martedì 27 agosto 2013

Milano d'agosto

La Milano d'agosto è insieme deprimente e affascinante. C'è quel silenzio strano, quasi commovente nelle vie, si sente il caos di tutto l'anno come un rumore lontano, in quelle nuvole grasse e dense, che fanno ombra, sopra di te pesano dolcemente i ricordi. E tu ti senti solo, incredibilmente solo. Pensi al dopo, pensi a quando tutto ritornerà come prima, quando la gente correrà con le loro automobili, sui mezzi pubblici, fai il conto alla rovescia pensando a quale sarà il primo negozio che aprirà.
Ti guardi intorno: ogni cosa, la più minuscola cosa, ha il suo momento di protagonismo, anche la carta straccia trascinata dal vento. Tutto è protagonista, senza egoismo.
Poi tutto torna come prima, l'attenzione non è più la stessa. E tutto quello che abbiamo desiderato (i negozi aperti, la gente che corre, la presunta normale quotidianità) torna ad essere deprimente.
Depressi prima, depressi dopo. 
Milano è una città che ti costringe sempre a proiettarti fuori, a pensare a un altro-da-sé, nello spazio e nel tempo. Non si può mai stare bene nella sua pelle, ci si sente avvelenati nella sua pelle.

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