venerdì 28 novembre 2008

Vasco Rossi a "La storia siamo noi"

Mercoledì 26 novembre è andato un onda un ennesimo speciale su Vasco Rossi, questa volta curato e condotto da Giovanni Minoli, "La storia siamo noi".

Che dire? Ogni volta che seguo un dossier, un servizio, una serie di interviste su Vasco Rossi (amo chiamarlo per esteso) ho sempre uno spunto in più per riflettere, soprattutto perché la sua "svolta" benefica verso la "retta via", dopo il periodo "maledetto" degli eccessi mi lascia sempre un gusto malinconico in bocca.

E la malinconia è dettata dal fatto che non si può vivere per sempre nella finta euforia degli eccessi, che la gente cambia idea, cambia vita, cambia aspetto. Ed anche Vasco stesso ammonisce i giovani a stare lontano dalle droghe con un furbo e convincente stratagemma: prima o poi bisogna finirla di essere dipendenti da una sostanza se non si vuole morire..e allora tanto vale a provare a vivere fin da subito genuinamente, senza droghe.
Penso sempre che la musica e il manifesto artistico di questo rocker siano stati determinanti per me fin dall'infanzia, anche se io sono la prova vivente dell'inefficacia dell'imitazione per emulazione, in quanto non mi sono mai drogato, non perché pensi che uno non debba mai provare qualcosa nella vita, ma semplicemente per il fatto che ho un gran terrore di stare male, di soffrire e poi di essere commiserato dalla gente bacchettona (ed è forse il mio modo di autoconservarmi, tengo molto più alla salute di molti altri miei amici). Inoltre per scelta non ho mai voluto andare a un concerto di Vasco, né gli ho mai scritto o tentato di incontrarlo.
Probabilmente non lo incontrerò mai e va bene..va bene così: per me il fatto che Vasco sia una rockstar così acclamata, a livello di Springsteen, è più un handicap che altro. Io cerco una relazione individuale con l'artista, il più possibile individuale, in questo sono egocentrico e incurante degli altri. Però non pesto mai i piedi altrui perché non sono mai maleducato e strafottente. Per cui lascio Vasco in balìa dei deliranti che si accontentano di un cappellino toccato da lui o di una pacca sulla spalla.
Tutto questo non mi soddisfa. Vasco è un uomo come gli altri, come lui vorrebbe essere trattato, costretto ad andare in America per poter camminare per strada dove non è conosciuto. Il più grande modo per rispettarlo è ascoltarlo, comprare i suoi dischi senza cercare un contatto con lui. Questa è la mia filosofia, sicuramente controversa e poco accettabile dal "fan" tipo.
La perversione del divismo ha corrotto anche i normali rapporti umani con le persone.
Fino agli anni '80 Vasco era più avvicinabile sicuramente, ora non più, quando si sposta in un locale o fa un concerto è un evento nazionale....E la malinconia nasce anche da questo, dall'allargarsi del consenso, dallo sdoganamento.
Non c'è neanche più gusto a dire: "mi piace Vasco", è naturale come bere un bicchier d'acqua.
Spero che qualcuno vicino a Lui (anzi a lui) legga questo post.
Grazie per l'attenzione.


No ai consigli sentimentali

Dare, ma soprattutto chiedere, consigli di ordine sentimentale a qualche umano mortale è una grossa bestemmia, voler colmare un vuoto di senso imponderabile.

"Ma perché mi ha lasciato? Cos'ho sbagliato?"
"Ma perché non mi vuole nessuno?"
"Come mi devo vestire per piacergli?"
"Perché gli uomini pensano solo al sesso?"
" Ma secondo te si separerà dalla moglie?"

E i feedback di risposta sono altrettanto scandalosi:

" Verrà il tuo tempo. Abbi pazienza"
"Che ci vuoi fare?"
"Il tempo cura tutto"
"Gli uomini sono dei bastardi"
"Sei sprecata/o per lui/per lei"
"In amore vince chi fugge"
"Un giorno troverai l'anima gemella"
"Un giorno troverai qualcuno che fa per te"
"Quello che non è successo in un anno succede in trenta secondi"
"Tu cerchi un padre in lui"

I consiglieri o i giudici sentimentali sono dei veggenti blasfemi,
degli ambiziosi scopritori frustrati del divino.
Perché l'amore non è governabile, né prevedibile come Dio.
Su ogni cosa è facile scommettere, meno che sull'amore.
Nessuno riuscirà a risolvere i vostri problemi, è meglio credere o illudersi in Dio.
Oppure rendersi conto dell'assurdità dell'esistenza.
Niente domande.
Non accettate le litanie di un essere mortale che deve colmare un vuoto per proteggervi, per salvarvi.
Buttatevi da soli nel mondo,
come dadi, rotolate nell'attesa di fermarvi...
o prima che una puttana,
un miliardario, un impiegato qualsiasi vi fermi.
Vivete con la speranza di non interessare a nessuno,
con la convinzione dell'assurdo
Non credete all'unico sfigato che vi dice:
"Non capisco perché sei solo, vali molto",
è l'esatta traduzione di "tu non vali un cazzo".
L'amore non vuole parole,
non vuole elucubrazioni,
vuole fatti,
vuole gambe aperte,
vuole occhiolini,
carezze, regali, sorrisi, sospiri.
Ottenere l'amore è una dolce guerra con Dio,
gli uomini sono i dadi di un girotondo assurdo,
vincitori o perdenti.

martedì 25 novembre 2008

Questa è Gianna Nannini

La Nannini sudata, ossigenata, scatenata, sbandata, trippata....Il rock spinto alla sua potenza esplosiva e trabordante.
Questa è la Nannini....
Ma i video servono anche a questo, a non farsi travolgere dal tempo.







Pensieri sull' infanzia

Ecco perché ritengo che l'infanzia (borghese) sia da preferire a tutte le altre età della vita:

1) Vuoi bene a mamma e papà sempre e comunque. Mamma e papà sono un porto sicuro.

2) Non devi lavorare.

3) Il mondo è sempre buono e tutti agiscono in nome del bene.

4) I bambini non pensano: giocano.

5) L'amore e il sesso sono belli perché sono situati in un interregno là da venire. Momentaneamente sono lo stupore e il mistero di ciascun bambino.

6) Un bambino non può essere denunciato e non può finire in galera.

7) Qualsiasi peccato è un peccato veniale: "tanto crescerai"

8) L'infanzia è quella condizione nella quale vivi una vita pur rimanendone fuori. Sei fuori da ogni cosa. La vita è un acquario intravisto e raccontato, uno spazio per sognare, costruire.

9) Non è una vergogna farsi accudire da qualcuno.

10) E' l'età di Babbo Natale.

Crocifissi profani


Questo è il famoso manifesto di "Telefono donna" per la campagna pubblicitaria anti-violenza, manifesto censurato. I crocifissi non vanno toccati in Italia, vanno solo "adorati" in silenzio. Stessa sorte è capitata alla "rana crocifissa" a Bolzano.
Credo sia importante testimoniare e lottare per la violenza sulle donne anche con qualcosa di forte, di imprevisto, di rottura. Milano ha sostituito lo slogan "chi paga per i peccati dell' uomo?" con un altro di una banalità sconcertante: "la violenza non è mai giustificabile". Non è banale il contenuto, quanto la decisione di applicare questo contenuto, perché il banale incita all'odio, lo choc tranquillizza.
Meglio rispettare le donne e screditare la Chiesa cattolica che censura, questo è un concetto ben presente in prima linea nella mia vita.
La Chiesa ha bruciato nel' 500 e nel '600 molte donne innocenti in nome del crocifisso ed ora si mette a difenderlo quando la causa per cui lo si "profana" è una causa reale, nobile e umana.
"Chi pagherà per i peccati dell'uomo?" Cristo ha già pagato....ora qualcun altro sta ancora pagando.

sabato 22 novembre 2008

Correnti d'aria

Il terrore delle correnti d'aria è il terrore della rabbia dell'uomo.

venerdì 21 novembre 2008

Come ho conosciuto i Goblin

Fu il professor Paolo Cattaneo, mio professore di educazione musicale alle scuole medie, a parlarmi per la prima volta dei Goblin, il gruppo pop-progressive anni Settanta, che si è distinto per la produzione di colonne sonore di thriller e horror, in particolare, dei film di Dario Argento.
E' davvero raro che un prof. possa citare i Goblin e apprezzarne il valore. Cattaneo, nel lontano 1987, era un giovane di ventinove anni sui generis. Infatti non piaceva a tutti, tranne al sottoscritto. Da lì è partita anche la mia passione per questo gruppo musicale che faceva capo al m.o Claudio Simonetti, prima ancora che l'onda "argentiana" prendesse il sopravvento. Anzi, forse, quasi in contemporanea, prima cercavo i dischi e poi guardavo i film corrispondenti, per studiare in che modo e quale traccia musicale poteva essere stata inserita all'interno della pellicola. I Goblin, che hanno avuto diverse formazioni, ma le vecchie "colonne" sono Simonetti, Pignatelli e Morante, fanno una musica decisamente sperimentale, con l'uso di molti effetti elettronici, ma la loro originalità del tempo era anche una certa flessibilità nell'adeguarsi ai generi più disparati (jazz, classica, disco, hard-rock) unita anche all'uso di strumenti estrapolati da contesti musicali diversi: mi è sempre piaciuta l'idea di Simonetti di utilizzare l'organo da chiesa in Profondo rosso, per esempio, o l'uso di strumenti esotici come la tabla o il buzuki in Suspiria .
Gente come i Goblin mancano dalla scena musicale italiana. Molti concerti negli anni Settanta e Ottanta e non rare (ma poche) le loro apparizioni televisive.


giovedì 20 novembre 2008

Lampi di memoria

I miei ricordi non affiorano, non emergono..
Più che affiorare spuntano, spingono, puntano, sparano....
In men che non si dica ho un quadretto di vita,
una situazione, un volto, un profumo, un'epoca nella mente...
Questi ricordi, belli o brutti, chiedono permesso
e rimangono lì, come stelle fisse,
a interrompere il silenzio del presente...
un presente avaro.
Questi ricordi sono lampi,
lampi che mi destano...
e poi si fermano, si appostano in vetrina..
Mi chiedono qualcosa,
vorrebbero essere ascoltati.
Un po' li ascolto, poi li caccio via....
Un imbarazzo orrendo mi attanaglia,
e non so dire di più che il passato è passato.
Ma cosa c'entra il passato?
Perché il passato mi rincorre?
Forse la mia vita è come un sogno,
nulla di concreto, nulla di ponderabile,
è tutto vero, ma non valido,
è un sogno che posso sempre rivivere.
Però, in fondo ciò che disturba
è il mio corpo nel presente.


mercoledì 19 novembre 2008

Colluquio tra Carlo e un suo amico

AMICO: E che mi dici di Milano, Carlo?

CARLO: E che vuoi che ti dica? Penso di essere poco furbo, troppo ingenuo e troppo pigro per vivere a Milano.

AMICO: Ma per stare bene a Milano di cos'hai bisogno?

CARLO: Dei soldi e del dono della stupidità che non ho.

AMICO: La stupidità mica è un dono!

CARLO: Dipende da che città frequenti. Dio mica ti ha chiesto dove farti nascere!

AMICO: E tu in che città vorresti vivere?

CARLO: Andiamo a donne che è meglio...Poi te lo dico.

AMICO: Dove andiamo?

CARLO: Fuori Milano, ovvio.

lunedì 17 novembre 2008

I segreti di uno scrittore

Riconoscendosi come "nuovo Bukowski" (quanto odio la parola "nuovo", ogni essere umano è unico e irripetibile, di Bukowski ce n'è uno solo), lo scrittore americano Johnatan Ames, autore del recente Cosa (non) amare, ha dichiarato: Non mi dispiace se perfetti sconosciuti scoprono i miei segreti, è dei parenti che mi preoccupo. ("Corriere della sera", 17 novembre 2008).
In effetti mi sono sempre chiesto come fa uno scrittore a scavalcare i genitori, come nascondersi di fronte ai parenti stretti, se scrive di eccessi, orrori, oscenità, tutto ciò che può turbare la sua virginea, immagine di figlio, fittizia, ma ben salda nel cuore di mammà e di papà. Sono i parenti i veri nemici degli scrittori, sì; i parenti, i fidanzati, i colleghi intellettuali, le persone più vicine, quelle più determinanti nel giudizio, quelle che davvero possono remare contro, soprattutto se peccano di intelligenza. E in più i segreti dell'anima di uno scrittore sono sempre soppesati dai conoscenti, ci si chiede se queste fantasie partorite sulla carta, questi eventi, siano veramente capitati, siano autobiografici. Una moglie potrebbe chiedersi se dorme con un maniaco sessuale, con un gay, con un depresso, dopo la lettura del libro del marito. E naturalmente la vita di uno scrittore è e sarà sempre misteriosa. Non ci sarà mai uno scrittore che snocciola uno ad uno gli eventi del libro, li elenca, li riduce a teorema dicendo "questo è vita mia", "questo no". Lo scrittore vive di una doppia personalità, giudicata da Ames positiva, anche se egli invidia Klaus Kinski, l'unico che riusciva a essere se stesso senza remore,con assoluta libertà.
L'unico spazio di libertà per uno scrittore sono le parole che decide di pubblicare, le sue storie, i suoi personaggi, i suoi sogni, i suoi incubi, le sue ossessioni.
E' difficile essere uno scrittore, anche perché, dopo i parenti, egli si deve corazzare contro gli psicanalisti, gli psichiatri, che vogliono carpire il "non detto" del subconscio, conflitti con la madre, incapacità di socializzazione ecc.ecc.
D'altro canto non si può pretendere che le storie di ogni scrittore siano tutte acqua e sapone, allegre, felici, a lieto fine. Sarebbe una noia mortale se fossero tutte così, non vi pare?
E comunque la vera scommessa per un narratore o un poeta è essere amato, essere accettato per la sua personalità, non sono quel paio di copie in più vendute che fanno la differenza.
Parola di Carlo (autore di un libro), fiero di non assomigliare a Federico Moccia!


domenica 16 novembre 2008

Surrealismo estremo nostrano

Nei meandri del cinema di nicchia vi consiglio di vedere L'uomo, la donna la bestia- Spell, dolce mattatoio (1977) dell' italiano Alberto Cavallone, recentemente comparso e restaurato in dvd. E' un delirio visivo, un autentico delirio, una collezione di immagini istintive, un simbolismo onirico e ancestrale della natura, un estremismo surrealistico. C'è chi ha imparentato questo film a Bataille, Lautréaumont e al Bunuel di Un chien andalou.
Tutto ruota intorno a una festa di paese, a macchiette di provincia che rivelano a poco a poco la loro natura selvaggia e compiono atti contrari alla pubblica decenza o al senso comune borghese, quasi fossimo davanti a un'orgia carnevalesca.
A metà film uno dei protagonisti, un fumettista porno, sposato con una donna malata di mente recita:

Non ho ancora capito se il mio è un lavoro serio,
se è più importante la realtà o la sua immagine,
se bisogna buttare al cesso tutto
o valorizzare la fantasia, il gioco, il sesso.
Ma chi si fa queste domande è uno stronzo o una persona seria?


sabato 15 novembre 2008

Foto del cibo

Amo la buona cucina, i sughi, gli intingoli, le braciole, le salsicce. Peccato che quando i manicaretti vengono fotografati perdono la loro efficacia estetica di buon gusto e si trasformano in un vero e proprio "disgusto". Nulla mi fa più schifo che vedere del puré, una bistecca con della verdura o una pastasciutta fotografati. La trasfigurazione fotografica corrompe il cibo. Eppure dal vero certe pietanze sono esteticamente attraenti....Ma comunque non sono fotogeniche. La fotografia del cibo rovina ogni cosa, come in questo filmato: un ragazzo a Londra mangia della pastasciutta in una vaschettina di plastica. A Milano si chiamerebbe anche "schiscetta". Ecco, questo filmato mi sembra osceno quasi quanto rappresentare una cagata in un cesso.
In fondo è sempre e solo una questione di "buchi", un buco ingloba e l'altro espelle, ma sempre di buchi parliamo.
Bene, ora vado a mangiare..ho giusto una gran fame.


Viaggio e vita

Vivere è viaggiare,
un viaggio fatale
un capolinea fatale.
Ma vivere è anche ripartire
ripartire per ogni direzione
fino al risucchio finale
il risucchio della morte.
Il viaggio turistico è una miniatura della vita,
una riproduzione....
più che viaggio è ripartenza:
nell'inizio di un viaggio è contenuto il principio della sua fine.
Quando parti "nella vita" sai già di ritornare
quando parti "dalla vita" non torni più.

venerdì 14 novembre 2008

Le mamme di oggi

Credo che non esistano più le mamme di una volta, le "solide" donne di casa, quelle che s'immolano per i figli. Le mamme di oggi, se hanno guadagnato, al tempo stesso hanno pure perso qualcosa. Se guardiamo le mamme del 2000 con gli occhi di un figlio mi fanno venire in mente delle povere disperate; se, al contrario, consideriamo le mamme con gli occhi di un uomo, ecco che hanno tutte le carte in regola per sollazzare e rendersi appetibili al sesso maschile.
Essere mamma vuol dire essere donna completa, essere mamma divorziata-in-cerca vuol dire, per un uomo, una che ci sa fare a letto, con tutte le conseguenze del caso: una mamma-amante non potrà mai chiedere a un uomo quella responsabilità di una donna libera, nubile, in cerca di famiglia; una mamma-amante non toglierà gli spazi vitali e non sarà possessiva perché gran parte del tempo dovrà dedicarlo ai figli e alle beghe con l'ex-marito (se c'è). Conclusione: una mammina sui 40 anni (con figli tra i 3 e i 12 anni) è l'amante perfetta (la mammina di altri, non la propria, beninteso!). Ma se una mamma amante fa felice qualcuno, deprime i figli, che saranno tolti a quelle attenzioni della tipica mamma di un tempo, quella che smetteva di indossare le calze a rete, la mamma che si dimentica di essere donna. E in fondo, i figli di passate generazioni erano abituati a madri asessuate, madri sacre, intoccabili.
Ora è diverso, le giovani mamme hanno i tatuaggi, hanno un aspetto da ragazza non da "signora" lontana da ogni tentazione; i figli sono spesso costretti a fare amicizia con i nuovi compagni delle proprie madri e queste ultime chiedono magari consiglio a loro su come vestirsi o se stanno facendo delle scelte giuste. Così i figli diventano i genitori delle proprie madri ("mamma, non fare tardi. Torna presto") e penso che siano dei disperati, come disperate siano queste donne, che si martirizzano per il senso di colpa delle proprie scelte. Penso che il male del secolo sia l'incoerenza, ma soprattutto l'ostinazione di camminare con due piedi in una scarpa.

giovedì 13 novembre 2008

Sprangate al padrone

Notizia di ieri: a Cividate Camuno (prov.di Brescia) un operaio albanese ha preso a sprangate il suo padrone, ferendolo mortalmente. La vittima si chiamava Maurizio Richini, titolare di una ditta di metalli, colpevole di aver umiliato e ripreso il suo dipendente, un uomo conosciuto come affabile e mansueto. Questa storia non è nulla di particolare se confrontata con la miriade di fatti di cronaca nera; quello che è singolare è che a fare le spese della furia omicida di qualcuno sia stato un imprenditore, un padrone. Non avevo mai letto prima una vicenda del genere. Ho apprezzato l'albanese e il suo coraggio a costituirsi, ammiro anche i criminali quando si assumono le loro responsabilità, quando rimangono lucidi e,magari, sono spinti nelle loro azioni da sofferenza, rabbia cieca, povertà..Tutto purché confessino.....purché abbiano la virtù di consegnarsi alla pubblica autorità. Chi si nasconde dopo il misfatto o tenta di farla franca è doppiamente un criminale, quindi doppiamente riprovevole.
Nel caso dell'albanese però c'è stata forse la voglia di compiere un atto simbolico, un atto contro lo sfruttamento dei padroni, magari senza neanche pensarci, nel senso che non sarebbe mai arrivato a tanto. Nella confessione l'albanese ha detto: "mi sono sentito umiliato". Non esito a crederlo e magari non sarà stata nemmeno la prima volta. I soprusi sono sempre ai danni dei più deboli e dei più poveri: la donna indifesa per la strada, l'immigrato, il drogato che si prende le botte dallo spacciatore, la moglie picchiata dal marito, la nipotina abusata dallo zio, il barbone incendiato. Un imprenditore che muore per mano del suo operaio mi dà da pensare, qualunque sia la ragione che ha portato alla sua morte, una piccola rivoluzione privata, la morte del potere, la morte dei soprusi, la morte del "senza contratto".
Una piccola, piccolissima voce che dice: "basta". Troppo spesso vorrei anch'io dire: "basta", "stop" a molte cose. Un gesto pubblico, plateare, per altro deprecabile, inaccettabile, interpreta quel "basta" di molti italiani che non sanno urlarlo.
Riflettiamoci su, pur con tutto il cordoglio per l'imprenditore ucciso e la sua famiglia.

martedì 11 novembre 2008

Teatro estremo: Blasted

Chi non è abituato al teatro estremo dovrebbe conoscerlo. Non amo il teatro classico, "tranquillo" e composto, quello delle signore impellicciate della domenica pomeriggio, quello pudico e garbato, di buona maniera. Sono pochi i teatranti e i registi che "osano" rappresentare qualcosa che strapazza, che violenta lo sguardo, l'udito, un teatro volgare, dalle emozioni forti. Il teatro è molto più borghese del cinema, anche nel suo stesso essere luogo, silenzioso e di rispetto, anche di rappresentanza. I teatri del centro, quelli più costosi, sontuosi e di una certa tradizione storica solitamente non hanno in cartellone una pièce come Blasted, l'ultima regia di Elio De Capitani. Lasciamo questa opera ai teatri alternativi periferici, perché le signore impellicciate non potrebbero sopportarla: sangue, violenza gratuita (verbale e fisica), perfino bestemmie, ma al tempo stesso, caratterizzata da un intento visionario senza pari e da trovate sceniche non indifferenti.
Scritto da Sarah Kane, l'autrice inglese morta suicida nel '99, Blasted è l'apoteosi di una violenza che corre in avanti, una violenza che distrugge per costruire il futuro, ma che, al tempo stesso, apre alla dissoluzione dell'istinto umano.
Una coppia in crisi, lo scenario della guerra in Bosnia, una guerra che è soltanto il macrocosmo che ingloba la malvagità privata, rinchiudendola in un recinto claustrofobico. Un gioco tra vittima e carnefice (lei e lui) che si sfilaccia per fare il posto alla sopraffazione di un maschio su un maschio (il carnefice diventa l'oggetto di un turpe desiderio sessuale da parte di un soldato che entra in camera dalla strada per far razzia e che costituisce il punto di svolta dell'azione, sconvolgendo il sistema dei personaggi e il piano dell'intreccio). Anche la bellissima scenografia di Elisabetta Pajoro riproduce la sintonia con il mondo esterno (mano mano che le bombe distruggono la città, anche la camera d'albergo dove recitano gli attori prende le sembianze di un campo di battaglia, si abbrutisce, si spettina, suda, tracolla, esattamente come Cate e Ian, che quasi perdono i connotati iniziali, colti dalla fatica, dal terrore, dallo smarrimento, dalla disperazione, dalla violenza).
Sul finale la stanza collassa, i muri respirano affannosamente, si alzano e si afflosciano, nell'atto del coronamento di un espressionistico percorso visionario (luci, rumori forti, bombe, elicotteri, piagnistei, urla strazianti). La tensione avvolge lo spettatore e la tensione è l'unica cosa che riesce a scuotere quel lezioso ambiente "finto" e "borghese" del teatro. Un'emozione forte a teatro è come una corsa sull'ottovolante e penso che Blasted riesca molto bene ad eguagliare la forza espressiva di un cinema orrorifico. Le impressioni che scrivo sono anche rafforzate e spiegate dal fatto che ho assistito allo spettacolo in prima fila, un'esperienza che mai mi era capitata con una pièce di questo genere.
Anche i tre attori Elena Russo Arman (Cate), Paolo Pierobon (Ian), Andrea Capaldi (il soldato sodomita), alla fine si fanno applaudire con un'aria stravolta, come appena usciti da un campo di battaglia. Un dramma "fisico", non solo un sofisma intellettuale. Geniale.
Guardatevi il promo ora.


lunedì 10 novembre 2008

Il miracolo dell'eccesso

Sono ebbro dei miracoli del corpo e della mente:
la capacità di eccesso.
Sono estasiato dai miracoli della psiche
dal suo essere instabile
dal suo essere instancabile.
Mi commuovo e mi sorprendo di fronte all' eccesso:
devo sempre ripetermi che esiste, ostinato
laddove l' immaginazione non avrebbe mai...osato.

sabato 8 novembre 2008

L'uomo senza storia

Ho conosciuto una volta un uomo senza storia.
Nessuno, tranne sua madre, sapesse chi fosse realmente.
Riuscì a fregare tutti.
Tutti lanciavano le proprie idee su di lui, come un sasso,
o come una freccia nella speranza di fare centro.
Nessuno ci riuscì.
Si comportava cordialmente, senza svelarsi,
la sua vita poteva essere una vergogna
la sua vita poteva essere una fonte d'oro
ma nessuno lo scoprì.
Tutti lo fraintendevano
e si chiedevano quale fosse la sua storia.
Quest'uomo poi morì,
solo, ma felice di aver tenuto duro.
Nessuno andò al suo funerale,
però tutti a dire: "Era un bravo ragazzo, non doveva morire".
Ma erano solo supposizioni.
Poteva essere stato un ladro, un assassino, un pedofilo,
un corruttore.
Forse doveva morire per farmi raccontare questa storia poetica
o per riempire d'onore la Storia.

venerdì 7 novembre 2008

Pasolini e i media

Pasolini è uno di quegli intellettuali che dovrebbe essere "innalzato" a scuola. Preferirei un Pasolini detestato a scuola, ma, tutto sommato, "sdoganato", che un Pasolini controverso, apprezzato da pochi. Detesto il fatto che la sua reputazione e la sua fama siano "inquinate" dalla sua omosessualità "da strada".
La sconvenienza di alcuni suoi argomenti forse oggi potrebbe essere di contributo al "popolo" per aiutarlo a riprendersi il proprio cervello, abbandonato in un Olimpo di insulsaggine.
Io riconosco che sono uno di quelli che non ha mai amato divinizzare Pasolini (soprattutto al cinema), ma, imparare a conoscerlo non solo attraverso la letteratura, ma attraverso le interviste televisive, ad esempio, è una boccata di aria fresca nell'inferno mediatico di un Luca Giurato, che, recentemente, parlando di reality ha dichiarato al "Corriere": Trovo ridicolo e penoso l'ostracismo a questo tipo di programmi che sono un fenomeno mondiale.
Tra parentesi: ridicolo è chi fa l'opinionista ai reality, guardarli o combatterli da casa è già un peccato veniale.
Il punto è: i mezzi di comunicazione di massa che criticava Pasolini tanto tenacemente non erano che l'inizio del delirio a briglia sciolta, dell'omologazione a cui siamo costretti e destinati. Ciò che suonava quasi inverosimile ai suoi tempi, ha un valore profetico oggi. Vedo una feroce incompatibilità tra tutto ciò che viene detto oggi in tv e Pier Paolo Pasolini...una incompatibilità che è insieme continuità storica: la merda di Salò o le 120 giornate di Sodoma la mangiamo tutti i giorni e ci piace molto. Qualcuno è contrario, ma alla fine se la fa piacere. Anch'io tutte le sere ormai mi nutro di merda. Poco serve la scusa ipocrita di chi dice: "Io non la mangio e sono a posto", perché comunque si respira merda e respirarla è ben peggio che mangiarla.
Al tempo stesso non credo che oggi nessun dibattito permetterebbe certe "uscite", certi "toni" (osservate la seguente tavola rotonda condotta da Enzo Biagi), il livello deve rimanere mediocre perlopiù, perché gli animi non devono essere aizzati.
I programmi interessanti vanno trasmessi in seconda serata, nella speranza che gli italiani dormano e non li vedano. Poi ci si barrica dietro la scusa dello share o dei bambini, che avrebbero invece molte cose da insegnare agli adulti.






giovedì 6 novembre 2008

Giochi linguistici della lingua svedese

Lo svedese è una lingua alquanto divertente, depositaria di tanti qui-pro-quo e "scherzi linguistici", o, per meglio dire, piena di "false friends", sia con l'inglese che con l'italiano.
Innanzitutto i verbi all'infinito e parecchi sostantivi terminano con la lettera -a, e già questo "italianizza" e "sovietizza" la lingua, avvicinandola a parole simili alle nostre.
Ma procediamo per ordine. Cosa ci aspetterebbe dalla parola kissa? Sicuramente di primo acchito viene spontaneo dire: "baciare" (dall'inglese to kiss). E invece no: significa "pisciare"; baciare si dice kyssa! Fate attenzione: la y è come la ypsilon greca, da pronunciarsi a culo di gallina, mentre la i è una vocale breve. Da pisciare a baciare, attraverso il movimento delle labbra.
Andiamo avanti. Fika (pron."fica") vuol dire "prendere un caffé"...Per cui Vill du gärna fika med mig? vuol dire soltanto "Hai voglia di prendere un caffé insieme a me?" Nota bene: un caffé e basta! E non vi venga neanche in mente di confondere fika con fuck o con il tedesco ficken.
La nostra "fica" si traduce con fitta. Ragion per cui la fitta svedese è un piacere, non è un dolore, la luce della vita contro l'oscurità della pena.
La nostra "fitta", la fitta alla spalla o al collo, si traduce con smärta (pron.smèrta), passando pure per bona (lucidare). Il reggiseno si chiama behå (pron. behó), ma per semplificare si scrive anche Bh e uno non capirebbe un bel niente.
Il fan non è il fan inglese dei Beatles o dei Tokio Hotel, ma, nella lingua svedese "fan" funge da intercalare come merde, fuck o "cazzo".
Poi ci sono anche i nomi propri femminili, tipo rita, pina e leda, che in svedese sono semplicemente verbi come gli altri.
La "rita" vuol dire "disegnare"; la "pina" vuol dire "tormentare" e la "leda" significa "condurre" (dall'inglese to lead).
Questi sono alcuni dei tanti casi, ma lo svedese è proprio così, nessuno scherzo.
Ecco cosa vi aspetta se vi verrà l'improbabile idea di studiare questa lingua.
Da tempo avevo intenzione di postare qualche video in lingua svedese, ma non sapevo bene quale..Alla fine, per diffondere la cultura scandinava, ho ripiegato, in modo molto singolare, su un cartone animato giapponese Sailor Moon, pensate un po'! Avete mai provato ad "ascoltare" un cartone animato giapponese in svedese? Bè, credo che il risultato d'insieme sia molto divertente...Non capirete niente, ma la musicalità della lingua è funny e mi spingerei a dire, in certi casi, anche molto sexy. Vi dedico tutta la mia stravaganza e vi inoculo un po' di curiosità per lo svedese.
Questo episodio si chiama Kärleken återuppstår (Love returns).


martedì 4 novembre 2008

San Carlo (Delle Piane)

Oggi è San Carlo. Non ho mai capito perché bisogna festeggiare gli onomastici. Ma se arrivano gli auguri di certo mi fanno piacere.
E a tal proposito, in occasione del debutto milanese della pièce teatrale Ho perso la faccia colgo l'occasione per esprimere tutta la mia stima e la mia simpatia a Carlo Delle Piane, un personaggio che rappresenta il contro-mito della bellezza dell'attore, la dimostrazione che il cinema non esclude nessuno, che i volti sono i volti, indipendentemente dalla loro bellezza. La voce di Delle Piane è rassicurante, vellutata, discreta, è una voce uterina, amniotica, voce che protegge dal disumano traffico della vita. Pupi Avati ha saputo esprimere al meglio le sue potenzialità poetiche.
Tanti auguri Carlo.