lunedì 30 giugno 2008

Culto del culo per Verlaine

Solo l'epopea candida del suo culo splendido,
Chiaro specchio della Bellezza,
Chi vuol vedersi per potersi credere. Culo femminile
Sereno vincitore del culo virile,
Sia esso d'efebo, sia esso puerile.
Culo femminile, culo dei culi, lode, culto e gloria.

(Paul Verlaine)

Bjorn Skaarup, un danese in Italia

Nell'ambito di Ragnarock Festival (pubblicizzato e conclusosi sabato scorso), ha fatto la sua "figura" lo scultore e storico danese Bjorn Skaarup, mercoledì pomeriggio 25 giugno scorso.
Le premesse erano buone, una interessante conferenza dal titolo: "L' Italia e la Danimarca, una storia d'amore corrisposta che dura da 2500 anni", un excursus storico che partendo dall'invasione normanna fino ai giorni nostri voleva fare chiarezza sul legame che unisce questi due stati apparentemente lontani (e tuttavia ancora molto lontani per il sottoscritto!)
Dopo aver letto in un italiano stentato una relazione di carattere storico-geografico un po' raffazzonata, Skaarup si è sdilinquito in una sviolinata filo-italiana, cocciuta e ostinata, e in un infangamento della propria madre terra, di cui ha messo in evidenza soltanto ragazze brutte e porri surgelati per cena.
Ho riflettuto sul fatto che noi tutti odiamo la noia di casa nostra, le cose familiari ci stanno strette, siamo proiettati fuori da noi, come Skaarup, la Danimarca è una merda, mentre l' Italia, solo l' Italia, ha monumenti antichi, cordialità e un gusto unico per la buona cucina. Odiosi stereotipi. Mentre per qualcuno (anzi per molti) l' Italia è una merda, mentre in Danimarca, solo in Danimarca, si possono avere i testi scolastici gratis, girare liberamente in pista ciclabile per tutta la città e avere mezzi pubblici in orario. Odiosi stereotipi.
Sarà questa la storia d'amore? Un amore chiastico che esclude il proprio piatto?
Va bé, insozziamo pure il nido italiano, per ora, dimostrando a Bjorn Skaarup che: in Italia governa Berlusconi (e questo è sufficiente), in Italia esiste il problema terzomondista della spazzatura chiamato "Napoli"; in Italia i giovani sono quasi tutti infantili, depressi e violenti perché non scopano o non hanno uno stipendio adeguato per diventare adulti (al sud si sposano, ma spesso sono alla canna del gas); in Italia non esiste più il sindacato; in Italia esistono treni di quarant'anni fa su cui nidificano le zecche; in Italia ci sono cantieri aperti da decenni, in Italia qualsiasi cosa NON viene fatta rispettare (l' Italia è uno stato bastian contrario); in Italia un dentista è un furto patrimoniale, in Italia si predica bene e si razzola male; da ultimo ci sono l'arte greco-romano-medievale e la pastasciutta.
Ricordando a Bjorn Skaarup che: la Danimarca è, secondo le statistiche, il Paese più felice d' Europa, il tasso di disoccupazione è del 2% e lo stipendio di un neo-laureato parte da 4.800 € mensili. Basta questo. Da ultimo ci sono le ragazze, decisamente meno belle delle "parenti" svedesi e i porri surgelati.
Quando sono intervenuto per dire tutte queste cose, Bjorn, con flemma inglese è ammutolito: "Non sono d'accordo". Poi è sparito di corsa, senza salutare nessuno.
E' scoppiato un applauso (forse indirizzato agli interventi del pubblico). Bjorn era già lontano, forse sul primo treno per la Toscana, dove vive, sognante, aveva fatto la sua "figura".
La professoressa di danese madrelingua di scandinavistica era già sparita anche lei. Troppo fango sulla propria terra, solo ragazze brutte, porri surgelati, una tranquillità da spavento, marinai chiusi e trogloditi, una monotona prevedibilità.
Ogni terra ha il suo proprio fango. Stiamo bene nella spazzatura. Guardiamo altrove dove non c'è.




Alcuni ragazzi italiani in vacanza in Danimarca. Ecco l'amore corrisposto.

venerdì 27 giugno 2008

Caldo ed eccesso

Fa caldo.
Cammino per le strade assolate e mi sembra ogni giorno un'agonia senza fine.
Mi sento male, sono nella gabbia dell'universo.
Vorrei che arrivasse un infarto,
che mi stendesse a terra,
non sentire più niente,
dare soltanto uno sguardo furtivo per vedere se la gente mi soccorre o se fa finta di niente.
Nulla di tutto ciò.
Torno a casa col mio fardello agonico,
con la mia ossessione.
Cambio umore,
e mi sento tribale, quando la mattina apro la finestra per guardare il cielo: anche oggi è come ieri.
L'acqua è benedetta, è preziosa, il vento santo.
Cammino con la mia mente nel futuro, conto i giorni avanti a me, aspetto con ansia le previsioni del tempo.
Mi stanco di tutto, anche delle mie lamentele.
Aria tribale, aria d' Africa
Non amo l' Africa con quella sua luce così chiara
quella luce da piazza araba, che ospita il condannato capitale.
Una scimitarra e uno stiletto.
Ecco la fine.
Non amo l'eccesso prolungato
amo l'eccesso di una meteora, quello che travolge.
L'eccesso prolungato è massacrante.
Troppo eccesso, l'eccesso è tortura, noia agonica.
Il troppio stroppia
questo sole scoppia.
Vorrei affogare sotto un lago ghiacciato
morire in una fredda indifferenza che è già vita.
Vita che respira sempre, non si ferma mai.
La tragedia è l' uguaglianza e l'ignoranza.
Purtroppo è ancora giorno, ma provo a dormire
dentro la cenere del sole.
Buona notte.







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giovedì 26 giugno 2008

Temporalità

TEMPORALITA'

Il tempo è bello se è riempito di passato.
Preferisco saturarmi di passato
che masticare un presente vuoto.


La mia vita è le mie origini
l' inizio del viaggio.
Il senso della vita è l' infanzia,


lo disse anche Freud.
La storia ronza attorno all' infanzia.
La storia è cadavere nella tomba dell' infanzia.

Il tempo è occupato da uno scopo,


trovare il nesso con mie radici.
L' attualità è un' impostura
sento tutto inutile, sdrucciolevole e lascivo
faccio finta di vivere ogni giorno
sono costretto a vivere da una pompa,
una pompa che mi sono trovato in petto.

Imbrunire

IMBRUNIRE

Il sole è un po' stanco
si è arreso
si può guardarlo negli occhi.

Il giorno fa la siesta
scalcia nel letto dell' universo
è svogliato, cazzeggia
lo si può penetrare!

Rimane un giro armonico,
arpeggiato, confuso, frainteso nella quiete,
onde di silenzio, fresche e liete
fresche come un vento alla menta.

E' il silenzio di una sera d' estate
una strada vuota
tanta gente,numerosa
e silenziosa.
Come i gatti a passi felpati
cerca di vivere la quiete
prima che scappi come un topo.

martedì 24 giugno 2008

Popcorn: the original

Dopo mille rifacimenti ecco il video originale (la fonte) di Gershon Kingsley. Popcorn.
Fruire questo video come si deve è un po' come uscire di senno.
Osservarlo insistemente nel profondo silenzio, nel buio, ascoltarlo, riascoltarlo, decine di volte, a volume altissimo, è come un sacro martello che abbatte quel poco di cervello che ci è rimasto.
Meglio di una pasticca di ecstasy,
meglio di un "viaggio".
Amo farmi spappolare dalla musica.
Fino a prova contraria non è ancora riconosciuta come droga.




Ragnarock Festival

Si è aperto ufficialmente oggi a Milano la seconda edizione di Ragnarock-Festival della cultura nordica, una rassegna di eventi culturali scandinavi che spaziano dalla letteratura, al cinema, fino alla moda. Fino al 28 giugno si potrà partecipare a numerosi eventi tra i quali una conferenza sulle isole Fær Øer, due proiezioni di due registi danesi, un viaggio virtuale attraverso l' Islanda, la presentazione del nuovo libro di Erlend Loe (scrittore norvegese), nonché tre minilezioni dimostrative dei principali idiomi nordici (danese, svedese e norvegese). Oggi prima lezione di norvegese tenuta da due studentesse ventenni alte e scosciate (simil-vichinghe, ma purtroppo italiane); domani svedese, a cui parteciperà anche il sottoscritto.
E sabato 28 gran finale all' Idroscalo con sfilata di moda, estrazione di una lotteria e l'esibizione di rock band quali Familjen o Todd Terje.
.....Di nordico qui ci manca solo il clima (sigh...sigh...)

lunedì 23 giugno 2008

I cicisbei

Cicisbeo. Amo moltissimo il suono di questa parola. Cicisbeo. Sei un cicisbeo....Guardalo quello là che cicisbeo! E' una parola che mi fa ridere, che mi mette il buon umore, non so perché, quasi fosse un insulto non offensivo che puoi ripetere all'infinito, con quel gusto un po' retrò e criptico al tempo stesso, uno strano epiteto dal vago e incerto significato, per i più. In realtà essere un cicisbeo ha un significato ben preciso e non parleremmo nemmeno di insulto, anche se, per essere fiscali, l'etimologia di "cicisbeo" viene fuori dall'onomatopea "ci ci ci" (il bisbigliare fitto fitto e petulante) e "babbeo", un individuo sempliciotto e anche un po' sciocco. Quindi la parola parrebbe denotare un parlottare goffo e stolto.
Ma chi erano veramente i cicisbei? Durante l' Illuminismo settecentesco erano gli accompagnatori ufficiali delle dame, coloro che servivano e sollazzavano donne (ma già sposate). Il cicisbeo, quindi, si ritrovava dentro un triangolo, lui era il terzo incomodo, ma di fatto era ufficialmente accettato sia socialmente che dalla coppia in questione. Il cicisbeismo era molto di più che una valvola di sfogo per donne frustrate da un matrimonio di convenienza, era giustificato al mantenimento e alla conservazione del primato nobiliare. Per un "giovin signore" servire una dama senza sposarla era un fatto d'onore, un modo per stare alla larga da ambienti che potevano traviarlo, come il gioco d'azzardo o la prostituzione.
La frequentazione del cicisbeo non aveva solo un valore o uno scopo sessuale o amoroso, ma spesso era un servire o un dilettare fine a se stesso, il cicisbeo era, in fin dei conti, un uomo di compagnia.
Attualizzando questa parola, come si potrebbe chiamare oggi un cicisbeo? Becco? Gigolò? Playboy? Schiavo? La modernità ha imposto un'accezione negativa a comportamenti cicisbei, accostandoli forse a quel "babbeo" dell'inizio. Il cicisbeo è più babbeo che altro in fondo in fondo, perché serve serve, si fa in quattro, senza avere nulla in cambio, anzi senza aver"la" in cambio.
Io ho recitato la parte di cicisbeo tante volte, non mi vergogno a dirlo, anche perché destino vuole che m'innamori di gente sentimentalmente impegnata. Allora a questo punto si prospettano due strade: o si istiga al tradimento oppure si diventa cicisbeo solo per il piacere di una conversazione, di una compagnia. Anzi, sempre più spesso le donne cercano cicisbei moderni (sono soprattutto i precari, non in grado di mantenerle) perché magari essi hanno lauree che non c'entrano niente col mercato del lavoro ma al tempo stesso una grande cultura che mettono al servizio del gentil sesso, per intrattenere, dilettare, far sognare. A casa queste mogli hanno mariti in carriera, legati ai soldi, pratici, materiali, tutti cazzo e calcio, per cui un cicisbeo ci vuole sempre, un uomo di cultura e spirito, tenero, sensuale, ma soprattutto servile per scelta, in grado di comprendere le esigenze femminili, una specie di checca eterosessuale, con una spiccata sensibilità e una palese venerazione per la donna.
Servire non vuol dire essere schiavo, servire non vuol dire "eseguire" passivamente, ma proporsi piacevolmente a una donna, sorprenderla fino a provocarle una dolce stanchezza. Il cicisbeo deve costringere una donna ad arrossire e a dire: "Basta, basta, grazie". Solo così si è veramente cicisbei. Diffidate di varie strumentalizzazioni operanti nel mondo sado-masochistico che ascrivono il cicisbeo al ruolo di "sottomesso". Si potrebbe pure comprendere il concetto di "cicisbeo" nel più ampio concetto di "paggismo".
Provate almeno una volta a essere cicisbei. Poi, se la cosa va bene, vi renderete corresponsabili di un adulterio, ma questa è un'altra storia.
Il cicisbeo può anche finire dentro un gioco scambista, il capitolo sullo scambismo lo apriremo in futuro, in un altro momento.
Per approfondire:
Roberto Bizzocchi, Cicisbei. Morale privata e identità nazionale in Italia (Laterza)

domenica 22 giugno 2008

Memorie d'estate

Da qualche giorno si può dire che è scoppiata l'estate, in perfetta coincidenza col calendario solare (21 giugno). Come al solito, da qualche tempo, l'universo non conosce misura e trova sempre il modo di compensare le sue mancanze. Così dopo due mesi di pioggia ci sta strangolando, come una tenaglia, un caldo desertico.
Ma il tempo metereologico è roba da chiacchiera, l'ho già detto. Sopportiamo in silenzio la canicola senza lamentarci con nessuno, tanto, purtroppo, tutti vivono e lavorano. E nessuno si ferma nemmeno a ricordare.
Per me l'estate aveva un senso soltanto alla fine della scuola, la trovavo assolutamente meno deprimente. L'estate era la stagione della libertà, che apriva la porta a ritmi di vita inconsueti: dopo mattinate chiuse in un aula sui banchi di formica, come non godere per il piacere di fare una passeggiata mattutina? Come non godere per la libertà di poter vedere gli amici anche nei giorni feriali, non più oberati dai compiti? Come non godere per la possibilità di fare tardi la sera senza pensieri, magari rivedendo le repliche di Colpo grosso? L'estate era bella perché era confinata, era strettamente associata alla vacanza e durava tre mesi (giugno, luglio, agosto).
Non si poteva perdere troppo tempo, non c'era nemmeno la voglia di annoiarsi, di deprimersi, tutto era da vivere, prima di rinchiudersi nuovamente nelle aule con i banchi di formica. L'estate aveva il suo timido "intro" a maggio, grazie alla voce di Vittorio Salvetti: "dal teatro Petruzzelli di Bari, Azzurro". Poi Saint-Vicent e infine il Festivalbar (che non era certo quello che è, purtroppo, oggi).
In mezzo c'erano impressioni di mare e di montagna: sull' Adriatico i tedeschi incremati color peperone, con la loro classica bella famigliola (mamma Orso, babbo Orso e Orsetto), le fragranze delle profumerie sul lungomare, che si mischiavano all'odore di salsedine, all'odore di pesce che veniva fuori dal porto o dalle cucine degli alberghi e al latte solare al cocco; il sonnellino pomeridiano, il minigolf, i giochi con gli altri bambini a tirarsi la sabbia, i primi topless, la tizia che tirava davanti a tutti ceffoni all'amante troppo focoso, il bagnino che faceva il "simpatico" solo per "acchiappare", il "piano strategico per conquistare Birgit la tedesca"; "coccobello-coccofresco- Vado viaaa....", "si è smarrito un bambino di nove anni, col costumino rosso. Si trova ai bagni Aurora, ripeto: bagni Aurora".
Poi la montagna: ricordi tutti diversi, perché da bambino e da adolescente, nel paese dove mi trasferivo per ben due mesi, ero attorniato da persone anziane, mia nonna e due suoi cugini, l'età media dei villeggianti era compresa tra i 60 e gli 80. Avevo questo salvagente delle persone anziane, un modo per ripararmi e risparmiarmi di fronte a eccessiva ilarità giovanile, per me troppo scioccante, per occuparmi di cose che non mi riguardavano. Era bello però questo mondo fatto di maglioni, medicine, pettegolezzi, telenovele, dialetto milanese, tranquillità forzata, da cui, poi, grandicello, uscivo per tuffarmi nelle parolacce, nei gerghi giovanili, nelle uscite serali, nelle ragazze.
Poi a settembre tutto rientrava nei prevedibili binari ed era ancora un rigurgito d'estate. L'ultimo, prima della scuola.
Oggi, ormai cresciuto (ehm...si fa per dire), giugno e luglio sono solo delle sabbie mobili di afa da cui si spera di uscire molto presto, sono la continuazione (in peggio) della stessa vita che continua a scorrere, non vi è nessuna interruzione, tranne in agosto, l'istituzione delle "ferie" (perché da adulti il respiro della libertà è più corto, il cuore batte più in fretta e per minor tempo). Io faccio più "vacanze" di altri, è fuor di dubbio, ma le "ferie" devo subirle anch'io, come forma di privazione e di sospensione di attività. Quando nessuno lavora, ci si accorge del mondo, landa desolata, e allora si è costretti a spostarsi, a migrare verso i luoghi di villeggiatura. Gli esodi mi fanno impressione, tutti in fila verso il mare, la montagna. In città non si può stare, fa caldo, chi ci rimane o ha fegato oppure non ha soldi (nel secondo caso è un condannato), c'è questa partenza forzata, quasi una forma rituale di routine che serve soltanto a dire: "sono stato in ferie". Da due anni vado nelle capitali europee, per vedere arte, negozi, night-club e tutto quello che non c'è in Italia (in agosto e nel corso dell'anno).
Però mi manca il sapore della libertà di giugno..... Mi manca la privazione della scuola.


Un corto di Simone Nestori, intitolato Un' estate al mare




venerdì 20 giugno 2008

La Signora del tempo che vola

Mai come in questa canzone la fellatio fu cosa più nobile....


Beviti il cielo e prenditi ciò che sai
con i tuoi occhi sarai la signora del tempo che vola
con la tua bocca sarai la regina del tempo che va.
Qualche minuto di fantasia puoi andremo via
Ogni momento può avere un momento di poesia.




mercoledì 18 giugno 2008

Le lettere ai giornali

Le lettere ai giornali mi sono sempre piaciute: la posta del cuore, cause & separazioni, il dottore risponde.....Mi hanno sempre divertito perché erano e sono lo specchio di una società lasciata sola a se stessa, che vive nell'ignoranza, ma anche nel desiderio disperato di farsi notare, nell'illusione infantile di risolvere i propri problemi tramite un giornale, nella sfida speranzosa del "mi risponderà" o "non mi risponderà".
Io amo dare consigli a chi me li chiede, ma non intervengo mai se non desiderato. Dò pochi consigli, quindi è da pensare che tutti siano autosufficienti o preferiscano magari lo psicologo del giornale. E' chiaro, però, che quando sono interpellato sono sempre interpellato su questioni delicatissime: ho avuto colleghi di lavoro o conoscenti che si sono aperti a me su problemi della loro vita di cui non avevano mai fatto cenno nemmeno al loro psicanalista. Tutta questa fiducia nei miei confronti mi imbarazza, però mi dice che varrò qualcosa, almeno.
Così, non molto tempo fa, un amico mi ha detto: "Perché non ti proponi a un giornale e rispondi alla corrispondenza? Magari anche a un giornale porno, che non ci vuole nessuna qualifica".
L'idea è carina, ma tutto sommato non mi sfiora. La reazione che ho avuto è quella di andare a prendere una lettera indirizzata a Cronaca vera che conservo da quindici anni e di chiedermi, ma io come avrei risposto?
La ripropongo a voi:



Caro dottore, le scrivo perché da tempo un problema mi assilla. Sono celibe, mi sto innamorando e per me l'amore è un problema, per davvero. Quello che è peggio è che l'oggetto della mia attrazione riguarda due persone: una madre e una figlia. E quel che è ancora peggio è che la figlia ha 20 anni (io ne ho 35) e che sua madre cinquantenne è la moglie di un pastore protestante. Per la figlia io ho un'attrazione solamente fisica, per la madre c'è molto altro, secondo me è la donna della mia vita, piena di premure, gentilezze, un'intesa intellettuale non da poco. Sto cercando di rinunciare a questa passione insana, anche perché la madre è sposata e per di più con un pastore, non un uomo qualsiasi. Ma come si comportano i pastori? Concepiscono il tradimento o, proprio in quanto pastori, sono inclini a tenere salda la famiglia per non peccare contro Dio? Mi dica qualcosa la prego.
Anonimo


Presunta e ipotetica risposta mia:


Carissimo anonimo,
mi rendo conto della situazione. Ma perché ti fai così tanti problemi? Vivi con serenità questo tuo amore, scrivi poesie, graffita le mura della città, fai ironia su te stesso. L'angoscia comunicata è da preferirsi a quella celata. In secondo luogo io punterei prima sulla figlia. In fondo è maggiorenne e se ti comporti da galantuomo e non da cafone come l'italiano medio, te la puoi portare pure a letto. Può darsi che ti renderai conto, dopo che ci hai fatto l'amore, che quell'attrazione fisica si trasformerà in qualcos'altro e, contemporaneamente, potrai dimenticare la madre. In alternativa, se la ragazza dovesse darti picche, puoi sempre agitare il tuo dolore insieme con la madre. E se c'è un buon rapporto tra di voi starà dalla tua parte, non da quella della figlia. Neutralizzare il marito mi pare molto difficile, com'è difficile sperare in un tradimento. L'unica cosa che ti posso dire è cercare di inscenare una terza presenza (un'amica-complice con il compito di fare la corte al pastore), che dissemini indizi da far presagire alla tua amata una possibile scappatella. L'obiettivo sarebbe quello di far litigare questa coppia e di inserirti come consolatore. Un'alternativa più grezza, ma anche più coraggiosa è questa: prendi una macchina sportiva, invitala a un pic-nic romantico e dichiarale il tuo amore. Se dice no (nel '95% dei casi), tu baciala lo stesso e sparisci, consapevole che poi non dovrai farti più vedere e il rospo da ingoiare sarà duro. Di più non so dirti....
Ti faccio tutti i miei auguri. In bocca al lupo
Carlo Lock

lunedì 16 giugno 2008

Gli imprevisti della diretta

La tv svedese è capace di abbattere le ultime frontiere del "formalismo" mediatico e della bizzarria imprevista. Ho trovato diversi filmati, in proposito. Osservate, in questo caso, cos'è successo, in diretta, alla bella conduttrice Eva Nazemson, il gelido silenzio successivo, il fatale e totale rispetto per lo spiacevole "attacco", una confessione pubblica ("Ho le mestruazioni") e il ripristino delle condizioni normali iniziali, con una professionalità a cui si deve tanto di cappello!


sabato 14 giugno 2008

Visite quota 1000!

Oggi 14 giugno 2008 ho superato finalmente la soglia delle 1000 visite da febbraio!

Alcolisti anonimi

Tornando a casa ieri, sul bus, ho ascoltato la conversazione di una coppia, due alcolisti anonimi ( nel senso che non li conoscevo!). Lui sulla quarantina, vestito elegante, sul classico, un occhio sfigurato da una paresi, un tremore diffuso, una voce rallentata e impastata (da ubriaco appunto), ma, all'apparenza lucido; lei più grande di lui di qualche anno, anche lei abbastanza impastata, ma dava l'aria di essere più presente, con i piedi piantati a terra. Forse tornavano da una terapia di gruppo. Lui tutto soddisfatto le diceva di aver bevuto "soltanto" due birre il giorno precedente: "Vedi, io non sono come era mio padre" (probabilmente il padre beveva più di lui e non ce l'ha fatta a salvarsi).
Lei, ridendo: "Io invece non ho ancora raggiunto la tua media".
Poi l'argomento è slittato su un viaggio. Lui doveva partire lunedì, forse per lavoro, ma non se la sentiva. "Devo mettermi un po' in ordine, guarda come sono ridotto. A proposito, se mi puoi dare una spuntatina domani, altrimenti vado dal mio solito..." (alludeva ai capelli).
La compagna (probabilmente parrucchiera), gli sorride, dolcissima, non ho mai conosciuto donna più dolce, lo bacia in fronte e poi gli sussurra: "Non ti preoccupare, amore".
Ma lui, con quella sua aria sgangherata, un po' barcollante dagli urti dell'autobus, continua a ripetersi che deve farsi la barba, a voce alta: "Devo farmi la barba, porca troia, se no non ti piaccio più! E' vero che non ti piaccio più, poi?"
Lei non si scompone: "No, amore, non è vero..Ma più che altro devi farlo per lavoro, ti presenti meglio".
"Ma a me che cazzo me ne frega! Magari, sì, me la faccio domani, solo una spuntatina".
Lei: "Stasera facciamo l'amore, vuoi?"
Poi entrambi ridono, si abbracciano ancora. E' ora di scendere. Lui si lamenta con un passeggero: "Guarda te, se chiedono permesso prima di scendere 'sti qua! Bisognerebbe chiedere loro cosa sia l'educazione. E' vero o no?"
Nessuno risponde a quell'uomo. Io li seguo con lo sguardo e penso che lui e lei siano proprio una bella coppia, stiano bene insieme. Spesso basta poco a trovare un'isola di romanticismo nella frenesia metropolitana.
Sembra la scena di un film ma è la verità.
Che bello è stato questo delicato ritratto di coppia, questo amore affogato nell'alcol.
Mentre, a casa, affondavo il cucchiaio nella minestra ho bevuto un bicchiere di vino alla loro salute.
Skoal! Prosit!

venerdì 13 giugno 2008

Voglia di autostop

Autostop: una parola un po' desueta oggi, una moda forse tramontata, quella di girare il mondo al fianco di automobilisti sconosciuti. Una pratica, a detta di tutti, pericolosa, ma che secondo me esprime quel senso di libertà assoluta presente ma soffocata nell'uomo: svegliarsi la mattina e dire "voglio andare a Parigi, mi metto sulla prima superstrada e becco chi capita", magari poi cambiare idea, non andare a Parigi e fermarsi invece a Lione. Ho conosciuto gente che negli anni Settanta è andata in India in autostop, era tipico, era un costume giovanile, anche degli hippies. Nel mio immaginario privato, l'autostop appartiene alla ragazza emancipata e spericolata, quella che vuole violare le regole, la ragazza che scappa con l'amico o con la compagna lesbica, quella che rischia il maniaco o di essere buttata a calci in mezzo alla strada, alla ricerca di un motel per la notte. Una decina di anni fa, feci sesso con una tipa completamente ubriaca, a una festa in casa,a Capodanno. Io non le bastai, voleva "prendersi" qualcun altro, ma non lo trovò. Incazzata uscì sbattendo la porta e, a quanto mi venne detto poi, s'infilò sulla prima macchina che passava, diretta chissadove, forse a Novara. Penso ancora oggi a questo episodio, avrei voluto incontrare ancora quella tizia, ma ha fatto perdere le tracce di sé.
In ogni caso, riesco difficilmente a immaginare un uomo solo che faccia l'autostop, mi è proprio difficile, ma tutto questo è frutto, lo ripeto, del mio immaginario.
C'è una canzone che mi ha riportato a questa voglia di autostop, una perfetta colonna sonora della situazione, cantata da una persona che l'autostop l'ha fatto, Loredana Bertè. Il titolo è Fotografando, un tormentone estivo del 1986, un rock da cane randagio, appunto.
Il video qui sotto è girato insieme a un'attrice che ha "camminato" sulla passerella di questo blog, nel mese scorso, Dalila Di Lazzaro!
Direi, anzi, che il video è incentrato tutto su di lei, in un'atmosfera molto sensuale.
Da gustare e da vedere.....
.......in macchina, in autostop!




giovedì 12 giugno 2008

Impostura fresca

La mia vita è un'impostura fresca,
sorgiva,
si rinnova di giorno in giorno,
rumino le mie frottole
che sputo e faccio bere,
a gente che incontro sul cammino,
come paracarri al sole.
Triste per la gente che mi vuole amare
per come lei vuole
per come s'immagina.
Sono un clown senza sorriso
trucco le mie carte,
accorto, astuto
tragico commediante,
la verità è un revolver,
rapido, tuonante.
La verità è chiusa in tasca
pronta a fare fuoco.


mercoledì 11 giugno 2008

Immanuel, il "casto divo"

Tra i numerosi personaggi del sottobosco musicale underground della Rete, tengo d'occhio da un po' di tempo un tale Immanuel, detto "casto divo" o semplicemente "principe del porn groove", propositore di un elettro-pop glam anni '80, con testi a sfondo sessuale. Classe 1983, italiano, un look raffinato e dandy, modi da damerino, una vaga somiglianza incrociata con Emanuele Filiberto di Savoia, David Bowie e il cantante Den Harrow, non si definisce "artista", né "musicista", ma semplicemente un "creativo", coltiva per scelta un rapporto artificiosamente istrionico con i suoi fan di nicchia, non ama i contatti ravvicinati, né le interviste di giornalisti, nutre un atteggiamento aristocratico e fintamente altezzoso, si possono acquistare i suoi album solo tramite il suo sito ufficiale, può essere scambiato troppo facilmente per un arrivista, uno spiantato che cavalca l'onda dello scandalo in cerca di pura visibilità, o lo si ama o lo si odia, i commenti degli utenti di Youtube vanno da "gran coglione" a "sublime genio". Immanuel sguazza in questa ambivalenza con sublime ironia e con superba intelligenza, affrontando la tematica sesso da un duplice punto di vista: erotismo quasi esclusivamente omosessuale (ed egli non ha esitato a fare subito il coming-out, diventando subito un'icona gay) e un linguaggio desunto dal gergo pornografico. Molti gruppi demenziali parlano di sesso e trivialità da molti anni, con sfottò e ironia, è il caso di Elio e le storie tese (che ha ormai perso molto smalto,rispetto alle superbe volgarità di inizio carriera), ma Immanuel utilizza nelle sue canzoni termini come "pissing", "bukkake", "bondage", termini non volgari ma evocativi di certe pratiche erotiche ed oscure a chi non frequenta un "certo" ambiente, quello della pornografia appunto. Non vorrò in questa sede spiegare uno ad uno il significato di queste parole ai più sprovveduti, ma tanto per rendervi conto, ecco una serie di titoli del "casto divo": Che bella la cappella ( un divertente blasfemo tutto giocato sul doppio senso "cappella" di un confessionale e "cappella" prepuziale), Battito anale- Anal Beat, Coiti nel buio, Gocce di piacere nel mio sfintere, Bondage.
Il motto di Immanuel è "Non amo prendermi sul serio, ma prenderlo sul serio" e a chi gli chiede come mai tratta esclusivamente di tematiche a senso unico, lui risponde che la stessa domanda dovrebbe essere girata ai "proctologi", che si occupano sempre di "culo" per tutta la vita, ma da un altro punto di vista. Ed in effetti, mi domando sempre anch'io cosa spinge un proctologo (colui che studia e cura i problemi di ano e intestino retto e che passa la sua esistenza a infilare dita, attrezzi, lampadine e sonde nei culi dei pazienti) a votarsi a questa professione? Soltanto un motivo economico, di disponibilità di posti o c'è dell'altro sotto? E' ben chiaro che, nel caso di Immanuel, c'è ben altro sotto, c'è una ragione ideologica, non solo economica, e questa ragione ha avuto la sua intuizione geniale, a mio parere, nello scardinare la discrasia tutta italiana tra il logos del sesso e la praxis del sesso. Il discorrere sul sesso, il dire il sesso, il suo logos (inteso come discorso e come essenza) sembra platonicamente allontanarlo dalla sua pratica (praxis); si arriva perciò a una respingente dialettica di opposti: se uno parla solo di sesso è difficile che lo faccia, mentre, viceversa, chi fa sesso non ha bisogno di parlarne, in quanto cosa pudicamente e borghesemente "riservata" (il galantuomo o la gentildonna non parla di "certe" cose). Spiattellare in faccia la verità, sezionare l'anatomia della praxis per tradurla in logos, esibire la nudità della parola prima ancora che quella dei corpi, è una botta al fulmicotone per gente che fa sesso, ma che di fatto è addormentata e che utilizza l'alibi dell'osceno per rifiutare se stessa.
Immanuel porta avanti la sintesi del fare e del dire, il suo motto, infatti è " non amo prendermi sul serio, ma prenderlo sul serio" e fa intendere che la detonazione delle parole può seppellire i fatti, l'accumulo di osceno, l'eccesso annulla ogni cosa, Immanuel è "casto" ponendosi per negazione, il suo discorso fa leva sulla sarcastica annichilazione del sesso, attraverso l'esagerazione e l'emanazione del sesso medesimo.In sintesi, chi ritiene offensive le sue canzoni non ha capito un cazzo di lui, semmai pensa solo al suo cazzo, anche come motivo disturbante.
Di certo, piace poco anche a me che Immanuel faccia canzoni incentrate esclusivamente sulla pornografia gay, mi sembrano troppo di parte. Per fortuna, per par condicio, scrisse Io la do, ma ci sembra troppo poco.
Così Bordone di Radio 2 definisce il "principe del porn groove": Immanuel canta per davvero la gioia straordinaria di fare le schifezze, l'impeto dell'abbandono ricchione, il trasporto irresistibile di chi dà e che prende parti del corpo con una generosità che non è di questo mondo.








martedì 10 giugno 2008

Un lavoratore viziato

Oggi mi è arrivata un' altra opportunità di lavoro, un passaparola da una collega.
Contavo di riposarmi un po' a luglio, io non sono abituato ad ammazzarmi, io lavoro poco, ma lavoro bene. Poco ma bene, con coscienza e pazienza certosina.
Del resto i soldi fanno sempre comodo!
Ultimo appello di un lavoratore viziato: riposatevi, suvvia. Voi che avete più coraggio e più incoscienza di me: prendete delle banconote e fate aeroplanini, presentatevi a un colloquio con un cappello da cow-boy, non andate agli appuntamenti, ridete di voi stessi e pensate che siete essere umani e che comunque avete una dignità, che valete più di un cane, che siete al mondo per respirare e per godere. Anche se qualcuno vi dirà che sbagliate, ci sarà qualcuno che sarà dalla vostra parte.

Le canzoni de "Leintrovabili"

Su Youtube esiste un utente di nome Stefano, un probabile collezionista di dischi che ha avuto la brillante idea di trasferire tutta la sua collezione anni '60-'70-'80 sul suo canale e metterlo a disposizione di altri utenti. I suoi non sono filmati, ma semplici fotografie di copertine con il sottofondo del brano in questione, opportunamente "ridotto" digitalmente.
Fino a poco tempo fa il suo nick era "Leintrovabili", prima ancora era "Glintrovabili". La censura del servizio Youtube gli ha più volte cancellato il canale, colpevole di violazione dei diritti copyright. Ma Stefano, imperterrito, incoraggiato da un folto pubblico di ammiratori (me compreso) non si è perso d'animo e ha ricaricato più volte migliaia di canzoni, davvero particolari e rare. Oggi è ritornato alla carica come "Leintrovabili 2". Fino a che durerà si potrà beneficiare delle sue rarità: sigle televisive, cantautori dispersi, vecchi emergenti sanremesi, singoli fuori catalogo.
La cosa che dispiace è che se qualcuno linka sul proprio blog del materiale de "Leintrovabili", come ho fatto io, rischia di trovarsi poi senza video disponibile.
Chiedo scusa se andando a ritroso in questo blog troverete dei collegamenti mancanti. Non so se quei video potranno essere recuperati e quando. Per fare un attimo il punto della situazione nel post Shit generation avevo inserito un brano di Mauro Pelosi, Ho fatto la cacca, un canzonaccia anni '70 in stile progressive, pungente e grottesca (Ho fatto la cacca sul mio pianoforte, sembrava un accordo e sui dischi...anche quelli di jazz e di musica classica, sul teatro, i quadri, sulla mia chitarra americana...), quando la ascolto provo un serio senso di inquietudine; insieme a Pelosi c'era un brano più scanzonato, ma non meno impegnato, un pop in stile marcetta da banda, intitolata ....Fino al collo (sottinteso sempre la cacca), cantato da Renato Pareti, più noto come autore per i Nuovi Angeli e altri artisti. Ne Il guardone disattento compare invece una ballata elettronica di Fabio Vanni, Lei balla sola, ispirata vagamente al romanticismo americano anni '50, un successo radiofonico, inciso per la prima volta nel 1984, presentato a Sanremo, scoperto solo in seguito, tradotto in inglese e cantato da Steve Allen con il titolo A letter from my heart e poi ripreso di nuovo da Fiorello negli anni '90.
Ecco come "Leintrovabili" riusciva ad aprire una finestra sul passato, resuscitando pezzi di memoria o restituendo un successo mai avuto a brani musicali magari passati inosservati a suo tempo.
Faccio a lui, Stefano, tanti auguri per il suo lavoro, complimentandomi per la sua fatica,la sua costanza, sperando che possa presto ripubblicare quei brani sopracitati, per colmare il vuoto che ha lasciato anche nel mio blog.

domenica 8 giugno 2008

I migliori se ne vanno

Il mio biglietto di sola andata sta per scadere.

E sono stanco di vivere.


(Dino Risi)


Ed ora Risi ha concluso e realizzato la sua profezia, morendo sulla sua poltrona, ieri, davanti alla finestra del suo residence.

Il cinema però non muore, muoiono i registi migliori, tutti insieme, travolti da un'onda anomala del destino. Dopo Sidney Pollack...tocca a Risi.














Sono tantissimi i film del Maestro Risi. Ho riproposto quelli, che, per qualche verso, ho ritenuto i più significativi di quasi mezzo secolo. La stanza del vescovo, l'ultimo filmato, è forse uno dei suoi lavori meno ricordati, ma non per questo dimenticabili. Dimenticati, ma non dimenticabili.

sabato 7 giugno 2008

Einsamkeit o Zweisamkeit?

La lingua tedesca è tassonomica e gerarchica, non solo nella sintassi, ma anche nella formazione delle singole parole, che sono delle vere e proprie costruzioni concettuali, segni semantici accostati che ci danno un significato profondo e di ampio respiro, spesso intraducibile in altre lingue, utilizzato spesso per esprimere uno stato d'animo, una situazione o una condizione umana. Una tipico aggettivo tedesco intraducibile è gemütlich, che, con una perifrasi, potremmo denotare come una condizione di piacere, legata a un sentimento di accoglienza e del sentirsi a casa propria.
Poi c'è la Schadefreude (lett. la gioia del peccato), ovvero il piacere che si prova nel godere delle disgrazie altrui oppure il Querdenker (pensatore obliquo o laterale, l'anticonformista che va contro il senso comune). Ma ciò che mi incuriosisce di più è la Zweisamkeit,mutuazione della parola Einsamkeit (einsam vuol dire "solo", mentre Eins-amkeit è il sostantivo dell' "uno"- eins- ovvero la solitudine); secondo una ferrea logica speculare, cosa sarà la Zweisamkeit? Potremmo definirla una solitudine a due o una dualitudine ed è un concetto tipico della vita di una coppia che decide di isolarsi dal resto del mondo. Vi sono alcuni esempi concreti di Zweisamkeit nella storia letteraria e culturale tedesca, come la relazione tra la fondatrice dei Verdi Petra Kelly e il generale Gerd Bastian, oppure il modello letterario autobiografico di Uwe Johnson ne I giorni e gli anni.
La Zweisamkeit è molto difficile da difendere e da portare avanti come progetto di coppia, sarebbe un'atomizzazione nella società, un'intimità estrema, inviolabile, fondata su un'assoluta riservatezza e una complicità erotica e affettiva tra i partner.
Personalmente io nelle persone ho sempre cercato la Zweisamkeit , anche quando si è trattato di relazioni non affettive, ho sempre privilegiato l'intimità per conoscere un amico perché ritengo distraenti e fuori luogo le presenze estranee, non sono portato a frequentare la vita comunitaria o di gruppo, anche perché sono allergico al pettegolezzo e a commenti poco lusinghieri fatti alle spalle, anche quando non mi riguardano direttamente. Nella Zweisamkeit si gioca tutto il futuro della relazione, perché non ci sono gli "altri" che possono "soccorrerci" , offuscando un'eventuale incapacità di dialogo con una persona; in un faccia a faccia ci si mette a nudo e, se le cose non funzionano, può subentrare noia o ostilità per l'altro. La fusione uno + uno testimonia un punto di incrocio esatto, una rara capacità di sintonia; infatti sono parecchie le donne che ho abbandonato ancor prima di mettermici insieme, la Zweisamkeit non ha funzionato nemmeno a livello di amicizia.
Tuttavia, funziona poco anche a livello collettivo in Italia, perché può deteriorarsi in un rapporto soffocante minato dalla gelosia (penso soprattutto a certi costumi presenti nell' Italia meridionale), l'abitudine italiana è quella di uscire con gli amici in compagnia e di sputtanarsi a vicenda. La cosa più orrenda è uscire insieme a una ragazza che poi ti fa la "sopresina" degli amici rompipalle! Gli "amici" o le "amiche" sono la difesa inconscia alla molestia sessuale, andando proprio al sodo, al Grund (fondamento), si direbbe in tedesco. Ricordo di aver accettato un appuntamento con una ragazza musicista, appassionata del Brasile...Mi telefonò apposta per dirmi: "Vieni con me a un concerto jazz?", sembrava un invito chiaro e inequivocabile. Il giorno dopo mi scoppiò un febbrone ma, ovviamente, non rinunciai all'incontro (fossi stato matto!), m'imbottii di tachipirina per incontrarla, per poi ritrovarmi in una piazza piena di gente sconosciuta, nella confusione lei fu una delle ultime persone che salutai.
Da sottolineare, poi, che la coppia tedesca e nordeuropea risente scarsamente dell'influenza dei figli nel loro ménage, proprio perché solo i bambini le appartengono, dall'adolescenza in poi i figli prendono il volo. Vi è proprio l'idea di una coppia che si scalda nel proprio nido. Secondo l'indagine di un settimanale "Die Woche" il 33% dei tedeschi mette al primo posto nella scala dei valori il proprio compagno. E' la riprova che l'idea di famiglia e di coppietà è una realtà accettata e funzionante, senza quelle "sporcature" ideologiche e culturali di stampo cattolico, soprattutto perché anche nel mondo omosessuale tedesco c'è questo desiderio di vivere appieno l'esperienza della vita col proprio partner.

Ne mostro un esempio in questo filmato, la storia di Carla & Susanne.





(Le fonti di questo post sono invece tratte dal libro di Vanna Vannuccini e Francesca Predazzi, Piccolo viaggio nell'anima tedesca, Milano, Feltrinelli, 2004)

venerdì 6 giugno 2008

Freddura

-Dottore, riesco solo ad avere rapporti sessuali nel sonno, con una donna sempre diversa.

- Ma come è possibile?

- E' semplice: sognando.

mercoledì 4 giugno 2008

Un week-end a Göteborg


Eccomi dunque di ritorno da questo viaggio, di cui vi avevo anticipato: Göteborg (pron. Jööteboori), Svezia. A febbraio, tra i primi post ce n'era uno che riguardava proprio la lingua svedese e il mio interesse per la cultura nordeuropea. In Svezia non ero ancora stato,nonostante sia sempre stata una meta ambita. Ho deciso di visitarla, per poco tempo, da solo, nell'intimità individuo-città, in una sorta di tuffo primordiale nell'incontro con una lingua studiata ma sconosciuta, un salto di migliaia di chilometri dall' Italia, un uomo piccolino sparato in cielo ed atterrato su una landa straniera. E' inutile: ho sempre considerato gli svedesi e gli scandinavi con l'occhio scrutante di un osservatore scientifico, come se fossero alieni. Eppure sono europei come noi, fanno le stesse cose che facciamo noi, hanno accolto rom e gente di colore, escono di sera, mangiano, vanno in discoteca. Ma il fascino per questo popolo chiuso e silenzioso, placido e serafico, rimane e rimarrà. Complessivamente,da quello che ho notato, gli svedesi non si stressano, non sono nevrotizzati, vivono in pace nel loro essere-nel-mondo heideggeriano; non chiedono niente a nessuno, ma sanno dare quando occorre (per ben tre volte tre persone diverse si sono offerte di aiutarmi per strada, mentre armeggiavo la cartina per orientarmi: "Hej, behöver du hjälp? "Hai bisogno di aiuto"?); la presenza femminile si nota, quasi come se fosse l'unica, un matriarcato, una presenza che gronda di nudità e di libertà; la corporeità femminile svedese è una corporeità in festa, le "flickor" (ragazze) sono belle da vedere, ma sarebbe opportuno dire anche "buone da mangiare", dolci, morbide e fresche come acqua di mare, profumate come confetti o come pane sfornato.Ho avuto la fortuna di capitare a Göteborg in un momento di caldo eccezionale, come non capitava da tempo, un caldo da luglio inoltrato e, quindi, ho potuto ammirare le bellezze al sole delle svedesi, ho esercitato la mia dote voyeuristica (sì, perché non esiste più grande connubio come quello tra solitudine e osservazione, la persona sola amplifica i gesti che incontra nel mondo per non essere fagocitato dalla noia di se stesso, è proiettato essenzialmente agli altri, forse in un tacito tentativo di comunicazione).

Ma dopo la carne c'è la "verdura". Non è che gli svedesi siano vegetariani, sono semplicemente ecologisti, ma il loro non è un ecologismo rompipalle come la parvenza di quello italiano, che sembra uscito come un corpo estraneo da chissadove e che nessuno sopporta, spesso associato a ideologie di sinistra; l'ecologismo svedese è sano e sincero e ha messo d'accordo tutti. La gente è felice così, usa la bicicletta, non fa sprechi, fuma a un palmo di distanza dagli altri, utilizza carburante non inquinante, perché lo scopo essenziale del dna svedese è quello di difesa della natura. Così come ho visto tante coppie giovani con bambini, certe filosofie di vita si possono mettere tra parentesi vivendo in Svezia. Una teoria contro il familismo è appropriata al contesto in cui si vive. Essere contro la famiglia è un fatto piacevole in Italia, senza senso in Svezia.Il territorio provinciale e a misura d'uomo di Göteborg fa dimenticare l'ansia,fa dimenticare il pensiero. Dietro tutto questo c'è la convinzione che anche uno svedese è un uomo, tradisce, muore, uccide e, quindi, quanto detto, serve a poco, è solo una scusa, un modo per autoconvincersi della diversità altrui.
Un mondo omologato mi repelle, meglio un mondo variegato, anche se fa schifo.Sono stato a visitare il Konstmuseet, dedicato all'arte moderna svedese, la piazza del municipio, mi sono addentrato nei vicoli del porto, ho conquistato una "signorina" del servizio clienti dell'albergo in cui ero, che si divertiva a parlare svedese con me. Molta gente, ristoratori, negozianti, passanti, appena sentono che sei straniero o non parli bene la loro lingua, ti rispondono subito in inglese. Non so se sia stronzaggine snobistica verso il forestiero oppure un atto di cortesia..Ma io non desistevo e, imperterrito, cercavo di parlare solo svedese, anche perché quello era uno dei motivi che mi ha portato là. Un'altra cosa che ho avuto modo di appurare, dopo alcuni resoconti letti su un forum specializzato, è che gli svedesi hanno il vizio di sputare per strada (anche gli ecologisti hanno i propri limiti!), anche le donne, che sputano e ruttano senza pietà...Ma per me la femminilità riposa anche in un rutto, non è quello il punto: in un rutto nordico, come nel "barfota" (passeggiare a piedi nudi o fare pediluvi pubblici) c'è il sapore estremo e scanzonato della libertà e di una goliardia serafica.
Ma nonostante tutto, nessuna svedese mi ha assalito, né mi ha invitato a casa sua, contrariamente al fidanzato di una mia collega, che, sempre a Göteborg, è stato veramente "attaccato" da una sedicenne ninfomane e ubriaca.
C'èst la vie...
Göteborgs Folk