sabato 18 ottobre 2008

INTERVISTA A RICKY FARINA


Come anticipato nell'editoriale scorso, eccoci giunti alla prima intervista su questo blog! Parlo di un'intervista seria e soprattutto vera, con una persona in carne e ossa. Il personaggio di questo mese è Ricky (Riccardo) Farina, un blogger che è linkato su questa pagina. Ma Ricky non è solo un blogger; , è anche un film-maker indipendente e un poeta.

Al suo attivo due raccolte poetiche, Un alluce allucinante (1994) e Parco di parole (2000), firmate con lo pseudonimo di Zigro e 9 cortometraggi.

L’ esordio risale al 2002, quando, insieme a Valentino Murgese, Ricky dirige La vampira emofiliaca, un’opera dilettantesca ma che conteneva in nuce tutte le peculiarità del suo genere: un noir surreale colto, di derivazione letteraria, con una particolare attenzione per le immagini, per gli effetti ottici e di luce e per un gusto grottesco dell'assurdo.

Di seguito sono subito arrivati, sempre insieme a Murgese, Traum l’illusionista (2003) e Il palombaro (2004), quest’ultimo più sperimentale e decisamente meno accademico di Traum. Negli ultimi due anni Farina ha proseguito da solo la sua ricerca con il genere documentaristico. Interessanti sono stati i suoi ritratti a Silvano Agosti e alla poetessa Alda Merini, che potete vedere anche attraverso Youtube. La scorsa primavera, ha messo in circolazione Vietato respirare , scritto insieme a Pietro Menditto e Diego Fabricio, un reportage sulla monnezza di Napoli, un vibrante resoconto della situazione, quasi una denuncia sociale, girato con pochi mezzi e all’insegna dell’improvvisazione più sfrenata. Il prossimo 20 ottobre questo corto parteciperà al Festival Cinemambiente di Torino, in competizione con registi del calibro di Soldini, Chiesa. In bocca al lupo!
Classe ’69, Ricky Farina vive e non-lavora a Milano (il lavoro per lui è una deformazione ontologica), fa parte di “quelli come noi”, propugnatori di un’etica del non-lavoro. La differenza tra me e lui è che lui può, miracolosamente, non lavorare e io purtroppo no. Conosco Ricky dal lontano ’97, dai tempi dell’università, e sebbene non ci siamo frequentati spessissimo, la sua presenza, le sue storie sono state abbastanza influenti per la mia vena poetica e filosofica. Trattasi di quegli incontri abbastanza rari nella vita, e per questo alquanto preziosi. Umanamente, di lui, ho sempre apprezzato la sua dote di acuto osservatore, unita al suo humour nero raffinato e britannico, alla capacità di far sentire a proprio agio la gente, di saperla coinvolgere e soprattutto di saperla valorizzare senza adularla, saper dare sempre quell’aura interessante anche al banale.
Ricky Farina mi riceve a casa sua, come altre volte è capitato per discutere, per vedere un film assieme, per partecipare a una festa.
Veste quasi sempre di nero o di viola, è tranquillo, serio, discreto, una voce gentile, ogni tanto lo sguardo è malinconico, sembra nascondere chissà quale inferno nella sua anima, ma poi, magari basta uno spacco, un ancheggiare sculettante, un pantalone a vita bassa e parte la risata, la battuta, la pacca sulla spalla, la curiosità su questa misteriosa vita.
Questo è Ricky Farina.

D: Ricky, da gennaio hai aperto un blog. Come nasce questa idea? Per raccontarti, per fare pubblicità ai tuoi lavori….?

R: Dato che ogni giorno mi piace scrivere, adesso c’è questo mezzo del blog e ho sentito il bisogno di condividere quello che scrivo con qualcuno. Io non ho mai tenuto un diario in vita mia e adesso a quasi quarant’anni mi è venuto questo desiderio, anche perché sono stato molto stuzzicato dall’idea di poter mettere delle immagini. Ho scoperto Youtube, sono un fan di Youtube e lì puoi trovare di tutto.. E’ veramente un paradiso del voyeur, anche se non è che guardi la vita, la realtà, bisogna stare attenti, guardi qualcosa di mediato.
Però tutto questo ti dà un senso dell’ubiquità, quello di essere in più in posti, in Australia, in America, questa realtà minimale, questa realtà del dettaglio. Non ci sono più le grandi cose, ci sono solo i dettagli.

D:
Spesso ti sei dichiarato “guardone”, sia del corpo che dell’anima. E ovviamente tutto questo gusto per le immagini di cui mi hai fatto cenno, presumo derivi da una delle tue passioni che, insieme alla poesia, è il cinema. Come nasce quindi in assoluto questa passione per il cinema?

R: Nasce al cinematografo, con mio padre e mia madre. Con papà mi ricordo di una domenica che mi portò due volte al cinema. Entrammo a vedere prima un film di Franco e Ciccio, due comici ai quali sono molto legato, e poi subito dopo mi disse: “Andiamo un’altra volta al cinema”.Questo fatto di “doppiare”, mi colpì molto. Papà riuscì a portarmi dentro a vedere un film con Charles Bronson. Non ricordo il titolo ma era sicuramente vietato e papà riuscì a farmi entrare lo stesso perché ero troppo piccolo. E’ forse da questa domenica molto bella che è nata la passione…. Determinante è stata anche la figura di mio zio Roberto, che aveva un cineclub a Roma negli anni 70, “L’occhio, l’orecchio, la bocca”, che organizzava maratone e proiezioni infinite di frammenti visivi, lanciando l'idea di Schegge, al quale ha partecipato anche Ghezzi. Ho conosciuto tardi mio zio e poi è morto, ma ne sentivo sempre parlare e ne rimanevo affascinato.

D:
Hai anche un altro zio nel mondo dello spettacolo e di cui vai molto fiero. E’ Dario Farina, musicista e autore di testi, noto in Italia negli anni ’80, colui che ha scritto Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri, Felicità per Albano e Romina. Ma dimmi un po’, domanda cattiva, saresti così affascinato dalle canzoni scritte da tuo zio se non fossero state scritte da lui?

R: Ti ricordo che mio zio è stato anche solista, ha interpretato tra le altre Sei la sola che amo, che poi è finita in un album dei Ricchi e Poveri. Per rispondere alla tua domanda: no, non avrei sicuramente questo entusiasmo che ho. Da adolescente faceva figo ascoltare i Pink Floyd, poi però ho notato che col passare degli anni si apprezzano anche i prodotti commerciali che fanno parte del “gradevole”. Non per forza ci devono essere i capolavori..Alcuni pezzi di mio zio adesso mi piacciono, magari prima un po’ meno, ma sono belli così, fanno parte del “gradevole”.

D:
Oltre ai tuoi due zii sei molto legato a tuo padre, lo si capisce e ne scrivi spesso sul blog. Però hai detto una cosa un po’ inquietante: “Il giorno più bello della mia vita è stato quando è morto mio padre”. Allora forse non l’amavi così tanto…..?

R: Può sembrare una provocazione, ma non lo è. Innanzitutto scopri che una persona che ami non muore e quindi che la morte non ha poi tutto questo grande potere.Una persona muore nelle piccole cose, che sono anche grandi per carità, non puoi più telefonarle, abbracciarla, comunicarle certe cose. Però queste piccole-grandi cose sono accidentali, la morte non va incidere nella sostanza della perdita. La persona sopravvive nel ricordo. Inoltre quando provi un dolore, vero e pieno, è qualcosa di bello, perché provi un’emozione profonda, concreta. Il dolore è un sentimento bello.

D: Ma allora sei un masochista?

R: Sono nella vita e so che il dolore fa parte della vita. Se vuoi chiamami masochista….

D:
Ma da dove ti arriva questa profondità d’animo che ti caratterizza da quando ti conosco? Insomma, avresti detto una cosa del genere quando avevi sedici anni?

R: Sono sempre stato un ragazzo sensibile e serio, così dicevano. Trovo però indiscreto volermi conoscere troppo. A sedici anni però mi piaceva John Travolta. Mi hanno sempre colpito le persone, i volti. Vedo il volto come qualcosa da raggiungere….Devo arrivare a capire un volto, diverso di giorno in giorno.

D:
Torniamo al cinema. Uno dei tuoi punti di riferimento è Truffaut, ma, con rispetto, conoscendo te e la tua opera, mi sembra che Truffaut ti abbia influenzato molto marginalmente nel modo di fare cinema o nella tua poetica. Puoi spiegarci come nasce e che significato dai a questo grande amore per Truffaut?

R: Il primo contatto con Truffaut sono state le immagini della corsa sul ponte di Jules e Jim, su una rivista di cinema. Ho trovato splendida questa foto, la vitalità e la gioia che sentivo in questi attori, l’energia. Il primo film visto fu I quattrocento colpi e lì mi colpì fino alla lacrime. Truffaut è un regista che mi commuove, non è una commozione facile, strappalacrime. Mi commuove il mistero. E poi amo persone e cose diverse da me. Io non ho la gioia e la vitalità dei protagonisti di Truffaut, sono passivo e pigro,al cinema sono contento se mi annullo dentro uno schermo, sono contento se mi dimentico di esistere, di avere un corpo, delle palpebre. Quando mi dimentico di questo, in una sala buia, facendomi divorare dal racconto e dalla luce son felice.

D: Anche nelle tue poesie viene fuori sempre questo elemento del corpo, delle visite mediche che ti costringono a ricordarti di avere un corpo….

R: Sì, anche la mia poesia nasce dal rifiuto del corpo.

D: E si ispira a qualche modello letterario?

R: Sì, penso a Baudelaire. Rimasi colpito dalla lettura dell’ Albatros, sempre con mio padre. Le prime composizioni erano sicuramente ispirate a Baudelaire, parlavo sempre di vermi, della malattia.

D: In Parco di parole, la tua seconda raccolta, sei ossessionato dai tumori…

R: Fin da ragazzo ho sempre avuto intorno tumori. Mio nonno è morto di tumore, una cara amica di mia mamma, Lara, ha perso la vita a 44 anni per un tumore.Avrebbe cinque anni in più di me adesso, mi fa una grande impressione. Ma vivo sempre nel ricordo di chi non c’è più e il ricordo lo sento come un organismo vivente, non come qualcosa di astratto. Anche Traum l’illusionista è dedicato inconsciamente a una mia compagna di scuola che a sedici anni è morta per un ictus, mentre stava danzando. Era un compagna di scuola che mi ha eccitato moltissimo, nei miei sogni, nelle mie fantasie…Perderla vuol dire renderti conto che la vita è un’ingiustizia.

D: Le donne e l’eros fanno sempre parte delle tue poesie. Forse l’eros è qualcosa che ti vivifica al cospetto della morte, Eros e Thanatos, insomma. Anche le donne che scegli nella vita sono diverse da te, come i film e i registi?

R: Tranne l’ultima, Valeria, in linea di massima sì. E poi quasi sempre più grandi di me.

D: Una domanda leggera, ogni tanto piace anche a me fare il guardone dell’anima:.la prima volta di Ricky Farina.

R: E’ stato con una di 33 anni, io ne avevo 18. Si chiamava Florence, era francese e qua ritorniamo sempre alla Francia…Baudelaire, Truffaut. Fu bello, ma mi sconvolse perché alla fine lei voleva un bambino da me. Sembrava la classica situazione, la nave-scuola, la donna di 33 anni che ti svezza, poi prima di partire per Neuchâtel, dove abitava, mi confessò che le si era staccata la spirale. Non mi disse nulla prima perché voleva avere un figlio da me…Tu pensa..

D: E poi com’è andata a finire ‘sta storia?

R: Potrei avere un figlio in giro per il mondo, ma mi sembra molto strano, non lo so. Lei poi, infatti, mi mandò una cartolina con scritto: “Non mi sono ancora arrivate le mestruazioni. Ciao Riccardo”. Poi sparì.

D: E invece l’ultima volta di Ricky Farina?

R: (ride) Con Florence è stata la prima e ultima volta…Con Valeria, invece, qualche sera fa. Mi ricordo più volentieri le prime limonate con Arianna e poi con Monica, la più bella della classe, alle feste, quando si giocava al gioco della bottiglia. E’ bello il gioco della bottiglia, no? Se avessimo ancora il coraggio di farlo a 40 anni! Adesso alle feste siamo tutti seri, in coppia, si mangia, si beve, si fuma, si dicono cazzate e vaffanculo….Non ci si tocca più! Almeno una palpata, una lingua in bocca…Adesso ti annoi terribilmente, siamo maturi, siamo invecchiati, dobbiamo comportarci come degli stronzi…

D: Adesso il massimo divertimento alle feste è farsi l’acido, la canna, ubriacarsi, forse…

R: Io non mi sono mai drogato sul serio. Canne sì, ma acidi e roba del genere mai. Perché mi sento già in acido io….

D: Quando ti sei reso conto, invece, che era giunto il momento di fare un film, di passare all’ ”azione”. Quando il guardone Farina ha deciso di partecipare in prima persona, insomma?

R: Ho avuto la netta sensazione che qualcosa fosse cambiato dopo aver conosciuto Silvano Agosti, che mi ha messo in contatto con Charlie Owens, un regista anglo-africano. Sono stato sul set di Nikebe ed è venuta anche a me la voglia di fare un film. Ho conosciuto poi diverse persone che mi hanno aiutato nel progetto, compreso il mio amico Valentino Murgese, che ha messo i soldi per La Vampira emofiliaca.

D: Ecco, tu hai firmato alcuni corti accreditato insieme a Valentino Murgese. Non hai mai avuto paura che questo sodalizio potesse incidere sulla paternità di quelli che in effetti chiami “tuoi film”….Sì, sono tuoi film, ma c’è stata sempre la presenza di Murgese insieme a te. Mai avuto paura di dividere un eventuale successo o un semplice riconoscimento…?

R: No, non bisogna essere feticisti. L’io, l’individualità è una forma di feticismo che andrebbe superata e poi ci sono molti registi in coppia che hanno fatto capolavori, come i Taviani. La collaborazione con Valentino è stata giusta così, in quel momento. Però d’ora in poi farò anche cose da solo, ma con Valentino ci siamo trovati talmente bene, soprattutto perché per me il cinema è una forma di amicizia, lo faccio con gli amici, senza aspettarmi un guadagno.

D: Finora hai diretto e prodotto corti. A prescindere dai soldi, sei pronto per un lungometraggio?

R: Ci sto pensando, mi sento quasi pronto.Non ho ancora una sceneggiatura nel cassetto, però mi butterei se arrivasse l’occasione. Sarebbe una cosa molto leggera, con una piccola troupe, però non mi dispiacerebbe.

D: E il film di cui sei più soddisfatto?

R: Non vorrei sembrare presuntuoso, ma le poche cose che ho fatto mi piacciono tutte, escludendo La vampira emofiliaca, che ha un valore diverso, è il film d’esordio, ma non per questo meno importante per me. Sono molto soddisfatto dei ritratti dei poeti, che vorrei continuare a fare, lasciarli ai posteri.

D: Mi sembra doveroso, per concludere, dire due parole su Vietato respirare, il tuo corto in gara al Festival Cinemambiente di Torino…..

R: Sì, è un film nato così, dal caso, non costruito a tavolino. Volevamo sentire l’ “odore” della notizia, oltrepassare il televisivo, bucare lo schermo. E’ un film che vuol rendere giustizia a Napoli, un atto d’amore e un grido d’allarme al tempo stesso. Abbiamo lavorato con gente della strada, per ascoltare le loro impressioni a caldo. L’unica scena “preparata” è stata quella con una modella che passeggia vicino al mare con una mascherina sul viso, l’unica trovata fiction, se così si può dire.

Grazie Ricky e alla prossima.


Carlo Lock



Qui di seguito il ritratto cinematografico di Silvano Agosti, girato da Ricky Farina










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