Sono sempre stato convinto che sopportare il dolore vada di pari passo con il coraggio di sopportarlo...ed anche che la vita di ciascuno è l'unità di misura del dolore.
Non esistono dolori più degni o meno degni, esiste il Dolore e basta e non ho mai tollerato la triste competizione e speculazione sulla sofferenza: "Tu non sai cos'è il dolore, io sì". Voglio sentirmi libero di piangere per un brufolo come per un decesso. L'ho detto: è la vita che è la misura del nostro tormento. Il dolore è una modificazione violenta (qualunque essa sia) del nostro equilibrio psichico e fisico e come tale va rispettato.
Di certo, il coraggio cresce in proporzione all'entità e al prolungamento del dolore, perché la sopportazione perpetua è estenuante, fa insorgere, per forza di cose, una elaborazione difensiva autoconservativa. E allora si finisce per amare il proprio dolore, ci si sforza di trovare un accordo con esso, una pacificazione per non dover soccombere, non doversi buttare dalla finestra.
Ho deciso di dedicare questo post al tema del dolore, pensando in particolare a una persona del mondo dello spettacolo, che mi ha aperto gli occhi sul problema del dolore cronico, a cui nessuno pensa mai.
Si tratta dell' ex-attrice Dalila Di Lazzaro, vittima di un banale incidente di moto nel '97, 2 novembre (giorno dei morti) a Roma, le solite buche. Il sobbalzo le procura un'incrinatura all'atlante, la prima vertebra che collega il cranio alla spina dorsale, un danno non immediatamente riconosciuto che subdolamente ha cominciato a causarle strani scompensi vegetativi, svenimenti, giramenti di testa e un progressivo dolore, ogni giorno più forte, ogni giorno più forte, devastante, come un tumore, come la potenza distruttrice della droga, un dolore da tre bustine di Aulin ogni tre ore, un dolore via via insopportabile per il quale non bastava neanche più la morfina. La medicina inefficiente e incredula, scoprirà solo tempo dopo come alleviare solo in parte la sua sofferenza, grazie all'ausilio di una speciale macchina. Non cambia comunque il fatto che l'esistenza di questa bellissima donna (ancora oggi!), tanto sognata dagli italiani negli anni Settanta e Ottanta, è cambiata repentinamente, una vita in casa, perlopiù sdraiata. Questa storia è stata raccontata in televisione più volte e descritta nei libri Il mio cielo-La mia lotta contro il dolore e L'angelo della mia vita-Miracoli intorno a me (edizioni Piemme), ingiusta e assurda, accomunata ad altre disgrazie: la perdita del figlio Cristian,un paio di violenze sessuali (da bambina e da adulta), un aborto spontaneo e un altro paio di incidenti, di cui uno aereo. Certo, che parlare di malocchio, in questo caso è cosa da poco! C'è chi muore pestato da un gruppo di scalmanati, chi fa la dialisi e chi vive accompagnato dal dolore cronico (anche psichico, in questo caso). Chi soffre di più? E quale esistenza è più fortunata?
Ne Il mio cielo emerge l'acuto contrasto tra la favola e l'incubo, tra il mondo di "stelline" dei vip e quello della malasanità, tra la celebrità e la sfiga. In questo primo libro la Di Lazzaro racconta in prima persona tutta se stessa, senza pudori, senza maschere, volendo quasi dimostrare che di bellezza e di celebrità si può rimanere puniti e alterna episodi gustosi e divertenti del mondo dello spettacolo (da non perdere è l'aneddoto di Massimo Troisi in una mansarda o la cena insieme a Robert De Niro) ad atroci e amare esperienze di dolore, umiliazioni e sofferenze disseminate lungo il corso di tutta la vita.
Dispiace veramente sapere che queste sventure siano capitate proprio alla Di Lazzaro, una personalità sicuramente diversa dalle "attricette" sue colleghe dell'epoca: prima modella proiettata in campo internazionale, frequentatrice dell'officina di Andy Warhol, poi attrice in alcuni film italiani tra cui Oh Serafina di Lattuada,Voltati Eugenio di Comencini, Tutti dentro di Alberto Sordi, Un dramma borghese di Vancini, nomi autoriali, non le solite commediacce sexy in serie. Nonostante tutto, però, Dalila, nei pochi film italiani che ci ha lasciato, non ha mai potuto essere valorizzata adeguatamente, rimanendo schiava del cliché della donna mangia-uomini o bomba-sexy; dispiace sapere che alle nuove generazioni sarà nota unicamente per la storia del dolore cronico e per le apparizioni di suo figlio (materia del secondo libro, che non ho ancora letto). Il dolore, comunque, sacralizza, incute quella forma di rispetto rigoroso che trasforma una persona, dandole una luce diversa, magari avvicinandola a un'aura religiosa. Dalila Di Lazzaro è un'altra persona ora, ma nessuno potrà mai dimenticarla per i suoi occhi e per aver suscitato fantasie masturbatorie in molti adolescenti (ciò non le dà comunque giustizia come attrice, ma lasciamo perdere).
Eppure anche il dolore induce l'amore. Mi ricordo, una volta, di aver incontrato un uomo molto elegante in metrò, aveva una costante patina di lacrime sugli occhi, ma sembrava tranquillo e apparentemente sereno.Mi disse che si sentiva molto solo, era divorziato da parecchi anni, la ex-moglie era malata di tumore e l'attuale compagna da poco l'aveva lasciato. Una settimana prima si era sottoposto a un piccolo intervento chirurgico, roba da poco, ma continuava a dirmi: "Sapesse come sono stato bene, gli infermieri mi trattavano come un signore. Vorrei tanto tornare dentro quel letto, quella sensazione di essere accudito, quel sentirmi indifeso e protetto, provare quel senso di rispetto dagli altri. Eh, la vita è dura, caro mio. Potessi tornare dentro quel letto, mi riopererei ancora".

www.daliladilazzaro.com

1 commenti:
ricordo una frase da un telefilm, Ally McBeal
"Ally, ma perchè i tuoi problemi sono sempre i più importanti di tutti?"
"Perchè sono i miei"
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