martedì 29 marzo 2011

"Anestetico? No, grazie"

Oggi mi sono ribellato a una oculista, una ragazza carina, occhiali, pantaloni aderenti sotto il camice....non mi è piaciuta una sola parola da lei usata: "anestetico". Voleva provarmi la pressione dell'occhio, un concetto che mi fa ribollire lo stomaco, così come l'idea del catetere, questo tubicino che viene infilato su per il cazzo....
"Anestetico" è una parola forte.....non si può usare in un ambulatorio, tranne che dal dentista. L'anestesia implica il riparo da un dolore insopportabile. Voleva spruzzarmi nell'occhio qualche strana sostanza prima dell'operazione, poi conscia del proprio errore deontologico voleva riparare: "Ma no, non sentirà nulla...è una sciocchezza". Alla mia domanda: "se non è nulla allora perché mi mette l'anestetico? Voglio farlo senza allora" non è giunta risposta .Mi sono sentito con orgoglio un vecchiaccio acido, pedante, di quelli con esperienza, che hanno tanto lavoro e pensano già alla clinica svizzera o all'amico dell'amico con esperienza, non a "questa sciacquetta fresca di laurea della mutua".
Ecco, come la vita sia soprattutto una questione di linguaggio. Per quella parolina "anestetico" ho interrotto una visita, sì...non mi vergogno, l'ho fatto. E penso anche chi, leggendomi, dirà che ho esagerato, che sono esagerato, che la "tonometria" è una stupidaggine.
Non me ne frega niente di tutto ciò.....sono stato colto di sprovvista, oggi il mio corpo non voleva essere violato, voleva rimanere puro, incontaminato, non volevo dentro di me sostanze. La prossima volta avrò tempo per prepararmi all'idea.
E penso oggi sul lavoro che un ragazzo dializzato, tra il lusco e il brusco, dopo una concitata conversazione telefonica, mi ha detto: "E' arrivato un rene compatibile per me per il trapianto". Quasi piangeva, è corso dalla psicologa dell'ospedale, non riusciva a sopportare la notizia, l'idea di ricoverarsi. E' buffo pensare che ci si ribella anche a chi cerca di fare del bene per noi. Ma l'autodeterminazione ci spinge anche a scegliere o non scegliere per il nostro corpo qualsiasi tipo di manipolazione indebita. Se uno sceglie di rimanere senza un rene, ha la sua dignità.
Spesso è più dignitoso morire o soffrire che non cedere alle intrusioni dei "medici".

domenica 27 marzo 2011

Dal seno e per il seno


Parliamo oggi del seno, delle tette, delle poppe, di queste ghiandole prosperose, simbolo della maternità, della fecondità, del nutrimento. Scriveva Schopenhauer nel Mondo come volontà e rappresentazione: Un turgido seno femminile esercita un'attrazione straordinaria sul sesso maschile, perché esso, stando in diretto rapporto con le funzioni riproduttive della donna, promette al neonato ricco nutrimento.
Va da sé come sia incomprensibile che la società di quasi tutte le religioni abbia imposto l'ethos della copertura coatta del seno, come organo del pudore o dello scandalo. Perché mai ci si dovrebbe vergognare di due ghiandole che danno nutrimento? E poi sono anche buffe e tenere a vedersi, no? Non sono sporche, sono silenziose...sì magari possono essere bruttine in alcune donne, ma nessuno è perfetto. Però non si può mettere sullo stesso piano un seno che produce latte e un culo che produce merda, pur avendone similari rotondità, no?
Ma forse se non ci fosse stato il "sacro" divieto l'uomo non ne proverebbe attrazione....però questa teoria può essere facilmente smentita: penso al giubilo dei gay quando possono vedere dei bei pettorali di un bagnino al mare o di un manovale per strada in piena estate. Insomma noi etero non possiamo in tutta serenità vedere un paio di tette al vento per strada in piena estate.
Molti sognano anche il loro latte, ma purtroppo anche provare ad assaggiare quel sano e misterioso latte che abbiamo bevuto a fiumi da piccoli è un'impresa assai ardua, perché le donne non ne hanno riserve permanenti. In condizioni di "normalità" si può solo succhiare il capezzolo, come atto simbolico, ma è sempre un atto simbolico, perché il latte da una donna non puerpera o gravida non esce. Però l' Inghilterra ha fatto un'operazione bizzarra, quanto intelligente. A Londra esiste una gelateria che produce del gelato con latte materno, pastorizzato, un gelato sexy, se vogliamo, che serve anche a contrastare la crisi perché alle donatrici vengono offerti dei soldi. Qui l'articolo di riferimento.
Ed ora un'altra notizia concernente il rapporto seno e alimenti: in Bulgaria è nata una birra che fa crescere le poppe e va a ruba, prodotta con un misterioso ingrediente segreto che potenzia il petto femminile; non dobbiamo nasconderci che se questo fosse vero (siamo in via di accertamento) avrebbe come conseguenza una flessione parziale di attività per i chirurghi estetici, ma chi se ne fotte, se vogliamo. In ogni caso avremo un motivo in più per pensare che le donne bulgare siano molto belle.
Insomma eccovi raccontato due notizie che arrivano da due Paesi che sembra vogliano uscire dalla banalità di tutti i giorni e cercano con ogni mezzo di dare un po' di felicità ai loro cittadini.
Gelato dal seno....e.....birra per il seno.

venerdì 25 marzo 2011

Luca Napolitano vs Umberto Napolitano

Sotto uno stesso cognome, una stessa professione diversi stili, diversa musica, un'altra epoca, un'altra classe.....












Senza tecnica

Avete mai pensato a vivere in un mondo dove non esiste la tecnica, dove non vige assolutamente il detto: "non si nasce imparati"?
Un mondo dove chi nasce vive di quel che sa fare, dove non occorre imparare nulla dagli altri, s'impara in base alla propria autodeterminazione e ai propri talenti naturali...e chi non sa fare nulla non farà nulla. I nullafacenti avranno una dignità, una vocazione a non fare nulla.
Un mondo senza tecnica sembra essere meno faticoso, più accessibile, più fluido.

giovedì 24 marzo 2011

mercoledì 23 marzo 2011

La sindrome del viaggiatore solitario

Viaggiare? Sìììììì..viaggiare, cantava qualcuno.
Se mi si chiede se amo i viaggi di piacere, quelli turistici, rispondo di sì, certamente. Eppure, non so perché (ecco le pure contraddizioni della vita) non c'è cosa che mi crea più stress di un viaggio, soprattutto se è pianificato e prenotato da troppo tempo, come se il viaggio fosse un "macigno" definito, bell'è pronto, davanti a me, che mi aspetta, da consumare e da erodere. E nel lasso di tempo che mi separa da questo appuntamento col viaggio, m'interrogo se sarò in grado di erodere, di sfondare a poco a poco, diluito nei giorni, questo macigno dalle mille incognite, mi chiedo se non ci saranno traversie che mi impediranno di raggiungere lo scopo.
Poi mi chiedo spesso che senso ha viaggiare da solo...se viaggio solo è perché non ho di meglio di fare, non per scelta....e se posso viaggio solo in posti già conosciuti o che mi danno una certa familiarità. Non andrei solo in India, in Islanda, in Turchia, in Giappone, in America e via dicendo. Dovrei crearmi un interesse segretissimo là...ecco, i turisti sessuali devono viaggiare per forza soli...oppure quelli che devono andare in un particolare negozio o visitare un particolare museo che non interessa a nessuno.
Amo, in generale, la condivisione del viaggio, non voglio digerire questo macigno tutto da solo e poi raccontarlo a chi non era con me....qualcuno con me ci deve essere sempre.
Ma anche trovarsi così dei compagni di viaggio di carne, puri oggetti, pure bambole dalla pura compagnia fisica, persone che magari fanno un favore ad accompagnarti? Anche tutto questo, che senso ha? Che senso ha?
Che senso ha elemosinare la compagnia di un viaggio? Ecco, un altro argomento interessante su cui riflettere è: come nasce il progetto comune di un viaggio? Qual è il passaggio vero e proprio che spinge due/tre persone al passare dal fantasticare all'azione ("ok, prenotiamo, andiamo, facciamo). Spesso molta gente perditempo si ferma solo alla fantasia, poi si caga sotto, è distratta o incapace di organizzare. Com'è che è possibile selezionare il giusto compagno di viaggio?
E soprattutto: occorre sempre e soltanto subordinare la meta di un viaggio agli accompagnatori? E se uno non troverà mai qualcuno disposto ad accompagnarlo e non vuole assolutamente viaggiare solo, che può fare? Sì, la risposta è sforzarsi di rimanere da solo, molto semplice. Entrare nella dimensione che è bello essere soli....ma come si può rendere bello qualcosa che forse soggettivamente non è?
La seconda risposta è la rinuncia....Quindi il viaggiatore è spesso anche un esploratore dei propri sogni, un accattone di amicizia, un perenne insoddisfatto. Insoddisfatto anche quando viaggia in posti che non gli interessano granché, solo per il gusto di esplorare il mondo in compagnia.
Insomma, gli accattoni di amicizie saranno sempre insoddisfatti, come chi non ha mai il pane.
E per finire, per tagliare corto, il viaggio è bello, ma forse è bello anche nel suo stress.

lunedì 21 marzo 2011

Pensieri brulicanti

Sento pensieri che brulicano come formiche....
e vorrei dare una forma al disordine
un colpo e via...
spariamo ai pensieri,
facciamo strike!
Che cadano stecchiti questi pensieri....
e solo poi regnerà il silenzio.
Ma poi c'è l'ombra delle lacrime
l'alba di un silenzio
che mi paralizza.

giovedì 17 marzo 2011

150: l' Italia che canta

Oggi 17 marzo, l' Italia è in festa.
Ma al di là di quell'odioso tam-tam mediatico e commerciale, qualcuno si fermerà mai a chiedersi cos'ha significato l'unità d' Italia nel nostro Paese?
Si può ancora parlare di orgoglio di essere italiani oggi?
Questa festa sarà un'occasione per recuperare valori perduti?
Questa festa è una festa che non richiede discussione, è un passaggio obbligato?
Cosa unisce l' Italia?
Cosa divide l' Italia?
Si può amare incondizionatamente l' Italia senza passare per fascisti?
Si può disprezzare incondizionatamente l' Italia senza passare per anarco-comunisti o per leghisti?
Quanti sono realmente convinti di quel che pensano in Italia?
Quanti sono realmente convinti di quel che dicono in Italia?
Nonostante tutto.....malgrado tutto....Viva l' Italia.



Foxy Lady

Un grande successo di Jimi Hendrix....

mercoledì 16 marzo 2011

L'uomo è ciò che mangia

Feuerbach, il filosofo, scriveva L'uomo è ciò che mangia. Egli intendeva parlare soltanto della sua essenza materiale e corporea, ma rendiamoci conto di che cosa voglia dire questo aforisma oggi.
Se l' uomo è veramente ciò che mangia, ci sarebbe da discutere sull'infimo valore di questa umanità...Però qual è l'essenza di un uomo che si nutre a Kebap, insalatone, frullati, hamburger, panini ed happy hour? Forse è lecito anche considerare anche il "come mangia", non solo il cosa mangia...Quindi: l'uomo è come mangia.
Qual è l'essenza, quindi, di un uomo che mangia poco e in fretta? Di sicuro il poco e la fretta, richiamano un solo concetto: incompletezza....Essere incompleti è come essere materia di scarto, volatile, merda trasparente e inodore, fastidiosa a vedersi, ma nemmeno visibile. Di sicuro anche il mangiare, lo stile del mangiare riflette nuovamente la precarietà del XXI secolo.
Si può pure mangiare poco...ma è soprattutto la fretta che uccide la vera essenza dell'uomo e lo fa incompleto. Quindi sì, magari allora meglio due o tre hamburger che uno solo, gustati nella giusta calma e tranquillità. In ogni caso il disinteresse per il cibo generalizzato (che sfocia in gravi forme di anoressia), come se nutrirsi fosse un optional, è la riprova che questo essere umano ha venduto l'istinto, si è professato alla disumanizzazione permanente.
Diffido sempre di chi non beve nemmeno un bicchiere d'acqua a pranzo....Il digiuno, la focaccia del panificio, il panino sul sagrato, il tramezzino in piedi, lo yoghurt davanti al computer mi stanno sul cazzo. E' sicuramente più dignitosa la dieta macrobiotica o la nouvelle cuisine....

lunedì 14 marzo 2011

Essere un coito

Non posso sopportare il mio sonno coperto dai tuoi gemiti lontani,
tra le braccia del tuo uomo;
non posso addormentarmi sull'ombra del tuo corpo sbattuto e aggredito.
Vorrei salvare il tuo corpo dal pesante, incessante e opprimente ritmo coitale.
Voglio essere un coito.
Voglio essere un coito.
Non voglio essere parte di una visione...
Voglio essere un coito
un coito senza pensieri
perdermi nei movimenti
alienarmi nei movimenti
dissolvermi nell'ondata di un orgasmo.

domenica 13 marzo 2011

Finlandia

L' introduzione mette i brividi....



sabato 12 marzo 2011

Il compleanno di Dylan Dog

Eh già....dimenticavo che ormai sono passati venticinque anni dall'uscita in edicola di un fumetto ormai diventato molto popolare, Dylan Dog. Correva l'anno 1986, il primo numero, la prima storia si chiamava L'alba dei morti viventi. Lui era chiamato anche "indagatore dell'incubo", partorito dalla mente di Tiziano Sclavi, che gli diede i natali sulla carta, Dylan, stereotipo dell'eroe hollywoodiano, somigliante a Rupert Everett, dotato di una ironia molto "noir" (la sua esclamazione più tipica era "giuda ballerino"), ammirabile ed inviadibile rubacuori, attorniato dal convivente-maggiordomo Groucho (che era poi Groucho Marx), instancabile rompipalle da battute di spirito non richieste e l'ispettore Bloch di Scotland Yard, suo compagno di avventure durante i sopralluoghi dei delitti, per i quali era sempre richiesto un antiemetico. L'idea della Sergio Bonelli Editore era innovativa, creare un eroe di storie horror, non più western o poliziesco, ma un sano horror di derivazione soprannaturale. Ormai da anni le uscite hanno superato abbondantemente il numero 100, non so attualmente quante ristampe ci siano ancora in circolazione. Scoprii Dylan Dog non subito, qualche anno più tardi, esattamente nel 1989, quando un mio compagno di classe mi prestò una sua copia del numero 29, intitolato Quando la città dorme, un soggetto ispirato alla serie di Nightmare. Sì, perché i soggettisti adattavano molto spesso le trame di film famosi alle avventure di Dylan Dog, questo espediente era molto kitsch, ma, in fin dei conti, che cosa si voleva pretendere da un esempio di cultura pop?
Ai tempi ero veramente appassionato di horror, non come oggi, che lo sono solo marginalmente, avevo il bisogno di vivere quel tipo di storie non solo al cinema , ma sulla carta. Il fumetto poi è la soluzione intermedia tra le immagini e la scrittura, un libro più veloce, senza descrizioni, abolisce la lentezza e l'approssimazione dell'immaginazione. Ma come sempre apprezzo le cose quando sono conosciute da pochi. Da quando mi sono reso conto che Dylan Dog cominciava a essere a rischio di business, ho lasciato perdere, non l'ho più comprato. Arrivai all'incerca al numero 55 o giù di lì....Vendetti in blocco tutti i miei numeri, quasi ritenessi concluso un periodo della mia vita. Non so, leggere Dylan Dog per me non era come guardare un film, ma nemmeno come leggere un libro. Libro e film sono entità scomode, distanti, monolitiche..il fumetto ti accompagna ovunque, senza sforzo, nel bello, nel brutto, lo puoi rileggere infinite volte Su un numero di Dylan Dog scrissi "Ti amo" a una ragazza prima di prestarglielo...Tornando a noi: più Dylan Dog stava diventando una tamarrata e più ero sempre meno invogliato a comprarlo. Oggi è un fumetto come gli altri, come mille in circolazione....Per i venticinque anni, pare che esca finalmente il progetto di un film a lui dedicato, Dylan Dog. Il film, girato nel 2010, ma atteso per questo marzo nelle sale italiane, per la regia di Breck Eisner. Nel 1994 già Michele Soavi girò Dellamorte Dellamorte, ispirato all'omonimo romanzo di Tiziano Sclavi, spunto di ispirazione per lo speciale Dylan Dog del luglio dell' 89, intitolato Orrore nero.
Insomma.....ormai di acqua sotto i ponti ne è passata. Con nostalgia, ricordo il "mio" Dylan Dog.

venerdì 11 marzo 2011

Amare la propria la malattia

Amarsi vuol dire amarsi anche quando si sta male.
Amare la propria malattia non vuol dire mettersi il cappotto, imbottirsi di aspirina, cortisone, antibiotici e uscire, dimostrando al mondo la nostra cattiva compagnia, il nostro malessere.
Amare la propria malattia vuol dire accoccolarsi in essa, per il piacere di sentirsi perduti, per ascoltare il proprio corpo, fermarsi a sospirare nel tempo.

giovedì 10 marzo 2011

Un po' di revisionismo su Brass

Sono sempre stato dell' avviso che le idee, le opinioni si possano cambiare, quindi è cosa saggia fare a volte del revisionismo, non solo in politica.
Ecco, ho rivisto alcune pellicole di Tinto Brass dopo anni, ho scoperto una sua intervista trasmessa recentemente su Rai 5 e devo dire che in fin dei conti non rappresentano tutto questo erotismo. Ma come si fa a etichettare Tinto Brass come il solo rappresentante dell'erotismo all'italiana? L' Italia non è stata forse capace di fare meglio di lui? Ma sì, certo che sì!!! Vogliamo parlare di Samperi? Brass è sicuramente un notevole esteta, una preparazione culturale degna di un cineasta della nouvelle vague, se vogliamo, contatti con il cinema francese e con alcuni grandi "maestri" storici, come Fellini o Rossellini. Ma, a mio avviso, vi è un grosso iato tra l'autopresentazione incensante e colta dei propri film e gli stessi risultati ottenuti. Probabilmente da oggi rientrerò nella cerchia di chi, secondo il Maestro, non è degno di comprendere le sue opere. Non parlo di una questione morale e nemmeno di prodotti indegni di far parte di un cinema d'autore, no, il punto cruciale è poi questo: i film di Brass, superata una certa età, non fanno tirare più il cazzo (o non fanno bagnare). Del resto le sceneggiature brassiane sono molto povere, ridotte a tette, culi, con canovacci ormai ripetuti alla nausea, pose, scenografie, battute stereotipate, un erotismo dal marchio di fabbrica, ma sempre lo stesso, che può piacere o non piacere....e trattandosi di un erotismo all'interno di un prodotto che nonostante le buone intenzioni è pur sempre commerciale (o considerato tale in Italia) non può che far leva che sulla stimolazione delle emozioni e dei bassi istinti, esattamente come un horror, il cui compito è spaventare. Certo, un adolescente è di bocca buona, ma un adulto si aspetta qualcosa di più, magari anche uno studio più attento dei personaggi. Nei film di Brass post-Chiave, cambiano i nomi, i culi, ma, come si suol dire, invertendo gli addendi il risultato non cambia. E tale risultato è sempre il medesimo: personaggi femminili che ovunque li metti sono sempre puttane e con una scarsa propensione alla recitazione; scenari da bordello anche in appartamenti privati, con l'uso di specchi, di arredi o luci o blu o rossi; riprese voyeuristiche che si limitano quasi esclusivamente al culo o al pube (perché non riprendere anche bocca, lingua, ascelle, piedi? Cercare un erotismo anche nella ripresa di zone non erogene, insomma, e soprattutto non limitarsi a farlo scaturire unicamente dal nudo), rapporti meccanici e molto frettolosi, numerosi e talvolta non giustificati nella trama; il tema ormai abusato del tradimento che rinforza l'intesa di coppia. Insomma, "visto uno, visti tutti" ( o quasi). Le ultime opere di Tinto sono una fotocopia dell'altra (Monamour, l'ultima, non ha avuto neanche una distribuzione al cinema) sulle quali non serve nemmeno fare troppi discorsi. Oltretutto l'immagine della donna che Brass propugna non esiste nella realtà di tutti i giorni, è una donna perlopiù desiderata e per giunta solo dal sesso maschile. L'erotismo di Brass è molto da caserma, insomma, ruspante, pecoreccio, semplice, che scivola a volte nella farsa e nel comico (un obiettivo da molti non ottenuto o non perseguito a dovere)....insomma niente raffinatezze, niente perversioni vere, però serenità e farsa compiaciuta. Ma allora Brass si è preso dei meriti e quali per i suoi film erotici? Sì, dei meriti ce li ha, meriti che riguardano l'aver creato uno stile "restauratore" di un erotismo anteguerra, ingenuo e di poche pretese, meno cerebrale e di aver effettivamente compiuto il tentativo di realizzare un cinema erotico monotematico d'autore, un cinema che, nel bene o nel male, ha una sua filosofia e il suo lato positivo nel propagandare il messaggio di una sessualità libera e gioiosa contro le maglie repressive del Vaticano. Irresistibili le provocatorie blasfemie brassiane nel far comparire uomini di chiesa in contesti non proprio da educande...
Per Brass possiamo parlare di cinema erotico d'autore, ma, certamente, non è il solo ad aver trattato questo tema...che si pensi che solo Brass sappia fare erotismo al cinema non è accettabile. Onestamente mi ha fatto tirare di più il cazzo Nanni Moretti insieme a Isabella Ferrari in Caos calmo che Così fan tutte, Monella o Paprika messi insieme. Forse sarò stato duro, ma, in ogni caso, considero Brass un notevole cineasta, forse un po' sprecato per le scelte che egli stesso ha deciso di intraprendere da una trentina d'anni a questa parte, scelte vincenti per un lato, ma poco valorizzanti dall'altro.
Ecco l'intervista realizzata per Rai 5, nella quale emerge veramente chi è Tinto Brass. Chi non conosce bene questo regista, consiglio allora di vedere attentamente i filmati.





domenica 6 marzo 2011

"Gianni e le donne"

Attendevo con curiosità di vedere l'opera seconda di Gianni Di Gregorio, Gianni e le donne, ormai rimasta in pochi cinema. Eppure la seconda fatica di questa nuova -oldies promessa del cinema italiano mi ha lasciato un poco perplesso. Trattasi di una sceneggiatura che gira intorno a se stessa, menando il can per l'aia, non risolvendosi pienamente in eventi avvincenti o significativi.
L'idea-base del film è il risveglio senile del desiderio e il tentativo, quasi per seguire una moda moderna, di sperimentare delle relazioni erotiche con donne più giovani. Ma l'innocenza, la disillusione e la goffaggine del buon Gianni sembrano non collimare con le benevoli pressioni del suo amico, che lo spinge nelle braccia di tutte le donne che gli ronzano intorno.
Riuscita bene la descrizione del continuo approccio fallimentare con le donne, del buffo impaccio di un uomo buono, posato, ingenuo, che sembra indossare una maschera, non sentendosi a suo agio nel compito affidatogli e la comicità parte tutta da questa contraddizione; del tutto assente il momento risolutivo, si è portati a credere, alla fine, che questo Gianni sia il manifesto dell'impossibilità di nuove relazioni a una certa età. Le uniche donne con cui va insieme sono quelle nei suoi sogni, sui titoli di coda, ma la sua realtà quotidiana, divisa tra la madre, la spesa e una vicina molto carina della quale non sa approfittare, sono un'autentica tragicomica frustrazione.
Un film introspettivo che volutamente vuole nasconderci i pensieri di Gianni (i fatti sono un contorno, non sono i veri protagonisti), sappiamo quello che vive e capiamo che forse prova qualcosa, ma non sappiamo cosa. Quello che ci rimane è una comicità molto tenue, qualche sorriso ogni tanto, una bella Roma estiva e un'atmosfera da cortometraggio, spicciola, minimalista.
Gianni Di Gregorio ricorda molto la gentilezza, la poesia e il buffonesco di un Marcello Mastroianni invecchiato.
Qui il link di una scena, tra le più riuscite.

sabato 5 marzo 2011

Silenzio e morte

Stamattina ho partecipato a un funerale. Ogni volta che partecipo a un funerale non si può fare a meno di trovarsi dentro quella cortina di silenzio, di rispetto, un silenzio profondo, neanche al cinema c'è un silenzio così. Mia mamma mi ha sempre detto: "E' la voce della morte".
Sì, è vero...forse la morte parla così, ma io dico: "non si può sentirla parlare diversamente?" Anzi, se tutti noi, non la facessimo parlare, non sarebbe meglio? Se fossimo distratti, sacrileghi, sfacciati anche di fronte alla morte? Ma sì! Perché non si può fare così? Perché non ascoltare musica allegra, chiacchierare, perché non irriderla questa morte? Perché tuffarsi dentro questo silenzio abissale, immedesimarsi tutti insieme nel dolore, recitare la parte degli sconfitti del dolore?
Non è meglio ridere scioccamente, nell'ultimo disperato tentativo di elusione della morte?

mercoledì 2 marzo 2011

"Lei balla sola", un successo silenzioso

Nel 1984 a Sanremo si presentò un tale di nome Fabio Vanni tra le nuove proposte. Quello dell' 84 fu uno strano Sanremo perché se da un lato rappresentava l'apice del nazionalpopolare e del kitsch perchè si cantava in play-back, glorificando e giustificando la musica come vetrina commerciale, dall'altro poteva contare su una scelta di brani molto orecchiabili e d'avanguardia di autori interessanti. Uno di questi, appunto, è Fabio Vanni che si presentò in gara con Lei balla sola, dedicata a un amore platonico, una ballata elettronica "facilona" quanto efficace, di buona orecchiabilità, in stile anni Sessanta. Non ne parlerei affatto se si fosse trattato di un episodio musicale legato a quel festival; stranamente questo piccolo anonimo brano è diventato un discreto successo popolare. Il motivetto probabilmente è arrivato alle orecchie di tutti, soprattutto perché sono state fatte di questa stessa canzone numerose versioni. Di certo però quasi nessuno lo collega al nome di Vanni. Cosa abbia portato a tanta acclamazione nel tempo è ancora da chiarirsi, dato che Fabio Vanni attualmente non ha una voce completa su Wikipedia e non è nemmeno mai arrivato al primo posto in classifica. Un discreto successo come quello di molti,ma non di certo si poté parlare di un "fenomeno musicale" sul quale si sarebbe potuto scommettere in futuro. Steve Allen approfittò per farne addirittura una versione inglese,Letter from my heart, internazionalizzando il brano per renderlo noto in Europa, come italo-disco. Evidentemente la canzone ci è giunta attraverso Steve Allen, è passata persino in Germania, dove Angie St.John ne ha fatta un'altra versione, fino a Fiorello che negli anni '90 l'ha ritirata fuori e l'ha incisa più ritmata, meno ricercata, ma più estiva, dove la melodia ne esce esaltata ancora di più, con l'apporto di un giro di chitarre elettriche che mancava. Insomma ,Fabio Vanni senza volerlo è diventato una star, degno di essere perfino ospitato da Carlo Conti. Ecco quando si può diventare famosi senza vendite o primi posti.
Nessuna pretesa di considerare Lei balla da sola un capolavoro assoluto, è soltanto una gradevole canzone da spiaggia che può rievocare forse la spensieratezza di una giovinezza vissuta o perduta. Ma soprattutto un amore perduto o mai avuto...
Ascoltate tutte le versioni.