccolo avevo inventato questo gioco di parole così: "pooh....ttah...nah" (puttana!!!)
Ecco, da piccolo, questo è il punto...I Pooh sono la storia personale e collettiva di molta gente, radunano insieme più generazioni.Amatissimi o disprezzatissimi dagli snob musicofili e dagli snob intellettuali. Ma la realtà è questa: i Pooh sono insieme da 50 anni e il tour che stanno portando avanti dimostra questo ambizioso arrivo.
Da sempre si sono sempre distinti per due caratteristiche: quella di non avere il lead vocal unico e quella di suonare i pezzi ai concerti sempre con gli stessi arrangiamenti delle versioni originali.

Sono ragazzi anzianotti uniti insieme. Si può essere "amici per sempre"? Ecco, rispondete. Difficile rispondere, vero?
Difficile dire anche se i Pooh continueranno a suonare, se questo tour di addio sia un bluff oppure è un reale addio. Nei due concerti a Milano San Siro si sono dimostrati impeccabili, Facchinetti in perfetta forma vocale, voce in grazia di Dio considerata l'età e l'umidità milanese, considerato che in TV dal vivo ogni volta qualche steccata  ahimé la fa!!!

I ricordi legati alle canzoni dei Pooh sono però tantissimi...ciascuno scriva i suoi nei commenti, se vuole, ricordi magari legati all'infanzia o all'amore.  
Mettiamo in fila i ricordi:

1) Quella sera di inizio estate che a 7 anni guardavo il cielo che imbruniva dal balcone di casa mia,  le rondini che frinivano, mentre nella mia testa girava questo ritornello e questo testo indimenticabili: "Se il mondo assomiglia a te, non siamo in pericolo". E nel cuore una delle mie baby-sitter....

2) Quella mattina di inizio autunno dell' 81 quando vidi il videoclip in tv di "Chi fermerà la musica" con Roby Facchinetti in funivia.

3) Quella giornata in gita sul lago di Como con la mia ragazza che canticchiavo in continuazione "Giulia si sposa", ma io non volevo sposarla!!!

4) Quelle sere, troppe sere, sempre al tramonto, durante gli ultimi di scuola, in cui mettevo sul mio giradischi "Anni senza fiato" e pensavo alla prima persona di cui mi ero innamorato, senza neanche averci parlato, Sabrina, di 14 anni. Lei sarebbe partita per le scuole superiori l'anno dopo, io ancora in seconda media. L'avrei persa, forse per sempre. L'unica persona per cui ho davvero pianto per amore, un pianto isterico, da solo, mentre i Pooh mi facevano compagnia. "Io non dormo quasi mai, ho fatto un sogno che...mi ha messo in allegria".

5) Tutte volte che ho pronunciato da piccolo: "Stefano D'Orazio il cane dello spazio"

5) Tutte le volte che ho ascoltato "Uomini soli" con una leggera tristezza, perché io sono uno di quegli uomini che loro descrivono, in particolare "in un mondo falso, sono un uomo vero".

6) Quel Natale del' 90 quando aprii un pacchetto, c'era "Asia non Asia". La prima canzone era "Un posto come te", prima giro di tastiere, cazzo me la ricordo!!! Mi si è aperto un mondo!

7) Quel Natale del '94 quando regalai a mia mamma il cd "Musica dentro".

8) Quei momenti in cui pensavo ad Alessandra quando tornavo da scuola, tutte le volte che ascoltavo "Un posto come te". "Negli ombrelli della pioggia di settembre, penso a te, che mi fai bene"

9) Tutte le volte che mi sono messo a imparare una canzone alla chitarra dei Pooh e ho rinunciato....non posso competere con Dodi Battaglia.

10) Tutte le volte che ho sempre letto gli insulti ai Pooh e li ho difesi, anche se non rappresentano l'immagine rock e trasgressiva che amo di più.

Questo era il passato...Il presente è stato il concerto a San Siro......il futuro lo scriveremo noi anche senza di loro.


   

giovedì 9 giugno 2016

I vitelloni e Godot

Maurizio Porro, presentando in un extra dvd il film I vitelloni, mi ha illuminato nominando il Godot di Beckett . Questi vitelloni aspettano qualcosa che non arriva, come un "aspettando Godot".
Ecco, forse il senso dell'esistenza di molti è aspettare Godot e andare diretti incontro alla morte, con allegria e consapevolezza.
In fondo nessuno pensa che forse anche il semplice atto di aspettare sia un puro scopo in se stesso e che dà sicurezza. Aspettare un lavoro, una fidanzata, una moglie, aspettare l'utopia inarrivabile. Ed è bello aspettare.
C'è un tempo di attesa umano, orizzontale. Ma poi sappiamo da noi quando questa cronometria cessa di essere valida, lo sappiamo. E allora diciamo "ormai".
Eppure Godot allunga i tempi oltre il pensabile, l'accettabile, il misurabile. "C'è speranza per tutti", qualcuno direbbe. Ma in realtà sperare in qualcosa, non è aspettare che questo qualcosa arrivi, se ci pensate. La speranza è figlia della pusillanimità, dell'incertezza. 
Aspettare Godot vuol dire la certezza dell'attesa. Sappiamo già di attendere forse a vuoto.
E così si possono distinguere due scuole di pensiero: quella che sostiene che il lavoro chiunque lo possa trovare e in qualunque momento, basta darsi da fare con il monito colpevolizzante a chi dà fare non se lo dà; e quella che sostiene la crisi, la difficoltà, la fantomatica e illusoria possibilità della vita che non arriva. Ecco chi aspetta Godot, sa perfettamente che il lavoro arriverà non per mano sua, che piomberà dal cielo (tanto per fare un esempio).
Cerchiamo di diffondere la filosofia del "piovere" e delle "nuvole". Alluvioniamo il mondo e distruggiamolo con l'inazione. 
Eccovi una versione più scoppiettante dell'originale di Aspettando Godot, di Lolli, del '72 


mercoledì 8 giugno 2016

Detesto Rossellini

Ho sempre detestato il regista Roberto Rossellini e la sua filosofia neorealista. Trattasi di uno di quei casi di pregiudizio confermati anche dopo l'esperienza empirica della visione dei suoi film (una visione abbastanza tormentata e affaticata).
Quindi, mi spiace, non sono di quelli che detesta Rossellini perché non lo capisce o non lo conosce. 
Anzi, quasi come fossi un bestemmiatore del sacro, godo a non capirlo volutamente e a violarlo, a impartire e a imporre ai suoi film codici, intenti, linguaggi, aspettative che non li riguardano.
Mi piace mettere il sacrosanto rispetto della rappresentazione del dolore e della guerra, del realismo, in fila insieme all'avanspettacolo, al fantastico, la semplicità all'iperbole.
Mi piace forzare Rossellini...una forzatura inutile, insulsa, accusarlo di non saper fare cinema e di non utilizzare i teatri di posa in un momento in cui questi erano distrutti e inutilizzabili.
Il cinema non può essere conoscitivo, deve scartare la realtà, non piombarci dentro e agganciarsi ad essa. La realtà non è mai bella, né perfetta. Perché la dobbiamo incontrare anche al cinema?
E si può comunque dire qualcosa di serio, di filosofico, con metafore e con ironia, impiegando assolutamente storie di fantasia, iscritte nella tela di un racconto a tavolino.
Il racconto, il nesso logico, ciò che detestava Rossellini neorealista!!!!
Il suo cinema è serio e impegnato, è serio quanto andare a Messa, è quasi sacro. Per vedere un film di Rossellini bisogna predisporsi anticipatamente, vivere uno stato di raccoglimento, volto a celebrare la memoria della storia. Rossellini ha vissuto e finito il suo senso di esistere negli immediati anni del dopoguerra. Oggi è oggetto di studio incontrastato per un dovere didattico e pedagogico, come capita a tutti i grandi classici, da cui non si può prescindere.
Odiare Rossellini è come uccidere l' Edipo del cinema. E a me piace farlo.


giovedì 17 marzo 2016

I ricordi per me

Amo ricordare...passo la vita a ricordare, anche quando sono solo. I miei ricordi sono i miei hobby.
Vorrei trasformare i ricordi in oggetti di carne palpabile, vivi. Vorrei che dalla mia testa queste impressioni si materializzassero, che mi circondassero. Solo con l'ipnosi forse si può rivivere il passato, la vita non può essere videoregistrata.
E allora vaffanculo al futuro!!! "Guadare avanti" qualche volta non fa parte del mio vocabolario. 
E vorrei che anche altre persone mi aiutassero in questa forsennata corsa verso il mio passato, questa operazione archeologica quotidiana.
"Che cosa facevi il 23 marzo del 1979?"
"Che giorno era quando hai fatto l'amore per la prima volta?"
"A che cinema sei andato a vedere quel film?"
"Com'era il tuo guardaroba dell'inverno 1985?"

In realtà non è impossibile rispondere a queste domande. Un uomo adulto che ha vissuto intensamente il proprio passato potrebbe rispondere, avendo dei punti di riferimento, è chiaro. Poi con l'aiuto dei quotidiani è possibile una ricostruzione tutto sommato approssimativa, ma più puntuale di un tanto vago "forse era così", oppure "chi si ricorda?".
Il "chi si ricorda" è la tipica affermazione salvifica della colpa, affermazione disimpegnata che elude e dimentica volontariamente, quasi con godimento e soddisfazione. 
La colpa è di chi domanda, non di chi non si ricorda (solitamente). Ma questo paradigma andrebbe rovesciato. In realtà chi non si ricorda dovrebbe spendere il proprio tempo per fare delle ricerche.
Chi non ha capito il senso di questo post e difende il "chi si ricorda" può pure smettere di leggere. Anche da un punto di vista così estremo, è il senso della storia che va recuperato o comunque il piacere di soffermarsi a riflettere. Riflettere dovrebbe essere l'imperativo moderno. "Dovrebbe", appunto al condizionale e molti dovrebbero avere capito il perché.

Alla lettrice Emanuela

Ringrazio Emanuela per il suo commento al post "Il corteggiamento retorico". Mi scuso a tal proposito perché per sbaglio ho eliminato il suo commento, anziché approvarlo. Il testo diceva più o meno che "tal corteggiamento fosse seriale e che forse si cerca più originalità".
La cancellazione è stata una svista...Mi auguro che lei possa leggere questo post di scuse. E se la svista fosse una specie di rimozione freudiana?
Può darsi...di strappare un sorriso e e di cercare originalità attualmente non me ne frega un cazzo. Ma ciò non toglie che non amo mai e poi mai sopprimere la libera parola a qualcuno. E' per questo che ho deciso di pubblicare questo post in onore di Emanuela.
Ciao Emanuela e spero che tu possa riscrivere il tuo commento...stavolta lo approverò!

martedì 1 marzo 2016

I "fan" atici

I "fan" ovvero i fanatici dei VIP ho scoperto che non mi piacciono. Mi fanno paura con quelle bandiere, quei cori di stadio, i km macinati per andare a vedere lo stesso concerto almeno dieci volte in un' estate, sono evocatori dell'esagerazione e della stupidità.
E' giusto essere fanatici, ma non di Biagio Antonacci o di chicchessia. Il fanatismo per i comuni mortali innesca una lotta, i fan difendono i loro artisti come una tigre difende un cucciolo appena nato. E allora è così che ci si può scontrare, ci si scontra con la follia, che non è spacciata come "follia" vera (magari lo fosse), è una follia addomesticata, innocua, lo sfogo borghese delle frustrazioni. Frustrazioni che portano a una follia ben peggiore della vera follia schizofrenica.
Forse la vera ragione contro la follia è maltrattare i VIP sputargli addosso, in pieno spirito punk.

lunedì 15 febbraio 2016

Sanremo 2016:i vittoriosi Stadio

La notte del 13 febbraio la band degli Stadio è stata proclamata vincitrice dell'edizione 66esima di Sanremo, dopo aver avuto anche un premio per la miglior cover cantata giovedì sera (La sera dei miracoli, di Lucio Dalla, n.d.r).
La notte del 15 febbraio 1986 (trent'anni fa esatti) gli Stadio si classificavano ultimi con Canzoni alla radio. Due anni prima ci avevano già tentato con Allo stadio: ultimi!!!
Negli anni'80 era chiaro, gli Stadio non erano un gruppo musicale apprezzato a Sanremo. Non essere apprezzati dal festival di quei tempi significava soltanto una cosa: non cantare come Christian, Toto Cutugno o Albano & Romina. Canzoni o interpreti sperimentali, provocazioni varie finivano in classifica relegati agli ultimi posti, salvo poi riemergere in hit-parade.
Gli Stadio però non erano apprezzati nemmeno in hit-parade (sempre a quei tempi)!! Ma allora?? Che gli Stadio avessero sbagliato indirizzo? Trent'anni fa gli Stadio erano quattro tipi un po' sonnacchiosi e misteriosi, dall'aria non troppa simpatica (decisamente rocker almeno nelle intenzioni), con canzoni intelligenti, aperte sul mondo, ma tuttavia con quel leggero gusto di provocazione e ironia e con un linguaggio non sempre "lirico" (merito forse della lezione di Dalla e di Luca Carboni).
A chi piaceva e si ritrovava in questo ritratto, potrei dire che gli Stadio hanno sempre vinto arrivando ultimi, trovandosi a Sanremo per caso, come si è trovato il loro compagno di avventura, Vasco Rossi.
Poi la storia è cambiata. La storia cambia, il giro inverte la direzione. Dopo un riscatto migliore di vendite e nuove partecipazioni a Sanremo, adesso gli Stadio sono saliti sul podio. Non è possibile non esprimere contentezza e congratulazioni a una carriera fatta di fatiche, di perseveranza che si è coronata nel modo migliore; tuttavia gli Stadio sono diventati Albano & Romina? Pare di sì, ma teniamo conto che nel cast di quest'anno avevano quasi la strada spianata per vincere: il piatto e lagnoso sound da talent ormai è di moda e forse la gente chiede cose diverse (anzi non proprio diverse, cose del passato), anche se gli Stadio ormai da più di dieci anni sembrano fare a gara a sfidare le nuove leve di Maria De Filippi e di X Factor, adeguando le loro canzoni a quello stile pop. Il che fa un po' riflettere come possano dei signori sessantenni che di musica e di concerti (nelle cantine e non) ne hanno macinati a dovere, mettersi a competere alla pari di artisti di altra generazione e di altra concezione. Sono dei veterani che spiazzano e scalzano i giovani, non viceversa. In questo senso, l'anomalia degli Stadio rispetto ad altri gruppi italiani è più che evidente. Gli Stadio, contrariamente a ciò che si è sempre potuto pensare, non sono mai stati l'emulazione di Lucio Dalla!!! Nascono come un nuovo gruppo pop-rock, un incrocio perfetto tra New Trolls, Elio e le Storie Tese e i Pooh!!! Poi l'equilibrio si è rotto e hanno costruito una identità leggermente diversa, sempre più vicini a Baglioni che a Dalla, se vogliamo. E se mentre nell' 84 cantavano, arrivando ultimi, metto le labbra sulle labbra e tu, con la lingua che bello mi passi il bubble-gum, oggi cantano, da primi:  
E mi dirai che un padre, non deve piangere mai, non deve arrendersi mai. Tu mi dirai che un uomo deve sapere proteggersi.
Un testo decisamente migliore quello di oggi, ma che è anche l'affresco di un'altra filosofia e di un'altra immagine.
Chi erano gli Stadio di allora e quelli di oggi? Gente che doveva crescere ed è cresciuta o gente che si è uccisa e tradita? Insomma,seguendo la seconda ipotesi e sempre utilizzando metafore paterne, gli Stadio (leggi Curreri) hanno ucciso i loro figli, se stessi giovani, che, come giovani, rappresentavano un mondo musicalmente da sovvertire. Non è neanche colpa loro se hanno potuto crescere e se possono vantare l'asso nella manica di primeggiare sulla merda imperante della musica pop italiana, perché loro non sono e non saranno mai merda, nel nome di una certa tradizione. E' per questo che la loro vittoria è stata una vittoria giusta, tutto sommato. Ma nonostante tutto è una vittoria che è insieme sconfitta, sconfitta soprattutto per la musica italiana più recente. Gli Stadio cercano e trovano un successo d'accatto, mai avuto prima. Il loro non è un successo che ha seguito una strada canonica e naturale e prosegue preservando una identità simile a quella iniziale (è capitato a numerosi gruppi storici, i Kiss o i Pooh).Ora manca un gruppo non capito, intelligente, che proviene dalle cantine, che arrivi ultimo a Sanremo, gli Stadio hanno ormai assolto a questo compito. La loro vittoria sanremese è, in fondo, il funerale di se stessi: saranno sulla bocca di tutti, nei lettori degli mp3 delle ragazzine, nei lettori cd delle massaie, ancora di più, di come lo sono da tempo. Per noi veterani della musica e forse per la band stessa però è anche un sogno che si realizza, quello di leggere gli Stadio in ogni copertina e di vederli in tutte le tv, un sogno che è stato strappato al tempo della storia, un sogno che perde il suo senso, perché gli Stadio famosi e acclamati nel 2016 cessano di esistere come Stadio. Gli Stadio vivono come fantasmi di se stessi nell'ambiguo gioco di passato e presente, smarrendo più o meno consapevolmente la loro identità.



Comunque complimenti alla canzone e buon ascolto, anzi, buoni ascolti!!





giovedì 11 febbraio 2016

Corteggiare, anzi corteggiarsi

Una pacca sul sedere a una ragazza, un bacio, una carezza, li può dare, li può fare chi si perde.
Il corteggiamento è perdersi. Corteggiare è come non esserci.
Chi non si annulla, chi non spara e non accende quel fiat del coraggio, non c'è. E' pura pietra.
Ecco perché c'è chi beve.
Si beve per dimenticare, anche se stessi. E poi perduti ci si deve ritrovare, cioè corteggiarsi.

sabato 9 gennaio 2016

Il fenomeno Zalone

Con gli auguri di buon anno ed una rinnovata grafica, questo gennaio ci sorprende con...Checco!
Checco: il nome di una cornacchia addomesticata. Ricordo bene questa cornacchia di nome Checco!! 
E, come tutte le cornacchie, Zalone, nella sua profonda e ingenua e incoscienza arriva a turbare il mondo del cinema o meglio quel mondo voluto in un certo modo da certi amatori del cinema.
Un cinema che non c'è più.....ma per meglio dire un'economia dello spettacolo che non c'è più.
Checco, nella sua beata incoscienza, sommerge di escrementi il cinema italiano dall'alto della sua ironia contro il posto fisso, ma è incredibilmente bello e lucente, come un corvo. Il suo film è forse il migliore tra quelli classificati "leggeri" del periodo natalizio, fa passare un'ora in mezza spensierata, però non è neanche un film straordinario.
E' un film del quotidiano, di una bellezza media, di una fattura discreta....è per questo che il suo successo disturba! Non serve Zalone per ricordarci come funzionano le cose in Italia, la satira dell' Italia è sempre quella e anche la fine del suo film è sempre quella. La vera soluzione sarebbe stata concludere con la vittoria del posto fisso, la sregolata vittoria dell'anacronismo. Invece c'è un moralismo d'accatto progessista che celebra la flessibilità e l'avventura. Ma chi ha creato questo successo che impone la programmazione anche in 4 sale su 10 di un multisala? Zalone è un Dio artificiale della commedia. E l'artificio passa anche dai discorsi delle parole. Il Dio si alimenta di parole. 
Eppure non è sputtanando il film o tacendo che si può denunciare una situazione di limitazione di offerta. Forse il problema non è stato risolto anni orsono e ora siamo dentro una bolla dal quale è difficile uscire. Ma sarà la storia, come del resto si è già dimostrato, a rivalutare Zalone nel futuro, dopo che Quo vado nel giro di un anno sarà bell' e dimenticato!