giovedì 28 maggio 2009

Facebook e il lavoro

Ormai è da diverso tempo che si leggono articoli giornalistici da più parti del mondo, dove sembra che Facebook sia stato la causa di alcuni licenziamenti. E' successo in Inghilterra, poi in Finlandia e adesso qui: in Italia. Il motivo del licenziamento pare sia, aver creato un gruppo o aver semplicemente espresso un' opinione negativa, colorita ai danni dell'immagine di un'azienda. L'ultimo caso, la ragazza italiana, aveva creato un gruppo per lamentarsi del suo posto di lavoro, ma, a quanto pare, basta scrivere in bacheca: "che palle", "il mio capo lo strozzerei" per ricevere in men che non si dica il benservito. E mentre il qualunquismo più becero, i giornalisti più pecoroni si addannano a raccomandare all'attenzione, alla prudenza,a demonizzare le nuove tecnologie, nessuno si pone un semplice problema: come fanno certe aziende a risalire ai dati degli iscritti, alle loro bacheche? Si sa bene che per poter visionare fotografie, bacheche dei membri di Facebook bisogna esserne iscritti ed avere richiesto l' "amicizia" al diretto interessato. E', quindi, l'interessato a fare da "filtro", a permettere o meno l'ingresso di "amici" che potrebbero avere il libero accesso sui dati sensibili. Non commettono forse "loro", le sedicenti aziende un grave illecito alla privacy, un'ignobile operazione da hacker? Mentre ci rimettono i più deboli si colpevolizza Facebook e la società complice permette l'esistenza di certe persone, di certi giri di potere che si "permettono" di accedere a liberi pensieri privati di cittadini e sulla base di ciò programmare un licenziamento.
L'informazione non ci dà tutte le notizie, mi auguro che le persone ora disoccupate abbiano fatto ricorso. Ma mi sembra evidente che questo scempio deve finire, mi sembra chiaro che il mondo del lavoro sia una merda....Solo nel lavoro, un "certo" lavoro, entri in guerra.

Mal di denti

Mal di denti, partenze malsane
mal di denti per settimane.
Mal di lenti, giro lento d'angoscia
mondo sbiadito
mondo appannato.
Dentro un bicchiere
cerco una fuga
cerco una coccola
scappare e correre
non svegliarsi...
non ammettere il proprio destino...
O il patibolo odontoiatrico
o un "moment".
Mal di denti, fuga disperata
contro il destino
contro il proprio corpo:
lasciatemi stare.

lunedì 25 maggio 2009

Semantica dello stronzo

Oggi parliamo di stronzi...o meglio di una teoria del significato dello "stronzo". L'espressione "semantica dello stronzo" non è mia, ma è del filosofo Stefano Bonaga. Qui il link di riferimento: http://digilander.libero.it/unno2/navighiamo/Bonaga.htm.
Comunque, cercherò di delineare il pensiero di Bonaga, ampliandolo attraverso quello che è invece il mio pensiero.
Prima di tutto, una domanda e una constatazione da cui parte lo stesso Bonaga: si sa cosa sia uno stronzo (cioè al limite è la forma fecale cilindrica inconfondibile), ma non si sa chi sia lo stronzo, cioè è quasi impossibile definirlo, anche se sappiamo bene chi abbiamo di fronte quando ci riferiamo al suddetto.Abbiamo un'idea chiara e confusa dello stronzo.Non è un nichilista, non è figlio della merda cosmica che ci circonda, ma probabilmente e indirettamente lo è anche. Recentemente è stata fatta anche un'indagine sociologica (che viene dall' America) che si è proposta di stilare un manuale contro gli stronzi sui posti di lavoro, una di quelle indagini pacchiane che solo gli americani architettano..Bè, la definzione che ne è giunta è stata questa: lo stronzo è colui il quale ogni volta che apre bocca ti fa a sentire a disagio, definizione generica, ma che si attaglia alla perfezione.In definitiva lo stronzo ha quella buona dose di malvagità che non guasta, ma non è così malvagio perché è vigliacco, anzi, la vigliaccheria fa parte della sua distorta intelligenza. Ecco, perché al limite, come insulto, stronzo è forse meno offensivo di stupido, di babbeo, imbecille, perché in fin dei conti non tocca l'intelligenza, ma la esalta (quel poco).
Spesso si tende a far confinare la bontà con la stupidità e la malizia con l'intelligenza...Lo stronzo può anche essere calcolatore e manipolatore, come invece, può essere semplicemente disonesto, ma mai completamente stupido.
Dalla sua lo stronzo ha quel puzzo simbolico che lo avvicina al suo correlato reale, da allontanare, e nel suo allontanamento Bonaga ne ha tracciato i confini spaziali, alto, destra, sinistra, basso.Nello stronzo vigono i segni dell'allontanamento e del disgusto e, tendenzialmente, possiamo riportare questo disgusto anche alla bassezza morale di una persona: lo stronzo fecale può essere grossissimo ma spunta dalle parti basse, prodotto di scarto, ente repellente, inanimato, un inquietante orpello corporeo che si elimina.
Se vogliamo è come il prodotto di un parto "rovesciato", un parto invertito e forse un po' demonico, dato che lo stronzo è come un figlio, ma, intanto nasce morto come un Anticristo, ce se ne libera subito, dà fastidio, non dà gioia, repelle. Eppure? Eppure è cosa nostra, nasce dentro di noi. Acuto il legame che Bonaga istituisce tra stronzo e godimento a sancire forse un rapporto alquanto ambiguo che abbiamo con la stronzaggine. Non avete mai sentito certe donne dire di un uomo: "mi piace stronzo...lo cerco stronzo". Ma cosa amano di questi stronzi? La bassezza, la cattiveria? Cosa? Forse nello stronzo c'è l'idea di virilità, certo. E' più virile uno stronzo di un imbecille, senza ombra di dubbio.
Lo stronzo è cilindrico, quindi fallico...in un certo senso molto maschile e virile. Ecco dunque spiegato anche il parallelismo di Bonaga stronzo/sesso: lo stronzo finisce per essere sessuato: anche se è di "proprietà" femminile è di pertinenza maschile, suona meglio al virile. Fin qui un'interpretazione: aspetto comunque la contro-risposta delle femministe della merda, le esaltatrici della stronzaggine del gentil sesso (che finisce per non mancare mai ed è sicuramente più corrosiva di quella maschile).
En tous cas o malgré tout (come preferisce dire Bonaga nel suo scritto) lo stronzo è sopra, accanto, a destra e a sinistra di noi. Facciamo il possibile per combatterlo (o in alternativa per amarlo).
Grazie per la vostra atroce attenzione per un atroce argomento.

giovedì 21 maggio 2009

Impotenza ed eiaculazione precoce

Gli uomini si dividono in due partiti: il partito degli impotenti e quelli dell'eiaculazione precoce. Io appartengo a quello degli eiaculatori precoci...Ma in realtà tutte queste "malattie" non sono realmente tali, sono il simbolo dell'uomo,che non può essere mai una macchina perfetta. Appunto, l'uomo non è una macchina.
Non si soffre di eiaculazione precoce...Si soffre dei giudizi degli altri o di aver mancato il giusto appuntamento con gli ovuli per propagare la specie.
In fondo è sempre la specie a creare problemi, ma io sono contrario ai figli per definizione.
L'impotenza fisica non è una patologia, è un aspetto del maschio. La vera "impotenza" verso cui rassegnarsi è il disinteresse sessuale, non la "cilecca" di una sera, di due, di tre.
L'uomo può essere semmai "non-potente" (ieri, oggi o domani), ma raramente "impotente". Se l'impotenza, tradizionalmente intesa, è curabile, questo è segno della sua provvisiorietà. Quindi al mondo esistono più "non-potenti" che "impotenti".Gli "impotenti" assoluti sono incurabili e ne esistono pochi, per fortuna.
La vera tragedia è non godere per sempre.....

Bisogno di incertezze

Ho bisogno di incertezze perché altrimenti non avrebbe più senso pensare, non avrei più dubbi. Un essere senza pensieri è un morto.
L' Italia berlusconiana è morta da tempo.

Chiavati in società

Viviamo in una società chiavata e chiavante, dove vige il culto del dare e il culto del prendere.
Una società anti-chiavante sarebbe una società basata sull'autosufficienza e sull'altruismo.

martedì 19 maggio 2009

Le malattie infettive

In tutta la mia vita ho fatto solo una malattia infettiva e non sono neanche sicuro quale sia stata, se rosolia o scarlattina.
Sarà forse per questo che sono ossessionato dai contagi? "Ti è andata bene sempre, ma devi stare in guardia Carlo!", ecco una frase quasi rituale che batte forte i suoi rintocchi nella mia coscienza.
Ma forse sono troppe le malattie contagiose, troppe..pensare ad ognuna di esse significherebbe non vivere più serenamente. Nell'angoscia, il rischio è come un salto nel vuoto, "non pensarci" è come buttarsi da un trampolino. In questo periodo sto attendendo al varco una possibile varicella, forse sono stato contagiato, sono stato insieme una persona che poi l'ha contratta; in questo periodo c'è anche la febbre suina; la cautela e l'attesa, insieme alle opinioni stronze della gente. In realtà ognuno dovrebbe imparare ad angosciarsi, molto stoicamente, padroneggiare l'angoscia, fare i conti con l'angoscia...perché l'angoscia è umana, vera...La serenità è il belletto dell'angoscia, il suo fard, il suo fondotinta; però è pur vero che truccarsi lo spirito è altrettanto attraente e conveniente, quasi quanto truccarsi il volto.

domenica 17 maggio 2009

Spirito di delegazione

Spirito di delegazione,
rinvio
rinvio
rinvio
rinvio
sassi nel mare
cerchi nell'acqua.
Io dove sono
dove andrò?
come finirò?
morirò?
affogherò?
dov'è l'azione?
Fanno gli altri
fanno gli altri
tutto gli altri
cosa rimane?
cosa rimane?
Delegare
delegare
voglio delegare....
Non sono stato
non c'entro
non sono io
non l'ho fatto io
i miei nervi riposano
delego, delego, delego,
e sparo
sparo
sparo
sparo in alto la pigrizia
la evolvo
la devolvo
la gestisco
la tradisco
la trasformo
ciò che non faccio lo fai tu
sono il rivoluzionario
che predica bene,
ma razzola male.
Ciò che non faccio
lo fai tu...
lavora servo!!!!
Io non c'entro
io non lo faccio
parola d'ordine:
"non me ne frega un cazzo"!
Non m'interessa...
quello che mi piace
non te lo dico
dimmelo tu
non so decidere
indovina tu
decidi tu.
"non me ne frega un cazzo"
Spirito di delegazione...
delego il mio corpo
a buttarsi di sotto...
non mi sono ucciso,
non l'ho fatto io.
Ma dopotutto....
cosa faccio?
Non penso troppo agli altri?
E io?
E io?
"spirito di delegazione"
"non me ne frega un cazzo"
"non è di mia competenza"
"non....non..non..non..."
Sì, il "non" è l'unica medicina
che mi fa stare tranquillo..
Assumete dieci gocce di "Non"
"Non mi rompete il cazzo"
"Non me ne frega un cazzo"
Spirito di delegazione
spirito di delegazione
Ma adesso diamoci un taglio...
tagliatemi il pensiero,
la parola, caricatemi la pila...
E invece spirito di delegazione
senza soluzione.

Luoghi comuni sull'amicizia

Uno dei tanti luoghi comuni sull'amicizia si riassume nell'espressione: "gli amici si scelgono", da intendersi forse non come scelta attiva, ma come scelta passiva.
Non ho mai visto nessuno andare in giro alla ricerca di amici su misura....Non ci si alza la mattina in cerca di amici, come si va a caccia di farfalle (cioè, intediamoci, sarebbe assolutamente bello, ma così non può essere). Allora qual è la natura di questa scelta? Scegliere gli amici..Ma cosa vuol dire scegliere?
In pratica forse vuol dire trovarsi "mplicato", la scelta è più un assenso che una selezione...Ma ciò che mi sento di contraddire è che l'assenso sia libero....Spesso non è libero, è confuso, incerto, viziato da pregiudizi, da supposizioni, perché l'amico si nasconde, non si fa conoscere..E infatti conoscere un amico nel profondo, vuol dire forse far morire l'amicizia, perché conoscere qualcuno per davvero, vuol dire conoscerne i suoi aspetti negativi, che se non sono, in qualche modo, mitigati, giustificati, ammorbiditi dall'amore, sono, al tempo stesso, la tomba dell'amicizia.
Quando magari si è capito che un amico non fa per noi, è troppo tardi...ormai lo si è scelto indirettamente ed è difficile tornare indietro suoi propri passi, non si può gettare alle ortiche un amico, siamo persone civili...Accade spesso che un amico non lo si vorrebbe più vedere, ma la sorte della vita ti fa continuare a vederlo, c'è sempre qualcosa che si può apprezzare in lui. Ormai la scelta è fatta! La scelta ha sempre qualcosa di fatale, di inderogabile, scegliere è anche un rinuncia, ma una volta rinunciato, tornare indietro è difficile, assolutamente difficile.
Per via di queste considerazioni sono più d’accordo nel ritenere che un amico “capita” e la scelta è sempre un errore. Scegliere è sempre rinunciare e rinunciare è quasi sempre sbagliare. La possibilità-che-sì o la possibilità-che-no di sapore kierkegaardiano si fa avanti, il volto dell’amico è l’epifania del mistero, la scommessa sull’altro e, perciò, una pura possibilità in azione.
Non si sceglie, si scommette, si dà l’assenso, si vive nell’attimo superficiale, radicandosi in un istante fatale e decisivo per il futuro.
Di un amico non ci si libera….E se ce ne si libera, non ci si può liberare dalle proprie immotivate decisioni, dei propri rimorsi…Perché di un amico abbiamo sempre bisogno...
E’ proprio questo bisogno umano che ci costringe a sottoscrivere e ad approvare la massima sartriana “L’Inferno sono gli altri”. Quale peggiore inferno è il desiderio di autonomia esistenziale senza poter essere mai libero?

giovedì 14 maggio 2009

Maggio 1982

I miei ricordi sono come delle raffigurazioni di cartapesta, non sono fluttuanti, evanescenti, sono veramente dei fotogrammi di celluloide che compaiono sempre con la stessa intensità, come se fosse ieri.
Ho la presunzione di conoscere il mio passato come un esperto di telequiz...sì, perché spessissimo capita di dimenticarsi perfino se stessi, facendosi trascinare involontariamente in un indistinto flusso di momenti non ben identificabili. Tra i tanti maggi sempre presenti c'è quello del 1982, circondato da ben quattro donne, una madre, tre figlie, tutte baby-sitter a turno. E così insieme alla primavera respiravo questo sapore piacevole di femminilità. La madre era una cinquantenne, donna da balera che si faceva un ragazzo di trent'anni; le figlie tutte studentesse: c'era Antonella, che soffriva di raffreddore da fieno, poi Grazia, universitaria e, infine, Alessandra, la più giovane, ma anche la più carina.
Con loro andavo spesso al parco Sempione, mi sentivo libero, come nella foresta Amazzonica, con quel parco in fiore, bello, come un giardino parigino.
Alla Tv cominciavano a martellarci con le pubblicità sui mondiali di calcio in Spagna, sul giradischi di mia mamma ascoltavo i Beatles. Poi una mattina insieme alla baby-sitter assistetti a un incidente dal mio balcone: un ragazzo in motorino era caduto, si era probabilmente fratturato una gamba.
Primi timidi fascini erotici: ero affascinato dalla peluria sotto le ascelle di Alessandra e Antonella, poi un giorno , a casa loro, mi divertii ad aggrapparmi, durante un gioco, ad Antonella, ma la mia intenzione era già ai tempi, a soli sei anni, quella di toccarla con malizia e libidine.
Dalla mia terrazza assaporavo stupendi tramonti, molti ragazzi finivano le scuole o gli asili...Io ero lieto di stare a casa a non fare un cazzo, coccolato soltanto da presenze femminili. Di baby-sitter abbiamo già parlato però......Nessuno mi potrà far dimenticare il fascino indiscreto delle baby-sitter.
A coronare il tutto ecco una canzone d'epoca, Down under, dei Men-at-Work.



mercoledì 13 maggio 2009

Antipsichiatria

"Non mi sembra normale...."
"Ma è normale?"
"E' fuori come un balcone!"


Frasi come queste in bocca a impiegati, segretarie, coatti, fanno rabbrividire. Evidentemente sono anch'essi omologati al ruolo dei "normali", col modello di una psicoanalisi becera, conservatrice e soprattutto "correttiva". In un vecchio post già espressi la mia idea sulla psicoanalisi, una forma di tirannide umana creata dall'uomo. Mi rendo conto che l'argomento è delicato, che qualcuno può aver fondato la propria vita, i propri studi sulla psicologia, qualcun altro, magari, è in terapia, ha problemi seri. Escludendo i casi più gravi, che necessitano di una "cura" volente o nolente, io penso che la stragrande media di chi mette le mani nel portofoglio per andare da un analista crei da sé la propria "malattia", non sentendosi adeguato, quindi "normale" con i propri simili. Non si può accettarsi nella propria ansia se ciò non crea sofferenza eccessiva? Non si può glorificare le proprie perversioni, le proprie manie? Può la creatività sublimare la sofferenza, la nevrosi? In realtà l'alienazione non è mentale e individuale, ma sociale ed è questo uno dei capisaldi dell'antipsichiatria di Basaglia, Szasz e Laing: i pazzi, i "non normali" sono prodotti di una società omologante. Va da sé che l'antipsichiatria (applicata poi nella famosa legge Basaglia del 1978) pone l'accento sul trattamento umano del folle o del nevrotico più che su una sua possibile "terapia" curativa, che non ha uno scopo risolutivo tout-court ma è solo un "mezzo" per dei lenti e provvisori miglioramenti. Anzi, forse la vera terapia è mettersi all'ascolto del "non normale" facendolo integrare nella società senza cambiamenti, senza forzature. In pratica, gli si insegna a sopravvivere al capitalismo e alla repressione oppure gli si insegna la psichiatria esistenziale basata sulla Daseinanalyse heideggeriana, nella quale si constata che la non coincidenza di sé con sé, tratto ontologico qualificante dell'uomo, ma soffocato dallo "stato interpretativo pubblico" (l'omologazione), prende forma piena e autentica in uno stato di "scissione" mentale.
Dunque il pazzo sarebbe l'individuo più autentico dell'esistenza umana, se non intervenisse, con forza, quell'istanza segregratice del capro espiatorio, del "diverso".
Escludendo le eziologie genetiche e fisiche,vi sono delle ragioni profonde perché un pazzo diventi pericoloso, certamente. Vanno individuate e non basta scusarsi col fatto che non sia "normale".
La "normalità" è un fatto statistico, una deviazione dalla norma vigente, ma non deve assolutamente diventare una categoria patologica, non va rappresentata nella forma di una trasgressione. Ed invece intorno al "non normale" aleggia la commiserazione, la pietà o comunque l'ambizione di riportarlo sulla "retta via", trattasi della "pecorella smarrita" dei cristiani. E, quindi, in una fortunata e maldestra alleanza, ecco la psicoanalisi che, in un certo senso, ha il compito insieme alla Chiesa di riportare sulla "retta via". Non riuscendoci o riuscendoci in parte la terapia analitica è in fondo un'utopia, perché non potrà mai cancellare i tratti fondanti della nostra personalità insurrogabile, imprescindibile. Si nasce "non normali" e si muore "non normali", chiamamoci pure "estrosi". Purtroppo la solitudine, diretta conseguenza della scelta rivoluzionaria di praticare l'orgoglio dell'"anormalità" (anticonformismo, estrosità) in certi soggetti più deboli può effettivamente portare a turbe mentali. Ma qui, richiamiamo in causa, secondo gli antipsichiatri, la società di riferimento.
Non ritengo anacronistica l'antipsichiatria, la ritengo un indirizzo terapeutico e filosofico non ancora compreso. Come tutte le forme "alternative" hanno la stima di una minoranza, di un élite. Ho comunque ritenuto interessante, dopo un dibattito avuto in treno, farvi partecipi tutti del mio pensiero, a rinforzare lo spirito eversivo di questo blog.

martedì 12 maggio 2009

Il "cioccolato" di Pupo

Penso sia ora di sfatare una falsa convinzione: che Pupo (Enzo Ghinazzi) sia un cantante ingenuo e facile, per bambini ed innamorate folli.
Ragazzi, Pupo è un uomo trasgressivo e furbacchione, oltre che simpatico. Ricordiamoci che, oltre alla sua ormai conosciuta passione smodata per il gioco, è forse uno dei pochi uomini in Italia che ha dichiarato di avere due donne contemporaneamente, una al corrente dell'altra.
Insomma, anche dal fascino del sesso Pupo non è esente. Sorprende dunque trovare, su Facebook e su forum, ancora chi non ha capito il vero senso della canzone Gelato al cioccolato, scritta da Malgioglio per Ghinazzi nel 1979. Non basta soffermarsi su apparenze e pregiudizi, bisogna andare a fondo di ogni cosa, anche di ciò che appare più insignificante...ecco che allora le sorprese sono tante.
Non è una novità che canzonette innocenti e apparentemente stupide nascondano grandi provocazioni sessuali, ma forse, un po' per assecondare una certa politica di indifferenza ("sono solo canzonette", non fanno male a nessuno) si fa gli gnorri.
Ecco che in questa canzone Gelato al cioccolato, la chiave di tutto è in questa frase:
Gelato al cioccolato un po' dolce un po' salato.
Con la premessa che si parla di un uomo di colore che Malgioglio pare abbia incontrato sul serio..Che cos'è che vi fa pensare al gelato, che si lecca? E che cos'è che è anche salato? Non certo un prodotto di pasticceria!
I meno bigotti hanno già capito. Bravi....nulla di sorprendente.
Fa piacere trovare ogni tanto un po' di malizia, laddove uno non avrebbe mai pensato....


sabato 9 maggio 2009

Carne avvelenata

L' Aids, una delle mie tante ossessioni, è malattia ontologicamente contraria al sesso. Forse, come qualche credente cattolico ha sempre sospettato in segreto, è stato un flagello divino per impedire o limitare il libero scambio del corpo.
Infatti com'è possibile pensare che dietro il profumo, le grazie di una donna, la sua passerina curata e levigata o la salute di un uomo scultoreo si nasconda il rischio della morte, la sofferenza?
Non è pensabile in via di principio associare il piacere estetico alla malattia, è un riflesso incondizionato: ciò che affascina i sensi non può avere nulla di pernicioso, di brutto o di pericoloso.
E' anche un grande controsenso chi nell'atto sessuale distingue qualcosa che fa schifo da ciò che non lo fa: ehi, amante, tu devi amare tutto del tuo uomo, della tua donna, ma anche semplicemente di un maschio o di una femmina...Tutto devi amare!!!!
Ecco che l'uomo degli ultimi decenni ha dovuto compiere una torsione mentale, difendersi dalla carne, quella carne dolce che dà piacere, gli stimolanti secreti corporei e ipotizzare che tutto sia avvelenato. Quindi anche la sessualità è entrata nell'orbita della difesa e diffidenza e prudenza sono le prime regole, per chi non vuole farsi travolgere da un destino nefasto.
Chi non sta a questo gioco è libero di suicidarsi con l'ipotesi di una carne avvelenata..è la riprova che l'istinto atavico per la riproduzione della specie sorpassa anche il pericolo della morte: si può quindi morire o soffrire, in pratica sacrificare la vita per la specie o per il piacere che accompagna il rito del suo prolungamento.
Come alternativa c'è il preservativo, la forma più anti-naturalistica di protezione, ma la più efficace. Che sia sgradevole o scomodo, non significa abbassare la guardia, tutt'altro. Anzi, forse il preservativo ci difende dagli spericolati che commettono una volta l'errore fatale, coloro che rischiano l'avvelenamento di questa nuova "carne" attraente quanto pericolosa.Inoltre usate il preservativo per non cedere all'anoressia sessuale predicata dalla Chiesa, la castità è tra le più grandi rinunce dei bisogni naturali dell'uomo, dopo la fame.

venerdì 8 maggio 2009

Getrennte Abteilungen

Secondo post di sapore germanico di questo 8 maggio...ma in stretta attualità italiana (purtroppo). Senza volerlo oggi è il tema della segregazione che mi sta a cuore.
Facciamo un po' di analisi filologica: cosa vuol dire in tedesco getrennte Abteilungen? Letteralmente "reparti separati"...Ma questi Abteilungen dove li abbiamo già sentiti? Nel nazismo, con gli Sturm-Abteilungen, i reparti d'assalto (SA), la versione preparatoria delle SS. Il concetto di "reparto" ha a che fare con la segregazione, ed è assolutamente ben concepito il fatto che i tedeschi abbiano destinato la stessa radice "abteil" per designare lo scompartimento dei treni. Anzi, lo scompartimento si chiama proprio Abteil ("parte staccata"). Nel concetto di Abteil c'è già la Trennung, la divisione. Allora cosa sono questi scompartimenti (anzi, "reparti- Abteilungen" divisi?). Cosa ci spinge a tutto questo bisogno di dividere? E qui...dopo un preambolo squisitamente capzioso, filosofico (come piace a me) , veniamo alle ragioni, al cuore del tema: il bisogno di dividere è la paura della Lega per gli extracomunitari. Ecco che, la proposta leghista (orripilante, quanto ridicola) di proporre degli scompartimenti della metro separati a seconda delle categorie di persone (quelli di testa per le donne, ma si vocifera anche convogli per stranieri) sa molto di Abteilung nazista (SA) più che di Abteil. Ma si sa, il folklore leghista è tale, che queste proposte verranno combattute, ridicolizzate, discusse e osteggiate, tanto che il Carroccio dovrà fare retromarcia e ridimensionare i suoi piani o dare una versione differente delle notizie riportate, com'è anche accaduto per la legge sui kepab e sui gelati. Mettiamoci anche la possibilità di Ansa o di Adnkronos di diffondere, talvolta, notizie dell'ultim'ora non proprio precise. La ragione di queste getrennte Abteile-Abteilungen va in difesa delle donne, donne molestate sui vagoni (s'intende dagli stranieri) e quindi il "reparto" protetto e diviso sul metro, favorirebbe un miglioramento della situazione, secondo la Lega.
La cultura retriva e primitiva della politica leghista, forse nobile nelle intenzioni di difesa dei cittadini, ma sbagliata nei mezzi e negli scopi ultimi, non fa che segregare ogni volta di più il nostro Paese dal resto d' Europa: Italienische Abteilungen.
...E detto per inciso: molti clandestini stranieri saranno pure stupratori, ma dove mettiamo la maleducazione dei ragazzini (italiani!) all'uscita della scuola, il bullismo, la volgarità, il costume del "se famo sempre riconosce" all'estero?
..E sempre detto per inciso: i tedeschi una volta chiamavano gli immigrati italiani Spaghetti-fresser, ovvero "mangiatori di spaghetti", epiteto solo apparentemente non offensivo, se si considera che il verbo fressen, si riferisce al cibarsi unicamente degli animali (porci e vacche).
Qui il link della notizia

A Berlino in giornata? Si può

Sono passate pochissime ore dal mio ritorno a Berlino. In giro tutto il giorno, partenza al mattino rientro sera tardi (quasi notte).
Il viaggio in giornata mi fa sentire più vagabondo che mai...
A Berlino in vacanza, a Berlino per "sbrigare certe faccende".
Lasciando pure un po' di mistero intorno a questa "toccata e fuga" (un mistero forse solo per alcuni), non penso di aver fatto nulla di strano o di fuori dal comune, rispetto a chi prende gli aerei per lavoro. Forse questa società impone dei motivi a delle azioni reputate strambe..Ma credo che in fondo la libertà sia anche non dare motivi (o forse nascondere i veri motivi). Non trovate? A Berlino si può!
Vi dedico una canzone sul tema del viaggio, Viaggi organizzati di Lucio Dalla, brano del 1984, polemico, appunto, con la privazione della libertà, vista nella metafora del viaggio.
Ed infatti, a dispetto di tutto....


Se ci fosse davvero un posto cosi' bello, è chiaro che ci andrei.

Partirei adesso, partirei scalzo, partirei in mutande. Anzi m'innamorerei




domenica 3 maggio 2009

Una ninfomane di nome Valérie

Qualcuno di voi ha mai conosciuto una ninfomane? Io mai....E i maliziosi potrebbero anche aggiungere un "purtroppo". Eppure la ninfomania esiste ed esistono donne che pensano solo al sesso, ma la nostra cultura assegna una pessima reputazione a soggetti del genere, per una donna il sesso è come una droga senza l'amore, qualcosa di impuro, che deve colmare un vuoto esistenziale, una sofferenza, un conflitto. La "troia" nel suo essere "troia" sembrerebbe ancora là da venire, si può essere soltanto una troia en passant, una troia per errore. Eppure una scrittrice francese Valérie Tasso, nella sua biografia (reale) Diario di una ninfomane, racconta il suo convinto libertinaggio alla ricerca di nuove frontiere dei sensi, frontiere da abbattere, confini da valicare, all'insegna di una sessualità sfrenata, incurante delle convenzioni sociali; Valérie pratica la prostituzione per scelta (un concetto ancora oggi duro da accettare, è più comodo e conciliante sempre pensare allo sfruttamento o autoconvincersi che in fondo le donne "lo fanno per soldi" costrette da una situazione difficile, ecc.ecc.).
Ora, questo libro, tradotto in ben 15 lingue, è diventato un film, dal 30 aprile nelle sale italiane, Valérie-Diario di una ninfomane, appunto, una produzione franco-spagnola, una regia di Christian Molina e la presenza di due "tigri" del cinema come Geraldine Chaplin (la nonna di Valérie) e Angela Molina (la tenutaria di una casa di appuntamenti in Spagna).
Lei, Valérie (Val), è Belén Fabra, sensuale, con quel giusto connubio tra classe, eleganza e spregiudicatezza, malizia e candore, Val che perde la verginità a quindici anni, ha un rapporto molto confidenziale con la nonna che le insegna che la ninfomania è una cosa inventata dagli uomini perché le donne si sentano colpevoli se non sono come le altre; il film si snoda lungo questo dibattito culturale e l'esistenza di Valérie è una continua e faticosa ricerca di identità tra slanci erotici e sensi di colpa; lo scopo della ragazza è quello di avere più rapporti carnali possibili (anche per la strada, con sconosciuti) fino a quando pare che l'amore la distolga da questa sua abitudine: conosce un uomo romantico e facoltoso, un datore di lavoro che s'invaghisce di lei, ma si rivela ben presto un cocainomane violento e geloso, disposto a intrappolarla con ricatti affettivi. Val tronca la relazione e si dà alla prostituzione, per arrivare poi a comprendere qual è il vero senso della vita per lei: il sesso e il linguaggio del corpo.
Finalmente ecco un film che finisce con un sorriso, un film con un andamento circolare, che pone l'amore nel mezzo e pone il sesso come punto di partenza e come punto di arrivo finale. Valérie si convince della sua vocazione: essere una ninfomane affamata...questo è il suo destino, è questo che deve fare. L'ultima scena si conclude con l'adescamento di uno sparuto ragazzino, tutto gongolante e incredulo. E Val ripete tra sé e sé: Non sono una ninfomane, sono una ninfa.
La forza di questo film è la ricerca ideologica, il messaggio finale, che lo allontana dai cliché di cui parlavamo prima, i cliché della ragazza che passa attraverso lo "bandamento" per poi riapprodare alla "retta via" (del matrimonio o dell'amore), un modello presente anche nel così "scandaloso" Melissa P!
In Valérie-Diario di una ninfomane l'amore è, invece, un incidente di percorso, non è salvifico, redentore (e meno male!), i valori sono sicuramente rovesciati rispetto a una morale cristiana.
Ma a parte questa ideuzza femminista, il film difetta nella sua costruzione e nel rivelarsi fin troppo patinato nelle scene erotiche, meccanico, scopofilico, attento a suscitare facili voyeurismi di sorta. D'accordo con Alberto Bevilacqua, penso che l'eros si assapori, non si possa mostrare; l'eros ha un sapore mentale, non è un elenco fotografico da kamasutra. Il vero erotismo l'abbiamo quando un amante di Valérie le propone il "gioco della bottiglia" (che non è quello che pensate voi....); la prima parte si sviluppa nella noia, con l'episodio del "principe azzurro" che interviene come elemento di disturbo (forse voluto) al tema principale della trama, una divagazione troppo lunga e non richiesta, molto american-style. Più cruda, ma interessante, la seconda parte sul mondo della prostituzione, abbastanza aderente alla realtà, il mondo dei bordelli legali europei, con le loro storie umane, tristi e allegre.
E poi il finale....un finale da suicidio per preti ed educatori, un finale sublime per i libertini come noi, del mondo di Carlo Lock.