mercoledì 16 maggio 2012

Sull'autobus

Certe volte sull'autobus
origlio le conversazioni.
Forse mi sento orfano
e cerco una storia che mi adotti.
Oppure mi appoggio,
mi appoggio ovunque.
Sono nato stanco e lo ammetto
per me la fatica è un fatto centrale
è ciò che riempie la mia vita
e devo difendermene.
Un giorno ho contato quante volte
quante volte avrei voluto scendere
per seguire una donna, una ragazza.
Rompere le catene del tempo,
seguirne solo l'incanto,
dietro un culo, una sottana,
dietro dei capelli, delle lentiggini.
L'incanto.
Forse sono i miei piedi, i miei sguardi
che vogliono correre
laddove le parole non arrivano.
Magari basterebbe un "ciao, come ti chiami?"
Guardare e spiare.
Poi arriva lo schiaffo.
Incanto spezzato.
Torno sull'autobus,
tra il puzzo di fritto di un cinese
il profumino (non identificato) di una ragazza
il fard di una vecchia
le auricolari dei gentlemen
o delle quarantenni nostalgiche
che rubano gli I pod dalle borse delle figlie.
Poi scendo dall'autobus
mi avvio verso casa
e mi metto a scrivere.
La giornata è finita.

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