lunedì 7 gennaio 2013

"La casa sperduta nel parco", di Ruggero Deodato



Tempo fa ho parlato del sottogenere thriller "rape & revenge movie" (stupro e vendetta). Oggi, reduce da una "rispolverata" cinematografica, mi accingo a trattare del film La casa sperduta nel parco (1980) di Ruggero Deodato. Un titolo banale, che evoca spiritismo, presenze oscure, quella "misteriosa" casa in fondo al viale popolata da fantasmi, il titolo più comune e convenzionale che un film horror possa avere.
In realtà questa titolazione ben poco c'entra con il plot del film, una storia tesa, pochi avvenimenti, claustrofobica, giocata tutta in un solo ambiente. Niente di soprannaturale, niente zombi, ma la presenza di un terrore razionale, realistico e ben identificabile da tutti: la paura di trovarsi assediati  e sequestrati da due pazzi scatenati maniaci, con tendenze sadiche, uno è il deus ex machina , David Hess (defunto nel 2011, n.d.r), doppiato da un Ferruccio Amendola che ricorda molto l' Al Pacino gangster, non di certo educato dalle Orsoline, crudele e spietato, vero esempio antisociale per eccellenza, l'altro è il ragazzotto debole e succube (Giovanni Lombardo Radice), un po' ritardato, costretto a essere cattivo per far da spalla all'amico. I due, che sono meccanici, in cambio della riparazione di un guasto fuori chiusura alla macchina di una giovane coppia della buona borghesia, si imbucano a una festa presso una villa con piscina situata in un enorme parco. Le loro intenzioni sembrano dal principio tranquille, anche se già si intuisce che si vogliono "divertire" a modo loro, quando Alex, reduce già da uno stupro-sveltina, si mette in tasca un rasoio da barbiere (ed è il simbolo di tutto il film, come già la locandina sopra mette in evidenza), il rasoio della minaccia e del sangue, non quindi una comune pistola. 
Con quel rasoio Alex, al momento buono, mette in scacco due ragazzi e tre ragazze, chiude porte, finestre e da un certo punto il film diventa un freddo e spietato concentrato di violenze psicologiche, ironie sarcastiche, pugni, sevizie, minacce e naturalmente stupri e molestie sessuali.
La cornice narrativa è tratta dal copostipite del genere L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, sempre con Hess, un esempio ben più raffinato e di livello, ma meno trash e meno intento alla ricerca ossessiva del dettaglio pornografico. La casa sperduta nel parco, impunita scopiazzatura del film d'oltreoceano, si concentra molto a indugiare su scene che provocano più disgusto morale che fisico, non mancando alla solita strizzata d'occhio al nudo femminile, che nel panorama del cinema di genere degli anni '70 e '80 non può mancare. C'è una scena su tutte, la più insopportabile, per la sua gratuità e crudeltà, il "tagliuzzamento" della "Barbie" Brigitte Pretonio,  messa lì come agnellino sacrificale in balia del lupo cattivo. Poche scene splatter, ma molta tensione resa magistralmente con i silenzi, con gli sguardi, con i dialoghi, una musica dolce e cantilenosa in contrasto con le scene brutali, a restituire un'atmosfera pesante, asfittica, costantemente tesa, acuita dalla pochissima azione (sembra che tutto avvenga in tempo reale, come in una sorta di macabro "Grande Fratello" dove l'unico interesse e l'unico spettacolo offerto è mostrare sesso, sevizie e minacce senza soluzioni). Fino al finale, dove c'è un ribaltamento della situazione e dove i ruoli come in un coup de theatre si rimettono in discussione. E se quelle che fino a quel momento abbiamo considerato "vittime" in realtà non lo sono mai state? Ad essere sinceri la fine, anch'essa non meno carica di violenza, è il momento più debole della sceneggiatura, mal risolto, forzato, una frettolosa soluzione ad hoc per dare una svolta a un film che per come concepito potrebbe durare mezz'ora come tre ore. Perlomeno, ammettiamo che non sia il "solito" finale con l'arrivo della polizia, anche se il "cattivo" fa sempre e comunque una brutta fine. 
Interessante è il tentativo di critica sociale degli sceneggiatori, che sembrano, almeno in prima istanza, "punire" il mondo piccolo-borghese salottiero, annoiato, capriccioso e classista, falsamente trasgressivo, dove gli anti-eroi rappresentano il proletariato povero che cerca di "eliminare" la classe benestante al potere, mettendo a soqquadro la lussuosa villa e dando corpo all'azione. Di certo, un altro aspetto da non ignorare, è  lo sfrontato sessismo, di cui il film è stato accusato, anche per certi dialoghi molto forti per l'epoca (Hai visto come vanno trattate queste? A cazzi in faccia!) e dalla figura di Annie Belle, fascinosa, arrapante e ambigua donna-maschietto, vittima e provocatrice. Il cast non è composto da attori famosi, si può ben capire che si tratti di un film a basso costo, ma la "topo"-grafia è studiata con cura: a far compagnia ad Annie Belle, attrice francese, ci sono Lorraine De Selle e la già citata Brigitte Petronio.
Nel panorama del cinema di genere, in ogni modo, La casa sperduta nel parco mi sembra un film irrinunciabile, forse anche più sottilmente crudele del gemello Cannibal Holocaust. Se però non siete abituati, armatevi di coraggio, magari prendete un po' di valium e non cedete alla tentazione di tornare a casa da soli di notte dopo averlo visto. Non credo si riuscirà mai a vedere questo film in televisione, per la semplice ragione che su 90 minuti bisognerebbe sforbiciarne 50!!! Abbasso la tv italiana perbenista!


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