martedì 28 luglio 2015

I radical-chic

Molta gente detesta i radical-chic e forse non a torto. Mi sono sempre chiesto anch'io cosa spinge una persona benestante, magari molto giovane, che per generazione non ha vissuto la guerra neanche per sentito dire, a essere attratto dall'universo partigiano, dalle lotte operaie.
Che cosa ne può sapere un uomo vissuto dentro un letto di bambagia in un'epoca opulenta, che ha sempre usufruito magari del conto in banca del papà industriale, di campi di concentramento, di catene di montaggio, di lavoro minorile, di picchetti?
Ebbene forse la risposta c'è. I radical-chic ammirano la diversità, forse per colmare il senso di colpa di essere quello che sono. Con l'orizzonte della fame del mondo, per esempio, è quasi un tabù bearsi e santificare la propria ricchezza, il proprio edonismo. Ci si sente in dovere di credere in qualcosa di serio, di fare i seri, perché belle donne e belle macchine sono un affronto frivolo al resto del mondo.
Così il radical-chic medio utilizza la bicicletta per essere ecologico, vota comunista, va alle manifestazioni del 25 aprile, è alla ricerca sempre dell'altro-da-sé, quasi annoiato dal suo benessere.
Ma questo altro-da-sé dev'essere ben posto a distanza, si regge in piedi grazie alla lontananza. Se il "diverso" si avvicina troppo, il radical-chic (vero radical chic!) preferisce ricordarsi il suo benessere e tenerselo stretto. Andare da cena da amici in una casa popolare senza aria condizionata o con le finestre rotte si può fare ma al massimo un paio di volte; si può fare amicizia con uno zingaro, ma il luogo di incontro è solo l'angolo della strada dove egli elemosina. Perché la povertà è dura e fa paura, è uno spettro come la morte. La bicicletta, invece, non fa paura perché fa chic e poi perché è indubbiamente comoda.


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