mercoledì 30 gennaio 2013

Critica e diffide alla compilazione di un CV


Oggigiorno non si trova lavoro. Orbene, una nota agenzia interinale (di cui non faccio il nome) stila le regole sul proprio sito web per la compilazione di un buon curriculum vitae (CV). 
Vediamo ora di smontarle passo passo e di far trionfare il buon senso e soprattutto l'umanità delle persone (concetti che latitano ora come ora in Italia e in molti altri Paesi).
Seguite il vostro Carlo Lock e non ve ne pentirete....
Riporto i passi citati, in corsivo e di seguito dirò la mia. Pronti?

>Alla lettura del curriculum vitae il selezionatore dedica mediamente 30 secondi, compresa la lettera di presentazione. Se non sarai capace, in così poco tempo, di attirare la sua attenzione sugli elementi che più lo possono interessare, il destino del tuo curriculum vitae, e delle tue speranze, sarà immediatamente segnato.

>Solo trenta secondi??? Pensavo di meno. Poi compresa anche la lettera di presentazione, per giunta. Direi che se uno ha fatto molte esperienze sul lavoro non ha speranza di essere assunto. E poi chi si fiderebbe di un selezionatore che guarda un CV per 30 secondi?


>Il secondo motivo è che nelle interazioni umane, la prima impressione è spesso determinante nel definire il proseguo della relazione. Un selezionatore esperto dovrebbe saperlo e dovrebbe avere gli strumenti per poter valutare il candidato, comunque, in modo più approfondito. È altrettanto vero, però, che spesso il selezionatore è una persona che svolge questo compito "a tempo perso", senza essere né psicologo né aver frequentato un corso ad hoc

>A 'bbello de mamma! Che hai da valutare se nun sei manco uno psicologo??? Ah, svolgi pure il compito a "tempo perso"? Ma nun te vergogni a dì ste cose? E poi la "prima impressione" dipende anche dal lavoro che fai, non è una regola che vale per qualsiasi lavoro.


>Ma è altrettanto vero che un candidato che ha impiegato tempo, energie e soldi per stilare un bel curriculum vitae è probabilmente più motivato e professionalmente più maturo di chi stende su un foglio, in modo disordinato e superficiale, quattro notizie su di sé.


>Ma non doveva durare trenta secondi la lettura? Quattro notizie non vanno più bene?? Allora ci vuole un curriculum dettagliato per un tempo di lettura di 30 secondi, benissimo. Consiglio a tutti un corso di stenografia, sperando che i selezionatori, perdonando loro di non essere psicologi, sia almeno stenografi o abbiano doti di lettura veloce.


>Il curriculum vitae è lo strumento con il quale cerchi di proporre una certa immagine di te a chi potrebbe decidere di assumerti. È una sorta di autoritratto che, per essere bello e riconoscibile, richiede un lavoro precedente sulla percezione della propria immagine e sull'idea che, da pittore, si vuole comunicare


>Ah...adesso il curriculum è anche un'opera d'arte?? Benissimo!!! Sì, ok...ma io ho bisogno di mangiare cumpà. E se non ho fatto un lavoro sulla mia immagine? E se non sono un pittore? Poi un "lavoro" sulla mia immagine mi sembra troppo pretenzioso per 30 secondi. Io sono vanitoso, voglio che il mio dipinto si apprezzi bene, deve essere contemplato più che 30 secondi, 30 minuti.


>Ciò vuol dire che la prima cosa che devi fare è chiarire le idee a te stesso.Solo in questo modo, poi, potrai presentare, in modo chiaro e inequivocabile, le tue idee ad altri.

>Grazie, che grande idea mi avete dato!!!! Un'idea chiara penso di averla: se sono qui è per cercare lavoro.

>Hai maturato qualche esperienza nel campo o in campi affini? Cosa hai imparato da queste esperienze? Se non ne hai, perché?

>Prima cosa, fatevi i c...vostri. Seconda cosa: non ho esperienza perché gli annunci di lavoro cercano tutte persone con esperienza. Sarebbe come dire a uno scolaro di primo pelo:  l'ammissione alla prima elementare è possibile solo se il bambino sa leggere correttamente e speditamente un romanzo.

>Hai pensato a quali sono le tue conoscenze, le tue capacità e le tue caratteristiche di personalità che ti possono rendere più adatto a svolgere quel lavoro?

>No, non ci ho mai pensato. In realtà io faccio colloqui per passare il tempo, per pettinare le mosche, per studiare le reazioni degli esaminatori. Ho da pagare il mutuo, ma il lavoro non m'interessa....è giusto cedere il passo ad altri che hanno maturato più esperienza e sanno lavorare meglio di me. 

>Ti sei fatto un'idea di come gli altri ti vedono?

>No, non lo so. E' grave???  E poi se l'idea fosse negativa, te la vengo a dire??? Ma che domande!

>Se vivi una relazione confusa e contraddittoria con il mondo del lavoro, quest'ultimo se ne accorgerà più in fretta di quanto tu non possa pensare.

> Mamma che paura!!! Pensiamo a cose serie :posso trovare un lavoro? Mi è lecito trovare un lavoro??? E se strisciassi ai vostri piedi??? A sto punto nel contratto esigo anche uno psicologo aziendale gratuito, che mi metta chiarezza sul mondo del lavoro. A voi non lo chiedo, perché siete "selezionatori" a tempo perso. Ve siete sputtanati, nun se fà così!!!

>Prima di proseguire, ricordati che se altri sono riusciti a fare ciò che desideravano, non ci sono motivi per cui non ci possa riuscire tu

> Sì, l'esempio più bieco dell'etica liberista. Parole rubate a Berlusconi.


 >L'importante è desiderare. Da adulti, ma desiderare

>Sono anni che desidero comprarmi una Ferrari....ma quello dipende anche da voi. No work, no money...un po' come dire "no Martini, no Party" Forse non desidero da adulto? Ok, capito, il lavoro non me lo date. Forse quello dopo di me che ha i familiari amici del selezionatore desidera più da adulto.


Conclusione della giornata: ho scritto questo post e non ho mandato il CV. A parità di risultati ottenuti è molto più soddisfacente!!




lunedì 28 gennaio 2013

Sesso e musica

Fare musica è come fare sesso. Cominci e non vuoi fermarti più e più vai avanti l'estasi spirituale si impossessa di te.
Fare musica è come una droga, come il sesso, ne hai bisogno per vivere bene, ti distoglie dalle alienanti preoccupazioni quotidiane.
Sarà per questo che è stato coniato il trinomio "sesso, droga e rock'n'roll?"

Carlo Lock

venerdì 25 gennaio 2013

Andrologia femminile

Parlare di una donna androloga è sempre un po' controcorrente (si pensa addirittura che non esista neanche). Prima di tutto perché si ritiene che una donna non possa capire i problemi di un maschio (e del resto come può capire un ginecologo uomo cosa prova una donna in gravidanza?); in secondo luogo i pazienti hanno sempre paura di avere l'erezione durante la visita e se succede c'è un imbarazzo elevatissimo. Ma perdinci, non è forse bello, naturale avere un'erezione davanti a una donna? Significa che sei vivo!!! Volete forse avere un'erezione con l'iniezione nei corpi cavernosi? Orribile, quell'erezione fittizia senza provare nulla, con lei che osserva. Molto più imbarazzante, perché si avrebbe questa mazza di ferro tra le gambe, come qualcosa di ingombrante e che non si può nascondere e che, anzi, è oggetto di minuziosa osservazione. Poi corri il rischio di non riuscire a chiudere la patta per tornare a casa, finché non finisce l'effetto.
Poi c'è il problema dell'ispezione anale. Preferite un vecchiaccio con le dita grossa o una signorina? E mentre qualcuno penserà che uno vale l'altro, basta che siano professionisti, io penso che l'aspetto psicologico conti sempre quando si tratta di essere visitato da qualsiasi medico. In più essere visitato ai genitali, scatena degli istinti atavici, lo spettro dell'omosessualità, la paura della competizione tra uomini. Insomma, credo che la donna androloga debba essere rivalutata e debba crescere numericamente.
Avendo provato, non c'è donna che mi abbia fatto sentire più uomo di un' androloga. Insomma ci si può anche innamorare della propria androloga, come una donna si può innamorare del suo ginecologo. Perché ciò che muove le relazioni è sempre l'affettività. Grazie a Dio non siamo macchine.

martedì 22 gennaio 2013

La canzone più semplice che c'è

Ecco il nuovo singolo di Vasco Rossi. Oltre ad essere un uomo semplice, concepisce anche brani semplici. Questa canzone è di una semplicità devastante, una semplicità che rimanda al già-ascoltato.
Ma forse non è meglio la pensione o almeno il silenzio se qualcuno non ha più niente di originale da dire? Ecco, forse Vasco voleva far sapere a tutti i fan che è vivo. Ed infatti nella canzone viene ribadito più volte.

sabato 19 gennaio 2013

L'arte umanistica di Caroli

Quando ascolto o leggo Flavio Caroli, il noto storico dell'arte, mi viene spontaneo ammettere: "Ecco lui sì che è capace di far ricordare la storia dell'arte al prossimo". Imprimere, far ricordare è una delle principali e spesso sottovalutate doti di chi sa insegnare. Ma in cosa consistono nel profondo queste capacità? Perché la storia dell'arte è spesso detestata nelle scuole o all'università? Flavio Caroli, oltre ad avere un eloquio e un linguaggio assertivo  e limpido, non tentennante, quasi privo di ipotassi, ha spirito ironico e soprattutto mette al centro l' "uomo".
Quando si ascolta Caroli (parlo per lo meno in un contesto divulgativo) ci si rende conto in un'intuizione che è l'opera d'arte a discendere dall'uomo, non l'uomo che discende dall'opera d'arte. Un dipinto, una scultura non nasce "prima" come un'entità ipostatica da scomporre e analizzare, secondo canoni e criteri freddi e tecnici (la componente iconografica, la componente configurativa, il peso percettivo, le linee di forza), bensì l'arte è umanistica, cioè è il riflesso dell'uomo, ha una Kunstwollen, come sosteneva Riegl. Dimenticare questo vuol dire travisare l'approccio fondamentale a questa disciplina. Naturalmente esistono anche gli approcci "tecnici", trasversali, complementari, interdisciplinari, non di trascurabile importanza; anche lo storicismo è fondamentale, ma di nuovo siamo alle prese con la storia, che è fatta dall'uomo (come ci faceva intendere anche Marx, tra l'altro).
Non a caso, Caroli ha condotto in passato studi di fisiognomica e nella Storia dell'arte raccontata da Flavio Caroli (Electa), vi è una bellissima ricomposizione storica degli artisti dal Quattrocento al Novecento che manifesta il debito con la fisiognomica o più semplicemente con la psicologia, il rapporto tra segno grafico e mente umana, l'evoluzione dei tratti umani nella rappresentazione artistica.....E più semplicemente storie di uomini. E' bello pensare che la storia di un quadro sia anche la storia di un uomo (la sua storia pubblica, ma anche la sua storia privata). E nella storia privata di un artista aleggia anche il vizio e la follia.
Come comprendere Van Gogh, Matisse, D' Alì, Bacon, Ligabue senza saperne nulla delle loro esperienze, delle loro donne, dei loro dolori, delle loro malattie? Magari spesso ci sentiamo anche truffati, perché la mitologia di un artista viene disattesa e disillusa...La cosa più deludente da sapere è che un artista lavora per commissione, per soldi, è un operaio. Certo, a monte di tutto riposa una concezione individual-romantica dell'artista e soprattutto le "belle arti" settecentesche, senza le quali un artista sarebbe sempre e comunque stato un operaio.
Tornando al punto di partenza, è la storia dell'uomo che aiuta a ricordare, il fascino di aspetti timidamente o mai comunicati o insegnati di un artista. Questo approccio può essere un ponte che ci traghetta verso l'inflessibile e imprescindibile "tecnica", perché, purtroppo, lungi dall'essere crociani convinti, l'arte è materia da lavorare, è trasformazione della forma e deve ubbidire a regole, che piaccia o no. Le regole sono una frustrazione e una sfida, come lo è l'insegnare delle regole. Ma la chiave che probabilmente facilita l'assimilazione è accarezzare lo splendore e l'ignoto dell'umanità, solo accarezzare perché se poi si indugia troppo si finisce a fare gli psicologi o i filosofi. 
Interessante è anche un altro testo, curato da uno psichiatra di Novara, Domenico Nano, che, analizza il rapporto tra arte e disagio psichico, una vecchia storia, ma che dovrebbe essere continuamente ripresa per ricordarci che l'arte è umana. Non il solito saggio fitto fitto ma una testimonianza di cartelle cliniche, dipinti, fotografie. Il titolo è: Nel segno della memoria. Un percorso tra arte e disagio psichico (Allemandi)  

martedì 15 gennaio 2013

Il fenomeno delle "bambole vere"

Le bambole da sempre sono un gioco o anche un feticcio da collezione (le matrioska o le bambole di porcellana). La bambola ci riporta alla mente il bebé che piange per finta, i bambini che simulano di essere sposati poi lei rimane incinta e nasce l '"infante" pronto per essere accudito, curato, allattato.
Giocare alle bambole ha un obiettivo e ruolo mimetico per una bambina, vale a dire si fa "come se" fossi una mamma grande. La parola d'ordine dei bambini è "facciamo che"  o "come se".
La bambola suscita e stimola la fantasia, è il calco, la materializzazione di una fantasia; le bambole però sono insieme dolci ed inquietanti, perché ti fissano immobili, come un cadavere. Poi prenderle, violentarle, buttarle da una sedia, da una finestra, calpestarle, ma la loro espressione rimane intatta, anche quando magari si spaccano. Ma cosa succede da adulti? Si finisce di giocare alle bambole? I più ingenui, diranno "certo che sì". E io invece vi rispondo: "No!"; i meno accorti penseranno "quando si è piccoli giocare alle bambole è roba da femminucce" ed io invece ribatto: "quando si è grandi, le bambole sono un gioco da maschietto".
Spiegherò ora queste affermazioni con l'analisi del fenomeno delle "bambole vere" o "love dolls" o "Liebespuppen" (in tedesco), un fenomeno silenzioso, ma in costante crescita, in questo nuovo millennio dominato sempre più dai rapporti virtuali che reali.
Concepite in Giappone e in America questi "manichini" (è più corretto nominarli così) hanno lo scopo di riprodurre le sembianze esatte di una donna attraente e, quindi, vogliono distanziarsi dalle volgari e malfatte "bambole gonfiabili" tradizionali, proletarie e di poche pretese. L'ingegneria americana, giapponese (e ultimamente anche tedesca) ha progettato finora bambole sexy con materiali sofisticati, silicone e materiali protesici utilizzati in ortopedia e in chirurgia estetica al fine di "creare" una donna "vera" in tutto e per tutto......al prezzo però non inferiore a 5.000 euro!!! Insomma da quella cifra in su, che non è poco, a patto di non essere dei Paperon de' Paperoni.
Lo scheletro è in titanio o in alluminio, peso sui 40-50 chili (quindi il peso di un cagnone di taglia large), bambole dotate degli "orifizi" brevettati e necessari per ogni tipo di penetrazione, di seni a grandezza naturale, bocca resa umida con gel commestibili, per gli esemplari più costosi si può avere anche un remote control per elementari movimenti a distanza o la possibilità di riscaldamento con un termostato. 
A tutto questo si possono aggiungere gli "accessori" aggiuntivi: lubrificanti di scorta e un set di parrucche diverse su richiesta. Forse c'è un vestito in dotazione, ma i clienti poi si abituano da soli ad andare ai grandi magazzini per rifare il guardaroba alla propria "ragazza" di silicone. Ragazza che viene venduta con un nome di battesimo: Laura, Brigitte, Sophie.
Ora sorgono spontanee più domande: chi ha il coraggio di spendere dai 5.000 ai 10.000 euro/dollari per un acquisto del genere? E soprattutto come abituarsi al fatto che la propria "ragazza" non parla e non sorride? Come risolvere il problema degli spostamenti, trascinando una quarantina di chili per la casa? Come nascondere il dolce fardello agli amici? Si avrà mai il coraggio un giorno di buttare nella spazzatura un oggetto del genere? (spesso non di rado  difettoso dopo poco tempo) Non è forse meglio andare con la più tradizionale prostituta? A queste e altre domande forse si possono avere risposte consultando forum sull'argomento (altra follia!). Pare che proprio in Germania ci siano molti appassionati, legati a questo bizzarro feticcio, che si confrontano e arrivano a parlare di queste bambole come se fossero persone, subentrano quindi affetti, gelosie, esclusività. Questo psicologizzare comporta il rischio dell'alienazione dalla realtà, una proiezione di noi stessi nell'oggetto, le donne non esistono, esistono le donne-per-noi, non le donne-in-sé. Ed in fondo è una soluzione di comodo, no? Sapete, coi tempi che corrono! Meglio una donna che allarga le gambe, con la quale esercitare la propria fantasia, farla arrabbiare o gioire secondo il nostro volere "come se" succedesse realmente (esattamente con lo stesso meccanismo infantile di cui parlavamo all'inizio). Sull'argomento si sono addentrati diversi film italiani e stranieri, con la proverbiale ironia che il caso necessariamente impone, perché prendere la cosa con serietà può spaventare davvero (almeno così pensa il sottoscritto): come non ricordare per esempio Lars e una ragazza tutta sua o l'ultimo film di Pozzetto, Un amore su misura (in questo caso però si andava veramente nel fantascientifico perché Pozzetto aveva comprato letteralmente un androide dotato di parola e di sentimenti).
Eppure una fiorente industria di bambole dell'amore esiste e se esistono le industrie, esistono senz'altro gli acquirenti. Di seguito due filmati per saperne di più (uno in tedesco e uno in inglese): osservare questi piccoli documentari mi riporta a un istinto malato di necrofilia, guardateli anche voi e capirete perché (e forse non a torto i feticisti di love-doll desiderano obbedire a una pulsione 
inconscia necrofila). 








domenica 13 gennaio 2013

Schwarze Romantik: ultima settimana

Da domani fino al 20 gennaio sarà l'ultima settimana che lo Städelmuseum di Francoforte esporrà i quadri giunti per la mostra Schwarze Romantik, un esaustivo compendio da Goya a Max Ernst di tutto il miglior romanticismo gotico europeo, proveniente anche dal Louvre, dal museo D' 'Orsay di Parigi e dal Prado.
Pur non avendo visto direttamente la mostra non è da assolutamente da perdere per chi ama l'aspetto malinconico, irrazionale, passionale e macabro del Romanticismo, quel romanticismo assorbito nella cultura germano-anglo-sassone, parzialmente accolto e condiviso in Italia.



sabato 12 gennaio 2013

Mariangela Melato




La sua bellezza nel silenzio


Speed-date!

Avessi mai incontrato una donna che dicesse: "sì, sono single, sto cercando qualcuno". Invece, nella maggior parte dei casi, non si parla in modo conciso e netto, si tirano fuori tutte quelle storie sull'amore che capita senza preavviso, "se son rose fioriranno", "io non mi aspetto nulla". Tutte maschere ipocrite per non affrontare e confessare le nostre debolezze (sacre debolezze).
E quindi anche un evento come lo "speed-date" (il famoso gioco nato in America degli appuntamenti veloci) finisce per diventare per molte donne annoiate un passatempo senza scopo oppure qualcosa per trovare "amici". Ma quali "fottutissimi amici"???? (Citazione del titolo di un famoso film con Paolo Villaggio).
Non si va a uno speed-date per trovare degli amici! Rovesciando  la proporzione sarebbe come dire: "io vado a lavorare per fidanzarmi".
Questa è la mia prima impressione a caldo, dopo l'esperienza che ho avuto personalmente. La maggior parte delle donne non sa quello che vuole (o forse si ricorda quello che vuole quando ha ben guardato la tasca piena...e badate bene...non il "pacco pieno"). Il provincialismo italiano è ai massimi livelli in certe circostanze, con ragazze agghindate come "zoccolette" che non te la danno o con donne che si prestano al gioco senza stare al gioco.
Appunto, lo speed-date è un gioco e, pur senza togliergli i suoi giusti obiettivi, come tale dev'essere preso: nel senso che se è un gioco si deve stare al gioco. Quindi non si deve sminuire e soprattutto quando si gioca avere lo spirito del gioco e stare alle regole. Avete mai incontrato un giocatore di poker che vi dice: "ma sì, gioco, ma non rispetto le regole perché tanto vincere o perdere è uguale"??
Nonostante l'esecrabile massificazione umana e la riduzione dei sentimenti e della singolarità della persona a tempi e numeri (la ragioneria dell'anima e della libertà), ciò che può essere "eventualmente" divertente è lo spirito della scommessa come sfida personale ("vediamo se io in pochi minuti riesco a fare centro e dare il meglio di me, vediamo fin dove arriva il mio potere seduttivo") oppure la scommessa inversa ("vediamo se senza fare nulla, così come sono, riesco a piacere a qualcuno). Ricordiamo che dopo i mini-incontri di tre minuti i candidati, provvisti ciascuno di una scheda, devono esprimere una preferenza "sì" o "no"; se il "sì" è reciproco, lo staff organizza l'incontro; tuttavia è interessante scoprire chi ha detto "sì" anche se non ci sono stati abbinamenti.
Tutto questo è superficialità? Certo che sì. E' il "test" delle apparenze, la misura di ciò che appare. Perché l'attrazione è subitanea e fa riferimento ad aspetti esteriori. E' un po' come sentirsi delle "puttane" e vedere quanto si vale, il piacere di scegliere e di essere scelti. Ma in ciò nulla di male.
Certo, lo speed-date non è nato come uno scopo erotico in senso stretto, ma, forse, non sarebbe male farne una versione in tal senso, sapendo già di essere disponibili a incontri o pratiche erotiche. E dunque, se c'è il "Sì" reciproco....Yuppiiiiiiii!!!!!!
Oltre a queste considerazioni, sì certo, possiamo pure ammettere che sia un altro modo di conoscere le persone e bla bla. C'è però da chiedersi su quale base possa costruirsi un interesse, un punto di vista comune (a meno che non scatti il colpo di fulmine), dopo una mini-chiacchierata che implica quasi sempre le proprie generalità e quindi il lavoro, che, senza dubbio, è un argomento che guasta la serenità della conversazione.
D'altra parte il lavoro è uno dei pochi modi di classificare una persona, appurare il tipo di capacità, di interessi, di istruzione e di ricchezza sociale; però è anche uno dei più tristi modi per confrontarsi oggigiorno, essendo il lavoro fonte di rabbia e frustrazione (anche solo perché priva una persona della propria libertà).
Ma dopo tutto, la serata speed-date è anche una bell'arena, un campionario umano, uno stimolatore di desideri sessuali e creativi.
Qui una scena tratta dal film L'amore eterno fin che dura che descrive l'incontro dopo un "abbinamento" a una serata speed-date.


martedì 8 gennaio 2013

Sabbia e rabbia

Sabbia e rabbia.
Suona bene così.
Sabbia e rabbia.
Sabbia inerte che respira la rabbia del mare.

lunedì 7 gennaio 2013

"La casa sperduta nel parco", di Ruggero Deodato



Tempo fa ho parlato del sottogenere thriller "rape & revenge movie" (stupro e vendetta). Oggi, reduce da una "rispolverata" cinematografica, mi accingo a trattare del film La casa sperduta nel parco (1980) di Ruggero Deodato. Un titolo banale, che evoca spiritismo, presenze oscure, quella "misteriosa" casa in fondo al viale popolata da fantasmi, il titolo più comune e convenzionale che un film horror possa avere.
In realtà questa titolazione ben poco c'entra con il plot del film, una storia tesa, pochi avvenimenti, claustrofobica, giocata tutta in un solo ambiente. Niente di soprannaturale, niente zombi, ma la presenza di un terrore razionale, realistico e ben identificabile da tutti: la paura di trovarsi assediati  e sequestrati da due pazzi scatenati maniaci, con tendenze sadiche, uno è il deus ex machina , David Hess (defunto nel 2011, n.d.r), doppiato da un Ferruccio Amendola che ricorda molto l' Al Pacino gangster, non di certo educato dalle Orsoline, crudele e spietato, vero esempio antisociale per eccellenza, l'altro è il ragazzotto debole e succube (Giovanni Lombardo Radice), un po' ritardato, costretto a essere cattivo per far da spalla all'amico. I due, che sono meccanici, in cambio della riparazione di un guasto fuori chiusura alla macchina di una giovane coppia della buona borghesia, si imbucano a una festa presso una villa con piscina situata in un enorme parco. Le loro intenzioni sembrano dal principio tranquille, anche se già si intuisce che si vogliono "divertire" a modo loro, quando Alex, reduce già da uno stupro-sveltina, si mette in tasca un rasoio da barbiere (ed è il simbolo di tutto il film, come già la locandina sopra mette in evidenza), il rasoio della minaccia e del sangue, non quindi una comune pistola. 
Con quel rasoio Alex, al momento buono, mette in scacco due ragazzi e tre ragazze, chiude porte, finestre e da un certo punto il film diventa un freddo e spietato concentrato di violenze psicologiche, ironie sarcastiche, pugni, sevizie, minacce e naturalmente stupri e molestie sessuali.
La cornice narrativa è tratta dal copostipite del genere L'ultima casa a sinistra di Wes Craven, sempre con Hess, un esempio ben più raffinato e di livello, ma meno trash e meno intento alla ricerca ossessiva del dettaglio pornografico. La casa sperduta nel parco, impunita scopiazzatura del film d'oltreoceano, si concentra molto a indugiare su scene che provocano più disgusto morale che fisico, non mancando alla solita strizzata d'occhio al nudo femminile, che nel panorama del cinema di genere degli anni '70 e '80 non può mancare. C'è una scena su tutte, la più insopportabile, per la sua gratuità e crudeltà, il "tagliuzzamento" della "Barbie" Brigitte Pretonio,  messa lì come agnellino sacrificale in balia del lupo cattivo. Poche scene splatter, ma molta tensione resa magistralmente con i silenzi, con gli sguardi, con i dialoghi, una musica dolce e cantilenosa in contrasto con le scene brutali, a restituire un'atmosfera pesante, asfittica, costantemente tesa, acuita dalla pochissima azione (sembra che tutto avvenga in tempo reale, come in una sorta di macabro "Grande Fratello" dove l'unico interesse e l'unico spettacolo offerto è mostrare sesso, sevizie e minacce senza soluzioni). Fino al finale, dove c'è un ribaltamento della situazione e dove i ruoli come in un coup de theatre si rimettono in discussione. E se quelle che fino a quel momento abbiamo considerato "vittime" in realtà non lo sono mai state? Ad essere sinceri la fine, anch'essa non meno carica di violenza, è il momento più debole della sceneggiatura, mal risolto, forzato, una frettolosa soluzione ad hoc per dare una svolta a un film che per come concepito potrebbe durare mezz'ora come tre ore. Perlomeno, ammettiamo che non sia il "solito" finale con l'arrivo della polizia, anche se il "cattivo" fa sempre e comunque una brutta fine. 
Interessante è il tentativo di critica sociale degli sceneggiatori, che sembrano, almeno in prima istanza, "punire" il mondo piccolo-borghese salottiero, annoiato, capriccioso e classista, falsamente trasgressivo, dove gli anti-eroi rappresentano il proletariato povero che cerca di "eliminare" la classe benestante al potere, mettendo a soqquadro la lussuosa villa e dando corpo all'azione. Di certo, un altro aspetto da non ignorare, è  lo sfrontato sessismo, di cui il film è stato accusato, anche per certi dialoghi molto forti per l'epoca (Hai visto come vanno trattate queste? A cazzi in faccia!) e dalla figura di Annie Belle, fascinosa, arrapante e ambigua donna-maschietto, vittima e provocatrice. Il cast non è composto da attori famosi, si può ben capire che si tratti di un film a basso costo, ma la "topo"-grafia è studiata con cura: a far compagnia ad Annie Belle, attrice francese, ci sono Lorraine De Selle e la già citata Brigitte Petronio.
Nel panorama del cinema di genere, in ogni modo, La casa sperduta nel parco mi sembra un film irrinunciabile, forse anche più sottilmente crudele del gemello Cannibal Holocaust. Se però non siete abituati, armatevi di coraggio, magari prendete un po' di valium e non cedete alla tentazione di tornare a casa da soli di notte dopo averlo visto. Non credo si riuscirà mai a vedere questo film in televisione, per la semplice ragione che su 90 minuti bisognerebbe sforbiciarne 50!!! Abbasso la tv italiana perbenista!


domenica 6 gennaio 2013

Pronti..ripartenza e via!

L' Epifania porta via le feste ma ci fa ripartire.
Ed eccoci nel 2013 con la grafica rinnovata. Ma stavolta, quest'anno, c'è un cambio di prospettiva, siglato dal nuovo sottotitolo. Non più "eros, cultura, spazzacultura", ma "eresia, filosofia e spettacolo", accompagnato dall'immagine di un comic rilassante, fresco, spensierato e che rimanda alla musica, un'arte che riassume in sé lo spettacolo e la filosofia, dato che la musica è la forma d'arte più spirituale e più metafisica, la sola che ci permette di comunicare con la nostra anima, ma è anche uno spettacolo pubblico, si fa musica per essere anche apprezzati e ammirati. Poi c'è l'eresia. Difficile oggi capire cosa sia l'eresia in un mondo occidentale dove pare essere ammesso tutto (o quasi). Questo blog intende l' "eresia" come "eterodossia", quindi un blog che va decisamente in controtendenza, che può permettersi anche di parlare "fuori moda" o non essere convenzionale, un blog che va contro i dictat imperanti, l' ethos vigente. Questo sottotitolo, al tempo stesso, descrive in tre parole la linea editoriale di questo blog senza vincolarsi troppo a certi argomenti, come ad esempio l'eros, che dalle statistiche di visite ha avuto successo, ma credo che sia più eretico dare meno spazio all'erotico, se così si può dire. 
E' troppo semplice e troppo scontato "acchiappare" pubblico con argomenti erotici o porno, dato che ormai è incontestabile che le parole chiave digitate sui motori di ricerca siano sempre legati al sesso e/o alle perversioni.
Quindi il fioretto di quest'anno sarà cercare di dare meno soddisfazione ai "segaioli" sperando di vincere la sfida e attirare un pubblico diverso, magari anche con argomenti diversi. 
Questo discorso è cominciato con l'editoriale scorso (una rubrica che ormai è definitivamente saltuaria e non più fissa) e ad oggi il famoso post "Leggende di criceti" è stato rimosso, non per un'autocensura quanto per dare spazio ad altri "primati" di visita. Il lavoro di "revisione" dei post è appena iniziato...I post cancellati (parlo per chi mi segue da tanto tempo) sono stati archiviati altrove, ma non cancellati definitivamente. Colgo anche l'occasione di fare un appello e cioè di segnalarmi, via mail, se ci capitate, i post a cui non corrispondono più video di Youtube, rimossi dagli utenti. E' inutile tenere questi post, perché hanno perso il loro senso. Alcuni altri poi erano pensieri legati proprio a un momento particolare. So che molti non saranno d'accordo in questa decisione di rimozione, ma credo che un blog sia qualcosa di dinamico, non di statico..quindi ci si può anche ripensare su quello che si scrive. E se andava bene in un momento, non è detto che possa andare in un altro.
Le prime grandi modifiche le ho apportate, ma non è detto che ve ne siano altre, meno significative.
Nel frattempo, ancora auguri di buon anno.

Carlo Lock