martedì 31 gennaio 2012

Prospettiva Gentileschi

Si è conclusa domenica 29 gennaio la prima mostra completa dedicata alla pittrice Artemisia Gentileschi, tenutasi a Milano a partire dal 22 settembre. Chi non è andato a vederla ha perso qualcosa, soprattutto per l'allestimento, in penombra, con pavimenti e pareti in amaranto, un'atmosfera lugubre, ma anche dal sapore antico. Lei, la Gentileschi, è nota attualmente anche per l'istituto tecnico superiore milanese che porta il suo nome (una scuola assolutamente indegna della sua statura artistica e umana) ma è anche famosa per essere stata vittima di uno stupro ad opera di Agostino Tassi, al quale, un po' provocatoriamente forse, Flavio Caroli, nella sua "Storia dell'arte" di Electa, a pag. 131, accorda fiducia e comprensione. Uno schiaffo al femminismo e al luogo comune che disegna Artemisia come la "martire" per eccellenza, mentre dalle pagine di Caroli viene fuori che non fosse proprio una santarellina, a detta di una fantesca testimone al processo.

Quanto sia attendibile l'opinione di Caroli ci interessa relativamente. E' certo che dall'opera della Gentileschi emerge una neanche troppo celata avversione per il sesso maschile, ben evidente nel famoso Giuditta decapita Olofrene e in Giaele e Sisara, (la prima foto in alto a sinistra) quest'ultimo custodito al Szépuművészeti Muzeum di Budapest, con quel sadismo femminile intento a conficcare un chiodo nella tempia di un uomo.
Notevoli sono anche i ritratti femminili e delle Vergini, nonché il periodo napoletano, quello più tardo, al quale risale Susanna e i vecchioni (oggi a Brno, in Repubblica Ceca) e Il Miracolo di San Gennaro. Anche nel Miracolo c'è nuovamente un sadico gioco al massacro: San Gennaro e i suoi seguaci vengono dati in pasto a fiere fameliche, ma il dipinto nella sua osservazione nuda e pura, senza riferimenti iconografici e storici, suscita un altro sentimento, quello dell'assurdo, dell'eccessivo. C'è il miracolo dell'acquietamento di una grossa bestia (sembra un lupo o un leone, non bene definito) e la benedizione di San Gennaro, con accanto un suo seguace, che si inginocchia con un atteggiamento talmente reverenziale da rendersi ridicolo (soprattutto se l'osservatore è un non credente). L'animale è prostrato, lecca i piedi, intralcia il passaggio, in un'atmosfera totalmente surreale e grottesca.
Lo stile di questo ed altri dipinti è caravaggesco per alcuni versi, ma rappresenta anche la sintesi della ricerca pittorica delle sorelle Anguissola, con quell' elegante realismo cinque-seicentesco.
La mostra ha ripercorso le quattro fasi della carriera artistica di Artemisia, dagli inizi a Roma, sotto l'influenza del padre Orazio, poi a Firenze, fino a Napoli, dov'è morta nel 1653 Miracolo di San Gennaro, 1636-37, olio su tela, Museo Capodimonte, Napoli

domenica 29 gennaio 2012

"Operazione paura"-rassegna cinematografica

Dal nome del noto film omonimo di Mario Bava ecco spuntare una rassegna interessante, una rassegna che si terrà a Seravezza, in provincia di Lucca, il prossimo maggio. Ancora più interessante è il fatto che questa rassegna, dedicata al cinema horror italiano, sia stata ideata e realizzata da un'associazione di giovani precari (soprattutto ragazze),B-side, lontani anagraficamente dai tempi che "furono". B-side organizza e promuove iniziative culturali legate alla settima arte, alla grafica, al teatro. Non stupisce il fatto che questi giovani siano originari della Toscana, una terra a mio avviso, molto ricettiva, come l' Emilia-Romagna, a iniziative all'avanguardia. Questa rassegna, infatti, dà un ulteriore contributo di sdoganamento al valore del cinema horror e thriller prodotto in Italia, l'unico esempio di come la cinematografia nostrana si sia appropriata degli stilemi del gotico anglosassone per trasferirli sul grande schermo. Notoriamente l' Italia non è un posto dove ha attecchito la cultura "fantastica", come in Germania ed Inghilterra, già dagli albori del Romanticismo. L' Italia è stata depositaria di una cultura stantia basata sui valori risorgimentali, una lingua cristallizzata a classicismi, grecismi e latinismi ancora nell' 800 e poi, in seguito, al cinema, legata prima a filo doppio al cinema realista francese e poi a una critica "organica" post-sessantottina intenta a valorizzare gli aspetti storico-sociali di un film.
Questa mentalità legata agli aspetti storico-sociali è ciò che ha soffocato la libera espressione del cinema fantastico in Italia, condannandolo alla serie B, perché mostri, fantasmi, violenza ed erotismo (i capisaldi del cinema horror italiano) erano considerati materia da basso istinto o di interesse commerciale. Oggi, invece, sembra che questo genere si stia rivalutando e vi si riescano a trovare radici letterarie valide. D'altro canto personaggi come Mario Bava, Riccardo Freda e Dario Argento sono gli unici esempi di cinema gotico italiano.
Staremo a vedere il risultato di questa retrospettiva che pubblicizzo molto volentieri.
Guardate quanto sono carine e quanto impegno ci mettono queste ragazze.
Ecco il link:
http://www.eppela.com/ita/projects/119/operazione-paura-rassegna-cinematografica

venerdì 27 gennaio 2012

Gli amori impossibili

Gli amori impossibili chiedono giustizia e si appropriano dei sogni. Gli amori impossibili come lutti non si dimenticano, sono incorruttibili negli anni. Perché sono come una bussola senza direzione, sono amori a cui è stato fatto un torto, una violenza, sono amori orfani che cercano collocazione, non meritano di rimanere appesi ad una nuvola, non meritano di essere sogni. Cercano di esprimersi, di urlare, soffocati da chi li vuole affievolire, dal buon senso, dalla saggezza che ci prescrive di pensare ad altro per continuare a vivere. Ma incontrare la donna o l'uomo dei propri sogni senza poterlo avere è la più grande bestemmia contro la vita. Occorre invitare Dio a una rissa a cielo aperto. E anche se nessuno potrà mai fare giustizia di questo "maltolto" lo scopo della vita successiva è distrarsi per dimenticare, fin quando i sogni ci ricordano che cos'è la vera vita: il piacere.


domenica 22 gennaio 2012

"Dolenti" note

Note: note di demerito, note musicali, appunti. Le note servono, anzi, nella musica sono un alfabeto, un'architettura portante. Annotarsi qualcosa: coagulare un punto nello spazio-tempo per rievocarlo. Le note più brutte, più moleste, meno digeribili, pesanti come macigni sono le note bibliografiche. Sono piccoli macigni da leggere e piccoli macigni da pubblicare, minuscole abbreviazioni che non fluiscono e non fanno fluire. La nota è nata per interrompere una lettura o una scrittura, spesso si trova nel gruppo in fondo al libro, comporta l'interruzione, la ricerca, il ritorno al punto...piuttosto meglio le note a pie' di pagina. Ma le note esistono come regole, le regole editoriali del "citare" oltre che regole di buon senso che vogliono arricchire con una postilla una spiegazione. Per ogni nota, quando si svolge un lavoro accademico o saggistico, bisogna citare la fonte, le pagine, con una regola meccanica di ordine rigoroso (prima il cognome dell'autore, poi l'iniziale puntata, in seguito il titolo, l'editore, la città di edizione ecc.). Il "citare" è snervante, chi se ne fotte della citazione!!! In un impeto di autolesionismo e di voluttà di anarchismo nietzscheano mi verrebbe da dire:"copiatemi, scrivete quello che ho scritto io ,facendolo passare per vostro, non citatemi, vi regalo la mia intelligenza, le mie parole. Copiatemi così almeno io non scrivo le note, posso copiare voi, rendiamoci pan per focaccia". Poi la ragione, la dignità, l'amor proprio contrastano con l'essenza selvaggia che non certo si risparmierebbe anche nell' attività di scrittura, l'essere selvaggio che tratta la penna come un'accetta, la ferinità che non ammette la pazienza e il rispetto, ma miete righe ,rapite da altri libri per alimentare il fuoco del plagio e la beatitudine della pigrizia della non-citazione. Le note sono un guinzaglio contro lo spirito poetico di un testo. E contro il mistero del suo autore. Le note palesano troppo l'evidenza, come una denuncia in polizia: so quello che hai fatto e così c'è scritto.
"Dolenti" note, voglio "depenna"rvi.

sabato 21 gennaio 2012

Cinematografo tra passato e presente

La storia del cinema la conosciamo tutti e le storie sono sempre noiose, quanto indispensabili, ma la storia del cinematografo (luogo di proiezione, consuetudini di proiezione, mercato e fenomenologia dello spettatore-tipo) è assai interessante.

Accanto a una produzione trasversale sempre uguale di prodotti d'autore (Scorsese, Allen, Kubrick, Ken Loach, Cassavetes, Bunuel, Fellini, Rosi, Bellocchio, Olmi) che cosa accade nella realtà effettuale del cinematografo diciamo a partire dal '68, negli anni della contestazione (periodo di decadenza, per i critici più puristi e snob, ma anche di occasione di ricchezza, o si potrebbe dire una nuova prospettiva di fare e fruire il cinema)? Che film incontriamo sfogliando le pagine dei vecchi quotidiani? Prendiamo come punto di riferimento Il "Corriere della Sera", tanto per fare un esempio. Negli anni '60/70 i cinematografi sono di più e pubblicizzano le locandine per lo più di film comici, erotici (dalla commedia sexy ingenua fino a veri propri hard), polizieschi, fantascienza e horror. In questo senso il primo episodio del film Il comune senso del pudore di Alberto Sordi, rappresenta una bella autocritica di costume, nonché un'acuta riflessione di metacinema. Va da sé che ormai è inutile lamentarsi oggi di sesso e violenza nei cinematografi (modestissimi di numero tra l'altro), anzi, forse ci si lamenta rei pentiti di non essersi lamentati ieri. Quei film tanto vituperati e bollati come trash, avevano un grande incasso al box-office e in certi casi prendevano anche David di Donatello (è accaduto per Borotalco di Carlo Verdone o per Sapore di mare di Vanzina), la caratteristica di quel periodo era la massificazione che si rifletteva anche nell'ampia disponibilità delle sale. Avere un'ampia disponibilità di sale da proiezione (prima, seconda, terza visione) comportava anche un atteggiamento psicologico diverso da parte dello spettatore: innanzitutto non c'era fretta, un qualsiasi film si recuperava, magari in un cinemino di quartiere, avere più sale voleva dire avere più film da vedere a un prezzo che con il valore della moneta di allora equivaleva oggi a un film a noleggio (3-4 euro), quindi si poteva anche rischiare il film scadente; andare al cinema, all'interno di questa massificazione-trash, era considerato più distensivo, più di svago: si poteva fumare, si poteva entrare a qualsiasi ora (anche se era poco intelligente vedere un film dalla fine e poi rivedere l'inzio), al cinema ci si andava anche per limonare. O si limonava con la propria "pupa" o i pederasti andavano in cerca di ragazzini (ed i film di violenza o di sesso richiamavano certi soggetti decisamente pericolosi per minorenni, maniaci o sadici). Al di là del film che si andava a vedere, il cinematografo era uno svago in sé, una catarsi collettiva, un esercizio quotidiano da ripetere. La scarsa pubblcità televisiva faceva sì che si potesse andare a vedere un film anche a scatola chiusa, così, senza sapere assolutamente di che si trattava. Si sfogliava il giornale e si dibatteva: "ma se andassimo a vedere questo? Come sarà? Pare divertente". L'andare a vedere un film a scatola chiusa era più emozionante, ma comportava anche il rischio di abbandonare la sala sconcertati (come succedeva al Giacinto-Alberto Sordi del Comune senso del pudore), ma i prezzi lo permettevano. La stragrande maggioranza dei film proposti, come già detto, era d'intrattenimento, quando non proprio trash (si direbbe oggi), in mezzo erano infilati i soliti "autori" e i "cineclub" (le comiche, i film muti o i film russi), ma quello che risaltava erano i vari Pozzetto, Tognazzi, Celentano, nonché Alien, Guerre stellari, Una postola per Ringo, mosche, tarantole, gatti di velluto, di cristallo, di giada, cittadini ribelli, rome violente, squadre antiscippo, antifurto ecc.ecc.

Osservare una vecchia pagina dei cinematografi del "Corriere" degli anni Settanta è abbastanza scioccante: ci si stupisce di come una volta i produttori italiani avessero il coraggio di mettere in cantiere massicciamente prodotti che oggi da soli non incasserebbero un centesimo. Apparentemente sembrava ci fossero molte più sale, in realtà, facendo i dovuti i conti, le sale erano molto meno di oggi. Però se si considera il cinematografo come luogo fisico e ragione sociale...bè, allora erano sicuramente di più. Le multisala ci hanno fottuto, è chiaro: meno cinematografi ma più sale. Però la percezione psicologica è che ci siano comunque meno film in circolazione oggi, con una netta maggioranza di prodotti anglo-americani (anche con titoli non tradotti) su prodotti nostrani o di altri Paesi europei (Francia, Spagna, Germania), anche se il boom dei film americani lo si ha avuto negli anni 90. Dal 2000 una lenta ripresa di cinema italiano c'è stata, ma una grande differenza sostanziale rispetto al passato è che oggi i film sono tendenzialmente di fattura medio-alta, non medio-bassa, anche a livello di costi di produzione. Non si realizzano più film a basso costo per un grande incasso, ma semmai film ad alto costo per un basso incasso. Anche la tecnologia ci ha fottuto, ebbene sì. Ed in più c'è la contraddizione insanabile, tra l'aver sdoganato e glorificato il cinema di allora (i peplum, le Gloria Guida, i Mario Bava) senza però accettare una nuova produzione del genere. Oggi il pubblico è esigente, vuole il grande spettacolo, vuole riflettere e meno ridere, anche perché il biglietto a 7.50 euro non consente più la visione di una sciocchezzuola, quella la si affitta in dvd per una pizzata di gruppo a casa, con gli amici. Anche le commedie si orientano sulla qualità e sul realismo, non più sul macchiettismo, sulla pochade, però diviene difficile identificare quali siano i gusti del pubblico oggi, i cinepanettoni incassano ancora, ma solo con la concessione del periodo natalizio. Non si può più fumare, non c'è più la mitica maschera, le signore sole in cerca di uomini, i pederasti hanno smesso di molestare i ragazzini, si sono spostati su Internet, la censura è molto più di manica larga a livelli di divieti, ma solo in sede definitiva (nel senso: i divieti ai minori di 18 sono diminuiti perché gli autori stessi del film sono costretti a subire vincoli e autocertificazioni prima della presentazione in commissione censura, a dimostrare che il soffocamento della libertà artistica è più strisciante, ma comunque più pesante oggi) Ed anche i divieti, diciamolo, contribuivano a dare un'emozione in più, soprattutto ai ragazzini che aspettavano il compleanno giusto per entrare al cinema o cercavano di stortare l'amico dell'amico dell'amico per poter entrare lo stesso. Oggi si prenota per telefono il posto, si è persa l'immediatezza, c'è una tizia con il prospetto della sala: "quale posto vuole?" L'impressione globale del cinematografo nelle grandi città oggi è che sia un posto molto raffinato, quasi museale, prezioso, molto borghese. La scelta dei film da andare a vedere è limitatissima e bisogna essere molto riflessivi nella scelta, ci sono troppi intoppi che impediscono la visione selvaggia e massiccia, compreso l'andare in sala conoscendo quasi alla perfezione il film desiderato. In più non ci sono più le proiezioni mattutine. Volete mettere la meraviglia di non andare a scuola o prendersi le ferie una mattina d’inverno e infilarsi in un cinema a vedere sparatorie, docce sexy o drammi sentimentali? Uscire con dentro il film, vivere attraverso il film per un’intera giornata? Ecco cosa manca: oggi manca la goliardia al cinema.

giovedì 19 gennaio 2012

Addio a Giancarlo Bigazzi

La notizia mi ha colto impreparato. Avevo giusto un vuoto di idee per riempire queste pagine oggi ed invece un motivo, un triste motivo, l'ho trovato: se n'è andato un "toscanaccio" della canzone italiana, Giancarlo Bigazzi, paroliere, produttore, anche componente del vecchio gruppo degli Squallor. Il suo nome è legato principalmente a Umberto Tozzi, con cui è rimasto in un sodalizio artistico dal 1976 al 1991 e come talent-scout di artisti come Raf, Marco Masini e Paolo Vallesi. Scrisse anche per Marcella, Riccardo Del Turco, Massimo Ranieri, una delle sue ultime collaborazioni è stata E mi alzo sui pedali, insieme a Gaetano Curreri e agli Stadio, canzoni dedicata a Marco Pantani, di cui abbiamo già parlato.
Proprio qualche giorno fa rileggevo le parole di Umberto Tozzi nella sua autobiografia, Non solo io-La mia storia (un libro nel quale l'autore si tira fuori molti sassi dalle scarpe), parole molto dure e sofferte contro Bigazzi, presunto colpevole di alcune scorrettezze e colpi bassi nei confronti del cantante, scorrettezze appunto che furono la ragione dell'interruzione di un brillante rapporto professionale legato a canzoni come Ti amo, Tu, Gloria, Notte rosa, Eva.
Dispiace che sia finita così. D' altronde è innegabile quanto Bigazzi sia stato determinante per i testi di Tozzi nell'inventare insieme a lui quella poesia non-sense pensata proprio per il lancio internazionale, testi forse stupidi ed insieme geniali, che è molto difficile ritrovare oggi nelle canzoni attuali.E da notare ancora, come soprattutto negli anni Settanta e Ottanta Bigazzi sia stato un personaggio boccaccesco, prima insieme agli Squallor e poi, sempre nei testi d'amore, più edulcorati, ma alquanto pruriginosi.

Fare l'amore una volta in più, sarebbe come non farlo...Fatti mangiare e bere dalla mia bocca
(Da Questo amore non si tocca, di Gianni Bella)

Apri la porta a un guerriero di carta igienica e dammi il tuo vino leggero (con Tozzi in Ti amo)

Pensa per te, pensa per te...che a me ci penso da me! (da Pensa per te, di Marcella)

Ti vorrei dentro i jeans (Ti vorrei, Marco Masini)

Addio Giancarlo!



lunedì 16 gennaio 2012

Gli ultimi Litfiba

Dopo gli Stadio, un altro storico gruppo italiano, i Litfiba. Qui, ospiti da Fazio, nuovamente con una presenza scenica impeccabile.


domenica 15 gennaio 2012

Il disgusto educativo

Su questa forma di cattivo gusto è impossibile commentare. Qualunque forma di commento genera un senso di colpa, a noi che stiamo tranquilli nelle nostre case, serviti, riveriti, ci divertiamo, corriamo. Eppure il presente filmato serve per diffondere quella forma di pietismo sterile ipocrita tipico del "facebooker" medio.
Si fa presto a meravigliarsi di questa gente, come fosse un fenomeno da baraccone, svenduto sul web. Proviamo tutti a sforzarci di avere amici così, a passare il tempo con loro invece di svenderli su Youtube e simili.
Eppure c'è un disgusto che serve a qualcosa, ricordarsi del disordine naturale.



"Zelig", che pena....

Non ho mai trattato di comicità, di cabaret in questo blog. Eppure, nonostante i miei lati oscuri e il design di questo blog, l'aspetto comico della vita m'interessa moltissimo, come capace di suscitare emozioni forti. Amo tutto ciò che provoca emozioni forti e quindi il genere comico sa provocare il sussulto della risata come l'horror la pelle d'oca o il brivido e l'erotico un'erezione o una prurigine di natura sessuale.
E veniamo ora alla provocazione del titolo, dopo avere visto la prima puntata di "Zelig", poiché, per via della scelta della passerella di comici in quella puntata, la forte emozione non c'è stata, si è trattato di una gran pena, di una serata scialba, buttata via, ahimé. Una serata dove una delle battute era: "Pensavo che Parigi era la capitale dell'amore, no invece della Francia", alcuni nuovi comici presentati erano a un livello di sagra di paese. Dispiace dover dire questo di una trasmissione molto amata e che, negli anni scorsi, dal 2003 ad oggi, ha lanciato nuovi personaggi e nuovi tormentoni. Purtroppo "Zelig" ha la forza e il difetto di essere una fucina di talenti e di anno in anno presenta sempre cabarettesti nuovi, ma forse nella prima puntata si è tirato al risparmio, in attesa della prossima, la numero 100, dove dovrebbero arrivare le "vecchie glorie" con i loro pezzi che ci fecero ridere a crepapelle.
Ecco, lo scopo di questa critica era, in effetti sparare un po' sulla Croce Rossa, in quanto in pochi si sono lamentati finora della conduzione e della formula proposta da Bisio e in pochi non hanno riso dei nuovi comici...Ma questa volta, a mio parere, è stata una puntata fiacchissima. Bisogna ricorrere sempre al vecchio per aspirare a qualcosa di meglio? Voglio sperare che questa prima puntata sia stata solo un incidente di percorso, un brevetto....


mercoledì 11 gennaio 2012

Cardiofitness, speranza e assurdità

Ieri sera ho visto un film, Cardiofitness di Fabio Tagliavia, una commedia sentimentale moderna, con Nicoletta Romanoff e per la prima volta Federico Costantini.
Un film leggero, veloce, leggiadro, ambientato in una palestra. Una ventisettenne si innamora di un quindicenne. Semplice da dire, difficile da immaginare, difficile da raccontare. Mi piacciono gli squilibri di età, la sfida ad essere accettati da parte di una società che regolamenta anche l'amore; mi piacciono le situazioni assurde quanto romantiche.
E prima di addormentarmi, mentre continuavo a pensare che anch'io avrei avuto bisogno di baciare una ventisettenne, di andare a spasso con lei, quando avevo quindici anni (io più di chiunque altro), riflettevo su quanto il cinema ci serve per evadere, è vero, ma come un boomerang ci riporta con le spalle al muro: da cosa dobbiamo evadere in fondo? Io forse evado dal fatto che non ho mai avuto una ragazza di ventisette anni quando avevo quindici anni, ma in generale si cerca di evadere da una vita che non è esatta. Pochissimi hanno una vita che è come la quadratura di un cerchio. E allora, prima di dormire mi sono detto: ognuno ha le proprie assurdità da inghiottire, le proprie disgrazie. E forse per una ventisettenne avere un quindicenne è un'assurdità. Anche la mia vita è assurda.



martedì 10 gennaio 2012

Commento a Crizia

Scriveva Crizia: Chi sta insieme agli amici e fa tutto come vogliono loro, con il piacere del presente prepara l'odio del futuro.

E' importante, infatti, non scambiare lo spirito di adattamento con il servilismo. Fare come un altro, interessarsi di cose di altri, prendere a modello gli altri è sintomo, a volte, di una mancanza di personalità. L'amico indegno, intercetta al volo il "pollo" e lo sfrutta, trattandolo come uno zerbino. Lo zerbino, intanto, prepara dentro di sé la conversione, l'odio per il futuro, appunto. Non è stato raro trovare nella storia, tipi tranquilli, segretamente plagiati, che all'improvviso arrivano a scoppi d'ira o puntano la pistola.
Puntare la pistola è una ribellione anche contro noi stessi, è anche contro la nostra inerzia che puntiamo il revolver. Solo la violenza, il fatto brutale, ci fa uscire dalla nostra inettitudine, un' inettitudine di tipo sveviano.
Bisogna mandare a fare in culo in tempo, prima che sia troppo tardi.

domenica 8 gennaio 2012

Trailer del giorno

Passi di morte perduti nel buio, un film del 1976 di Maurizio Pradeaux. Mi è sempre piaciuto questo titolo, suona come un incubo che fa tanta paura ai bambini.




venerdì 6 gennaio 2012

Non esco

Non esco. Fin che vivrò a Milano, in questa città con la M maiuscola (dove l'iniziale M sta per qualche altra cosa, senza offesa per il sindaco Giuliano Pisapia, non è colpa sua) diraderò le mie uscite. La mia anima è già fin troppo sdrucita e lavata, candeggiata per poter affrontare lo squallore di una Bovisa, di un viale Monza o, anche semplicemente, il deserto alle 10 di sera in piazza Duomo, il metro fitto fitto alle 7 del mattino, i negozi di vestiti in corso Vittorio Emanuele, i piccioni, l'aria gasata.
Chi mi conosce non mi chieda i motivi. Fin da bambino uscivo di casa solo se c'era un motivo e il motivo era sempre quello di andare a comprare qualcosa. Poi mi tappavo in casa, perché quello è sempre stato un modo per sfuggire allo squallore attraverso fotografie, film, musica.
Ora c'è questo blog, ben venga!!!! Spesso non esco neanche con delle donne che m'invitano, soprattutto quelle donne che non ti dicono nulla, quelle che se te le ritrovi nel letto non le cacci via, ma che anche se non le chiami la tua vita non cambia. Sono spesso quelle donne per le quali devi inventare un copione per passare il tempo, quattro chiacchiere, senza sapere effettivamente cosa pensano di te. L'ambiente fuori non aiuta, in questa Milano con la M maiuscola. Due chiacchiere in piazza San Babila con questa gente? Meglio stare in una stanza di ospedale con una bella infermiera russa che ti legge il giornale, è sicuramente più intrigante.
Milano non è una città sessuale, non provoca, atterra gli attributi. Bisognerà che lo scriva al sindaco Pisapia: "caro sindaco più vivo a Milano e più divento impotente, lo sa?"
No, non esco. Diserto la geografia, diserto i pub, uno vale l'altro. Meglio spendere i soldi in altro modo: una buona idea sarebbe allontanarsi da Milano il più possibile, per capire che cosa è la vita. Quella vera.
Per il 2012 ci saranno nuovi viaggi in cantiere.