venerdì 30 maggio 2008

Morbi informatici

Da qualche giorno il mio PC è malato. Improvvisamente ha cominciato a impazzire, capita che in tutte le caselle di testo, ovunque posizioni il cursore vengano digitate contro la mia volontà una sequela di +, così +++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++++
E' orribile, sono in balìa di qualcosa di incontrollabile, una bestia tecnologica impazzita che posso tenere a bada solo usando CANC per bloccare l'avanzata e poi ritornare indietro per cancellare tutto, lentamente e con fatica, perché i + implacabili riprendono a scalpitare come cavalli furiosi, desiderosi di lanciarsi chissà dove.
Per non parlare poi dei suoni del sistema operativo, i caratteristici suoni di errore, che di punto in bianco si mettono a "cantare" all'impazzata, qualunque applicazione apra.
Oggi la "bestia" è tranquilla, riesco a scrivere speditamente, ma non avete idea gli ultimi due post come sono stati ardui, una lotta incessante tra uomo e macchina.
Converrà che porti dal medico questo PC stregato, dato che i rimedi del solito amico esperto (tra cui un ripristino di configurazione) non hanno dato buoni frutti.
Li chiamano virus queste anomalie, nessuno sa scientificamente cosa siano, morbi sconosciuti, che si rigenerano e si aggiornano di mese in mese, spesso impossibili da stanare. Io li chiamo "tumori", cancri dell'intelligenza artificiale, se li prendi in tempo forse riesci a salvarti, ma quando la macchina dà segni di squilibrio, si è già in metastasi avanzata. Spero non sia il caso mio! In ogni caso vi ho detto tutto questo perché, probabilmente, nelle prossime settimane, l'attività di questo blog andrà un po' a rilento, non preoccupatevi. Inoltre almeno fino a mercoledì non scriverò nulla perchè sarò all'estero. Compatibilmente con la malattia e la terapia al PC cercherò di raccontarvi di questa mia esperienza, ma, per ora, non anticipo nulla.
A presto.
Carlo

giovedì 29 maggio 2008

Accontentarsi

Trovo che accontentarsi sia un po' come addormentarsi, un assopirsi di fronte alla vita, un abbassare la guardia, abbassare le difese.
"Chi si accontenta gode" è valido solo per i masochisti, perché in realtà accontentarsi vuol dire giustificare e razionalizzare una rinuncia, un arrendersi agli eventi. In realtà cova dentro di noi lo sdegno, il rimpianto di non aver potuto fare diversamente.
Tristissimo, quelli che si accontentano di una donna (ovvero si addormentano nelle proprie scelte, si lasciano scegliere e, per l'appunto, si accontentano), quelli che abbandonano un proprio ideale.
Io già sono triste perché il sonno mi vince, sono rimasto l'unico a sognare una vita in cui non si dorme mai (Vasco Rossi ha quasi abiurato), vigliaccamente vittima del sonno, figuriamoci se mi posso accontentare. Io lotto per non accontentarmi e questa lotta porta sicuramente a fare i conti con la delusione e con la privazione di qualcosa. Ma non accontentarmi mi dà le stesse emozioni e sensazioni di onnipotenza che avrei durante una notte in bianco, dietro le quali vi è quasi sempre la desolazione e il coraggio del vuoto, dell'attesa.
Non accontentarsi vuol dire rischiare di non arrivare da nessuna parte, perdere il treno alle principali stazioni della vita, come, del resto, non dormire significa rinunciare alla vita luminosa del giorno, per stanchezza.
Ho sempre creduto però che da qualche parte chi perde vince.

Francis Bacon

E' dal 1993 che manca in Italia una mostra di Francis Bacon, ora è da diversi mesi a Milano in cartellone, fino alla fine di giugno.

Sono stato a Palazzo Reale a questa mostra, a farmi affascinare da questi quadri che, dicono, esprimono drammaticità, violenza. L'inquietudine è un dato certo, un dato di partenza, ma onestamente, come l'artista stesso suggerisce, non riconosco tutta questa violenza che gli si vuole attribuire. Parlerei più che altro di deformazione onirica o di fluttuazioni cosmiche e allucinate, la descrizione sulla tela di un "trip". La mutilazione (che avevamo già visto in aprile, con Witkin) è la forse la lacerazione più visibile della condizione umana, l'incompletezza mostrificata.

E poi il vero artista è quello che sa scavare nell'orrore della coscienza, nei suoi fantasmi, nei suoi dissidi interiori. L'espressività che emerge, come la schiuma del latte, è la propria opera.

Sempre a Palazzo Reale è presentata la ricostruzione fotografica dell' atelier di Bacon, al 7 di Reece Mews, South Kensington, Londra, dove egli ha abitato dal 1961 al 1992, una vera e propria oasi del disordine, nel quale il pittore si trova a suo agio.

Il disordine esteriore è forse complice di questa decostruzione di immagine, questi corpi sviscerati e annientati, macellati e pronti per la visione. Ho usato, non a caso, questa similitudine, perché nelle sue conversazioni Bacon scrive: "Mi hanno sempre colpito moltissimo le immagini di mattatoi e di carne macellata. Mi sembrano legate direttamente alla crocifissione".

Per i ritratti e gli autoritratti il filosofo Carlo Sini ("Corriere della Sera", sabato 1 marzo 2008) ricorda la lettura di Deleuze: le protesi che non-sporgono dai volti, ma si insinuano sottopelle, trasformano tutto in una maschera di morte, rivelano l'animalità umana e la fine del suo destino.

"Qualcosa che non vorremmo vedere, ma che ci costringe a guardare. Qualcosa che ci rifiutiamo di sapere, ma che in fondo abbiamo sempre saputo" (Carlo Sini)

mercoledì 28 maggio 2008

I coltori della terra

Li ho chiamati coltori della terra e non cultori, quasi queste persone discendessero dagli agri-coltori; i coltori coltivano la terra, ma sono materialisticamente "astratti", coltivano la terra nella loro astrazione, nel loro universo simbolico-figurativo, preferiscono il "basso" all' "alto", sono tra quelli che ti fanno tenere i piedi per terra.
"Scendi giù dal pero","piedi per terra": tutti modi per impedire il sogno, per impedire la libertà, per coartarla e affossarla.
I coltori della terra hanno il loro "libero" spazio organizzato di spiritualità la domenica mattina, all'ora della Messa. Poi però si torna alla terra e per alleviare la noia ci si eleva col denaro, la massima merda deodorata e traslata, quindi sempre legata alla terra. Detesto l'ossessione per il denaro, sia da parte di chi ne ha tanto, sia da parte di chi ne ha poco; il vero agri-coltore non ha paura di sporcarsi le mani, non vagheggia la terra, la vive fino in fondo, senza remore, non ha paura della povertà. Un vero "cultore" della terra non disprezza i maiali e la povertà....e, soprattutto, sogna una vita migliore non desiderando di cambiare la propria esistenza. Fa castelli in aria nel proprio castello e non in quello degli altri, insomma.
I "coltori" invece amano la loro terra simbolica per via di quel senso pratico e di quella furbizia schiacciante che li fa sentire quasi superiori agli altri; l'espansione e l'elevazione, il trascendimento e la non-identità con se stessi non li contraddistinguono affatto. Sono un pezzo unico di verità, meglio guardare verso il basso che non in alto, non confondersi con gli angelici disperati che cercano un sollievo riparatorio al continuo ripetersi incalzante della vita.
"Tutto è inutile", "piedi per terra".
I coltori della terra sono i vermi della salma vivente dell'umanità intera.

lunedì 26 maggio 2008

Lo scopo degli scopi

C'è chi va in discoteca.
chi gioca a tennis,
chi fa politica,
chi si iscrive a scuola di ballo
chi si iscrive a un corso di bricolage
chi si abbona a teatro
chi viaggia solo,
chi in treno
chi in aereo.
C'è chi va al cinema e
c'è chi fa del cinema
chi chiacchiera
chi sta zitto
chi si fa bello
chi ama i club
chi va in palestra
chi cambia religione
chi cambia lavoro
chi fa volontariato
chi chatta
chi va in piscina
chi vende auto
chi vende giornali
chi vende mobili
chi vende stabili
chi vende se stesso
chi ama automobili
chi suona..
chi strimpella..
chi stupra
chi rischia l' Aids,
chi fuma una canna
chi gioca a nascondersi
chi fotografa
chi fa il confidente
chi è generoso, di manica larga
chi offre...offre tutto
dal caffè, alle mutande.
E tutto....tutto per una scopata,
di occhi, di cuore e di corpo.
Una scopata, lo scopo degli scopi.
Una scopata è il grande eccidio dell'esistenza,
lo scoppio dello scopo, il divampare osceno dell'istinto,
l'eterno mimo di una riproduzione improduttiva.
Gli hobby sono una falsità chimerica
esistono come sedazione,
seducono per sedare,
seduzione e sedazione,
come riempimento.
I grandi "interessi" della vita
sono la specie e la morte,
il rincorrere la specie
il rinvio della morte.
Il resto è escremento
la vacuità di un soffio,
trucioli spostati dal vento.

sabato 24 maggio 2008

I corvi non hanno il becco giallo

I corvi dal becco giallo sono uno sciocco pregiudizio del pensare comune. Non esistono dei corvi con un becco così, se non nella creazione disneyana. Semmai sono i merli ad avere il becco giallo! E così non è vero che il corvo sia un uccello malaugurale o emissario di Satana (perlomeno non in tutte le culture); diciamo che questo ritratto e questa convinzione fanno comodo a chi vuol nutrire la propria "dark-soul" (come il sottoscritto), ma in realtà nella Genesi, ad esempio, il corvo è simbolo della perspicacia, per i greci aveva, al contrario, il pregio di scongiurare la cattiva sorte, presso i celti è simbolo di saggezza, presso gli orientali di amore filiale.
In effetti il corvo è un uccello intelligente e furbo, si ricorda luoghi, ambienti, tanto da poter essere addomesticato.
(Come in questo filmato)







Questa ragazza canadese che avete visto è molto coraggiosa a mettersi in spalla un corvo! Notoriamente questo volatile non aggredisce l'uomo (tralasciamo Gli uccelli di Hitchcock), anzi, è piuttosto pavido nei suoi confronti, tuttavia è parecchio curioso ed è solito aguzzare il becco contro ogni oggetto, becca per istinto, anche senza cattive intenzioni. Per cui magari con un orecchino o con un fermacapelli ci vuol giocare e non è proprio simpatico.
La cornacchia, invece, (che non è la femmina del corvo, ma una sottospecie diversa), che ormai è stanziale nelle nostre pianure, è più aggressiva, soprattutto in centro-città, dove mancano granaglie e sementi, e si deve adattare a "mangiare" animaletti più piccoli. Ormai è diventata la "spazzina" dei piccioni e, quando è affamata, organizza vere proprie aggressioni di gruppo (io ne sono stato testimone, dal balcone di casa mia, sopra un tetto). L'associazione a "spazzino" , l'abitudine a nutrirsi anche di carogne, il zampettare e il volo un po' goffo, rendono corvi e cornacchie idealmente simili, a piccoli avvoltoi. Forse è questo il vero motivo per il quale questi volatili lasciano interdetti la gente. Certo, trovarsi a tu per tu con queste bestiole, magari in un ambiente chiuso, è molto inquietante. Ricordo di una cornacchia addomesticata, Checco, che scendeva giù in un parco-giochi, in villeggiatura, seminando un vero e proprio terrore, in donne e bambini. C'era un certo istinto delle donne a tenere stretti a sé i loro figli piccoli, quando Checco roteava in giro o facevi i suoi caroselli rasoterra sul prato.
Questo filmato rende giustizia alla cornacchia (qui si tratta nella fattispecie, di due cornacchie grigie, le più diffuse in Lombardia, con dorso e petto e grigio) restituindole un po' di romanticismo.
Sì, amo i corvi. Forse si è capito.



giovedì 22 maggio 2008

L'adolescenza

L'adolescenza mi fa orrore e non mi ha mai appartenuto, anche rinnegando me stesso.
E' il momento in cui la manifestazione dei bassi istinti dell'uomo fanno capolino nel mondo in un concentrato di perfidia, prepotenza, stupidità, superficialità e insicurezza.






mercoledì 21 maggio 2008

Nuovi feticismi: balloon fetish

Secondo me il ventunesimo secolo è il secolo dei feticismi. In mancanza di un credo forte, il feticcio sostituisce in modo subliminale un Dio. La gente ha smesso di credere, forse perché dietro a Dio vede nascondersi il "feticcio" di Ratzinger o di Bagnasco e vorrebbe, invece, avere a che fare con un Dio trasparente. Ecco, vedete? Sempre di feticci parliamo, di immagini, di simulacri di valore totemico. La coperta di Linus, il cubo magico, il vecchio 45 giri, il modellino d'automobile, fino a feticci erotici: intimo, capelli, scarpe.Le donne o gli uomini interi sono troppo complessi, meglio qualcosa di più semplice, di meno impegnativo. I giapponesi, per esempio, hanno lanciato il feticismo delle mutandine. Uomini d'affari spendono centinaia di dollari per farsi spedire slip usati (con diverse gradazioni di sporco) da studentesse, che, in questo modo si pagano gli studi.
Molti feticismi vengono creati con la suggestione delle parole e delle immagini, ne esistono di stupidi, come lo smoking-fetish; in questo caso sono un empirista, le virtualità dell'eros vengono scoperte attraverso stimoli esterni, non tutto può esserci davanti, sempre pronto, sempre teso, all'avanguardia. Viviamo anche nell'ignoranza sessuale, e meno male.
Bene, tutto questo preambolo perché ho scoperto che non solo i bambini si divertono con i palloncini.....
Ecco a voi, un nuovo feticismo, il balloon-fetish.



Ieri post n° 100

Ieri ho raggiunto la quota 100!
Ho pubblicato cento post e questo è il centunesimo della serie.
100, cifra tonda, bisogna celebrare.

Carlo

martedì 20 maggio 2008

La giusta misura

Chi mi sopravvaluta si trova deluso
chi mi sottovaluta scopre in me un individuo irripetibile.
Ma ci sarà una giusta misura?
Potrò liberamente parlare come uno scaricatore di porto un giorno?
Potrò mai infangare Beethoven al cospetto di Pupo?
Potrò comunicare la mia giusta essenza senza spiegarmi?
Potrò mai essere fermato da uno sconosciuto per un complimento?
Sono un indovinello,
una zona d'ombra.
Io sono io
non sono mai appartenuto a nessuno:
questa è l' unica cosa superbamente bella della mia vita
ma è anche maldestramente tragica.

domenica 18 maggio 2008

Un ricordo di Enzo Tortora

Vent'anni fa moriva di cancro Enzo Tortora.Mi ricordo molto bene quel 18 maggio in cui lessi la notizia sul giornale e cedetti al pensiero della sua condizione resa ancora più triste dopo tutto quello che gli era capitato negli anni precedenti. Ho sempre avuto una grande stima di questo giornalista e presentatore italiano, voglio ricordarlo, come lui, forse, avrebbe voluto, tralasciando quell'odiosa e triste parentesi di cronaca giudiziaria che ne ha fatto quasi un martire politico, di cui comunque non dobbiamo dimenticarci.

"Dove eravamo rimasti?", fu la sua indimenticabile frase di apertura della nuova edizione di Portobello, dopo il carcere. Ricordarlo, quindi, per quello che era, per il suo contributo televisivo e giornalistico, per il suo rappresentare un modo di fare televisione ancora "pulito" e professionale. Fu Tortora a essere licenziato dalla Rai nel 1969 per aver scritto su "Oggi" che l'ente radiotelevisivo era un jet supersonico pilotato da un gruppo di boy-scouts che litigano ai comandi, rischiando di mandarlo a schiantarsi sulle montagne, fu tra i primi a lavorare per le tv locali, partecipando alla fondazione di due emittenti lombarde, Antenna 3 e Telealtomilanese. Il nome di Tortora è legato sicuramente a Portobello, la trasmissione che realizzò dopo la nuova assunzione in Rai nel 1977. Dieci anni più tardi, dopo le sue tristi vicessitudini, il "pappagallo" ritornò sul piccolo schermo, ma i tempi erano cambiati e non ci fu il riscontro di pubblico che tutti si aspettavano. L'intuizione geniale, veramente geniale e innovativa di Tortora, fu la sua ultima trasmissione, purtroppo dimenticata, anche se ha spianato la strada a programmi come Chi l'ha visto? o Telefono giallo con Corrado Augias: si chiamava Giallo, andò in onda nell' ottobre dell' 87, con un Tortora già provato ma sempre con la benzina nelle vene. Si trattava di un programma dedicato al thriller e ai casi irrisolti (una scelta coraggiosa per i tempi), con una parte seria e giornalistica e una parte più legata all' intrattenimento affidata all'insolita conduzione di Dario Argento e a personaggi di contorno come Romano Battaglia o Alba Parietti, che cominciava a muovere i suoi primi passi in televisione facendosi chiamare "Mistiria", con fare stregonesco e misterioso. Un programma dedicato al poliziesco era fatto su misura per Tortora, lui, che con la sua flemma e il suo savoir faire, mi ispirava l'idea di una creatura di Conan Doyle, di un ispettore londinese.E, naturalmente, non mancava lo spazio riservato al pubblico, con il gioco di indovinare da casa il nome dell'assassino attraverso una fiction a puntate girata appositamente per la trasmissione (la serie era affidata alla supervisione di Argento e i registi erano Luigi Cozzi e Lamberto Bava).

Diciamo, quindi, che i programmi televisivi di Tortora sono stati format "pilota" per spettacoli realizzati più tardi: successori di Portobello sono infatti Ciao gente o I cervelloni (tanto per fare qualche nome). Ma Tortora era Tortora, non aveva rivali ed era inimitabile, la sua conduzione politically-correct, ma mai banale, mai stucchevole, questo rapporto sincero che coltivava con il pubblico, questo coniugare giornalismo e spettacolo come solo lui sapeva fare, fu un grande esempio di conduzione.

Cosa avrebbe fatto Tortora se fosse rimasto in vita? Ecco una domanda che mi pongo spesso. Se devo essere sincero, la morte forse lo ha salvato dalla "spazzatura" catodica di questi ultimi tempi, che non avrebbe mai digerito. Forse sarebbe tornato a fare giornalismo o radio, defilato, oppure avrebbe fatto programmi di nicchia in terza serata su Raitre, magari a sfondo politico, non possiamo immaginarlo.Sarebbe stato con Di Pietro o contro Di Pietro? Garantista o giustizialista?

La cosa, però, che mi ha sempre lasciato perplesso è che i suoi programmi vengono poco riproposti, se ne parla poco;forse, è stato tale lo sdegno pubblico per quell'errore giudiziario che si preferisce il silenzio alla parola, un silenzio meno imbarazzante che una celebrazione e una commemorazione ipocrita.

E' stato fatto un film, Un uomo perbene, di Maurizio Zaccaro, con Michele Placido, ma né l'idea né la pellicola mi hanno particolamente convinto.

Io ricordo e voglio ricordare Enzo Tortora con serenità, come uno di quei tanti capitoli di quell' infanzia "borghese" di cui ho già parlato precedentemente.

Avrei voluto trovare qualche video in più, qualche video più bello, ma, purtroppo su You Tube, mi sono dovuto accontentare di questo speciale di Giovanni Minoli.

Come volevasi dimostrare, Tortora è ancora un personaggio scomodo. Di lui le figlie hanno detto al Tg2: "Non è mai stato risarcito, né quando era in vita, né dopo la sua morte".



sabato 17 maggio 2008

Oggi parla un libro

Ma sarà poi vero che siamo noi soli uomini a leggere?
"Mi chiamo Libro, sono un banale romanzo, non sono uno scolastico né un saggio.
La gente pensa che noi non abbiamo un anima...Errore! Noi siamo figli di un'anima, figli di un cervello umano pensante e viviamo con quest'anima stampataci addosso.
Quest'anima è il colore dei nostri occhi, ne abbiamo tanti, che girano, migliaia, in coppia, a due a due,...le mani dell'uomo li toccano e li scrutano.
Anche noi guardiamo loro, noi conosciamo i nostri lettori, per giorni, per mesi, fissiamo un volto, scrutiamo le labbra, le guance, le espressioni, capiamo se siamo amati. Ci affezioniamo.
Ecco, capire se siamo amati è veramente l'occupazione della nostra esistenza. Spesso questo "capire" diventa difficile se siamo letti in silenzio. Lo scapolo che ci legge nella sua cameretta è noioso per noi...
Non amiamo essere un ripiego, insomma. Vogliamo essere letti per quello che siamo, non per sostituire una scopata (non sono un romanzo erotico, per fortuna).
Però filtriamo tutto, attraverso la nostra anima di inchiostro. Certo, devo dire che i miei colleghi "scolastici" o "universitari" sono più fortunati da un certo punto di vista, però sono anche i più "torturati".
Gli scolastici ricevono più attenzione degli altri, è indubbio, sono aperti tutti i giorni e hanno anche più stimolazioni uditive e tattili (troppe!). Lo scolastico si deve sorbettare il suo lettore che tenta di ripetere il suo contenuto, la cosa può essere anche divertente, è come un'imitazione. Sarebbe come se un uomo tentasse di imitarne un altro. Uno spasso è quando quei coglioni liceali devono preparare la maturità, allora sì, c'è da ridere...la ripetizione collettiva, un assommarsi di cazzate, inframmezzate da temi totalmente estranei: lo sport, le donne e compagnia bella.
Ma lo scolastico è anche torturato, dicevo....Eh sì, briciole che cadono, pagine strappate, bibite rovesciate, mani sudate e poi soprattutto quell'odioso rito della sottolineatura, è come essere scoiati, circoncisi o sfregiati. Tutti i giorni, tutti i giorni! E quando si crede che sia finita non si può star tranquilli, magari si è venduti impunemente come schiavi, passati di mano in mano, in altre mani più sporche, in case fatiscenti, buttati sui letti, violentati, strappati e...poi di nuovo...torturati, sovraincisi, pitturati con l'evidenziatore come un clown, messi alla berlina. Non basta essere "pasticciati" una volta, non si è mai contenti.
Ah, grazie a Dio non sono un libro scolastico. Però, noi romanzi abbiamo altri inconvenienti. Moriamo d'inedia, stipati negli scaffali, soffochiamo nella polvere.
E la polvere del tempo ci incancrenisce, ci corrode.
La nostra attesa di essere riscoperti e riletti pulsa e vive nel grande cuore dell'indifferenza.
Però noi siamo immortali. Gli scolastici muoiono, vengono venduti, qualcuno ha la sfortuna di essere condannato al "macero".
Noi, no...se siamo di valore, resistiamo nei secoli. Invecchiamo sotto la polvere, diventiamo così fragili che nessuno ci può più toccare....Le biblioteche sono le nostre-case-famiglia. Se riesci a finire in biblioteca sei salvo! I negozi mi mettono in angoscia, non sai mai in che mani finisci. In biblioteca, invece, un minimo di garanzia per la propria salute è concessa.
....ma esistiamo! Nel cuore dell'indifferenza noi viviamo.
Caro uomo, sono un Libro, aiutami a vivere!"

giovedì 15 maggio 2008

Una Patty Pravo da "Stryx"

Oggi meno chiacchiere e vi ripropongo un filmato da un programma cult degli anni Settanta, Stryx, di Enzo Trapani (puntata del 29 ottobre 1978); è un filmato che trovo a suo modo disturbante, con una Patty Pravo da brividi.
Una Patty Pravo da strizz....anzi da "Stryx"!


mercoledì 14 maggio 2008

Il coraggio e il dolore

Sono sempre stato convinto che sopportare il dolore vada di pari passo con il coraggio di sopportarlo...ed anche che la vita di ciascuno è l'unità di misura del dolore.
Non esistono dolori più degni o meno degni, esiste il Dolore e basta e non ho mai tollerato la triste competizione e speculazione sulla sofferenza: "Tu non sai cos'è il dolore, io sì". Voglio sentirmi libero di piangere per un brufolo come per un decesso. L'ho detto: è la vita che è la misura del nostro tormento. Il dolore è una modificazione violenta (qualunque essa sia) del nostro equilibrio psichico e fisico e come tale va rispettato.
Di certo, il coraggio cresce in proporzione all'entità e al prolungamento del dolore, perché la sopportazione perpetua è estenuante, fa insorgere, per forza di cose, una elaborazione difensiva autoconservativa. E allora si finisce per amare il proprio dolore, ci si sforza di trovare un accordo con esso, una pacificazione per non dover soccombere, non doversi buttare dalla finestra.
Ho deciso di dedicare questo post al tema del dolore, pensando in particolare a una persona del mondo dello spettacolo, che mi ha aperto gli occhi sul problema del dolore cronico, a cui nessuno pensa mai.
Si tratta dell' ex-attrice Dalila Di Lazzaro, vittima di un banale incidente di moto nel '97, 2 novembre (giorno dei morti) a Roma, le solite buche. Il sobbalzo le procura un'incrinatura all'atlante, la prima vertebra che collega il cranio alla spina dorsale, un danno non immediatamente riconosciuto che subdolamente ha cominciato a causarle strani scompensi vegetativi, svenimenti, giramenti di testa e un progressivo dolore, ogni giorno più forte, ogni giorno più forte, devastante, come un tumore, come la potenza distruttrice della droga, un dolore da tre bustine di Aulin ogni tre ore, un dolore via via insopportabile per il quale non bastava neanche più la morfina. La medicina inefficiente e incredula, scoprirà solo tempo dopo come alleviare solo in parte la sua sofferenza, grazie all'ausilio di una speciale macchina. Non cambia comunque il fatto che l'esistenza di questa bellissima donna (ancora oggi!), tanto sognata dagli italiani negli anni Settanta e Ottanta, è cambiata repentinamente, una vita in casa, perlopiù sdraiata. Questa storia è stata raccontata in televisione più volte e descritta nei libri Il mio cielo-La mia lotta contro il dolore e L'angelo della mia vita-Miracoli intorno a me (edizioni Piemme), ingiusta e assurda, accomunata ad altre disgrazie: la perdita del figlio Cristian,un paio di violenze sessuali (da bambina e da adulta), un aborto spontaneo e un altro paio di incidenti, di cui uno aereo. Certo, che parlare di malocchio, in questo caso è cosa da poco! C'è chi muore pestato da un gruppo di scalmanati, chi fa la dialisi e chi vive accompagnato dal dolore cronico (anche psichico, in questo caso). Chi soffre di più? E quale esistenza è più fortunata?
Ne Il mio cielo emerge l'acuto contrasto tra la favola e l'incubo, tra il mondo di "stelline" dei vip e quello della malasanità, tra la celebrità e la sfiga. In questo primo libro la Di Lazzaro racconta in prima persona tutta se stessa, senza pudori, senza maschere, volendo quasi dimostrare che di bellezza e di celebrità si può rimanere puniti e alterna episodi gustosi e divertenti del mondo dello spettacolo (da non perdere è l'aneddoto di Massimo Troisi in una mansarda o la cena insieme a Robert De Niro) ad atroci e amare esperienze di dolore, umiliazioni e sofferenze disseminate lungo il corso di tutta la vita.
Dispiace veramente sapere che queste sventure siano capitate proprio alla Di Lazzaro, una personalità sicuramente diversa dalle "attricette" sue colleghe dell'epoca: prima modella proiettata in campo internazionale, frequentatrice dell'officina di Andy Warhol, poi attrice in alcuni film italiani tra cui Oh Serafina di Lattuada,Voltati Eugenio di Comencini, Tutti dentro di Alberto Sordi, Un dramma borghese di Vancini, nomi autoriali, non le solite commediacce sexy in serie. Nonostante tutto, però, Dalila, nei pochi film italiani che ci ha lasciato, non ha mai potuto essere valorizzata adeguatamente, rimanendo schiava del cliché della donna mangia-uomini o bomba-sexy; dispiace sapere che alle nuove generazioni sarà nota unicamente per la storia del dolore cronico e per le apparizioni di suo figlio (materia del secondo libro, che non ho ancora letto). Il dolore, comunque, sacralizza, incute quella forma di rispetto rigoroso che trasforma una persona, dandole una luce diversa, magari avvicinandola a un'aura religiosa. Dalila Di Lazzaro è un'altra persona ora, ma nessuno potrà mai dimenticarla per i suoi occhi e per aver suscitato fantasie masturbatorie in molti adolescenti (ciò non le dà comunque giustizia come attrice, ma lasciamo perdere).
Eppure anche il dolore induce l'amore. Mi ricordo, una volta, di aver incontrato un uomo molto elegante in metrò, aveva una costante patina di lacrime sugli occhi, ma sembrava tranquillo e apparentemente sereno.Mi disse che si sentiva molto solo, era divorziato da parecchi anni, la ex-moglie era malata di tumore e l'attuale compagna da poco l'aveva lasciato. Una settimana prima si era sottoposto a un piccolo intervento chirurgico, roba da poco, ma continuava a dirmi: "Sapesse come sono stato bene, gli infermieri mi trattavano come un signore. Vorrei tanto tornare dentro quel letto, quella sensazione di essere accudito, quel sentirmi indifeso e protetto, provare quel senso di rispetto dagli altri. Eh, la vita è dura, caro mio. Potessi tornare dentro quel letto, mi riopererei ancora".










www.daliladilazzaro.com















martedì 13 maggio 2008

Sognando Cristina...

Stanotte ho sognato Cristina, una ragazza con cui uscivo una decina di anni fa.
Di lei avrò sempre questo ricordo: si presentò a vedere il film La grande abbuffata (proiezione d'essai) di Marco Ferreri dopo aver, praticamente, digiunato per una giornata intera (solo crackers e insalata).
Ma nemmeno i manicaretti del film la smossero. Ah, queste diete malefiche!
La punii mandandola da sola a casa in taxi. A'n vedi che galanteria! Ma tutti lo sanno, sono un uomo sui generis.
Per dimagrire fatevi fare un clistere, ragazze!

Il guardone disattento

....Era un guardone disattento. Ma può esistere un guardone distratto? Non è una contraddizione vivente?
Eppure fu falciato da un'auto mentre si era fermato, sul ciglio di una strada, come un allocco, a guardare due innamorati a scambiarsi effusioni, sembravano a lui due mummie di luce sexy sospese nel tempo.
Cadde con ancora addosso le cuffie dell' i-pod. La canzoncina che "passava" recitava:

Ti guardo di nascosto
con te non c'è nessuno.
Ti voglio adesso!

Morì poco dopo, felice, al suono di questa ballata elettronica stile anni Sessanta che tra l'altro, gli ricordava il suo primo amore.
Lei balla sola!



sabato 10 maggio 2008

"Guarda chi c'è"

Sono sempre andato in sollucchero per questa espressione: "Guarda chi c'è".
Sei lì che stai facendo altro, arriva la tua compagna, un tuo amico, tua madre, un collega e ti dice: "Guarda chi c'è", vi è una presentazione privilegiata, un'introduzione.
E arriva lui o lei, presenza inaspettata, epifania magica, la sorpresa della giornata (solitamente bella, perché il "guarda-chi-c'è", per natura, implica quasi sempre qualcosa di gradito)
Il "guarda-chi c'è" non dà nemmeno adito ad equivoci se è ben pronunciato e scelto, è un'ostensione sotto forma di paggeria per fare piacere a qualcuno, un "terzo". Guai se "il-guarda-chi-c'è" fa scaturire una reazione insofferente, il desiderio di cacciar via quella persona inaspettata. Il rischio c'è, ma tutto dipende dal tatto dell' "ostensore". E' chiaro che "il guarda-chi- c'è" è una presentazione intuitiva, giocata sull'istante, non c'è differimento, una forma antistante di avviso preparatorio, altrimenti il fattore sorpresa si perde.
Che senso avrebbe avvisare prima? "C'è quel tuo amico alla porta, lo vuoi vedere?"
Chiaramente su una cosa siamo d'accordo: il "guarda-chi-c'è" è un calcio alla routine e nel bene o nel male è un salto vertiginoso nell' incantamento di un istante irripetibile.

venerdì 9 maggio 2008

A colloquio con una ciellina

Molti anni fa, durante un viaggio un pullmann, mi misi a chiacchierare con una ragazza, che scoprì, poi essere di CL (Comunione e Liberazione).
La conversazione divenne allora più interessante.
Io le dissi: "Ma perché andate a Messa tutti i giorni? Perché questa devozione e questa meditazione oltre ogni limite?"
Lei mi disse: " Vedi, noi preghiamo tanto perché il solo divertimento è istinto."
A questo punto rovesciai la questione: "Bè, secondo me l'istinto è il solo divertimento"

Chirurgia

Chirurgia
macelleria gentile e legalizzata,
macelleria salvavita frantumante,
ricamo truculento nella carne e per la carne,
sartoria dermica,
decomposizione e ricomposizione
gioco geometrico su plastici viventi.

giovedì 8 maggio 2008

La poesia di Massimo Falsetti

Conobbi a Roma due anni fa un giovane poeta, Massimo Falsetti, nell'ambito di un progetto che ci vedeva uniti nella presentazione dei nostri rispettivi libri. All'attivo lui aveva Introspezioni, una raccolta di poesia scarna e asciutta, ma non banale. Ciò che mi è piaciuto subito di lui è stato l'accostamento tra poesia e musica (riuscire cioè a trovare una rispondenza tra il bisogno d'introspezione dato dalla musica e quello dato dalla poesia). Classe 1973, laurea in Musicologia con specializzazione presso l' Università degli Studi, grande conoscitore della musica classica, Falsetti ha in mente una nozione di musica "salvifica", un movimento dello spirito che insieme alla poesia, conferisce all'animo umano, un'ascesi spirituale, un punto d'approdo metafisico di distanziamento dal mondo, un sacro oltre, come non ricordarsi, in questo senso, di Hölderlin o di Schopenhauer per la musica?


Ed è proprio in una poesia intitolata a Beethoven Quartetto op.135 di L. Van Beethoven che Falsetti ci illumina con le sue parole:


Grandezza di un destino avverso,

popolato di note e pensieri.

Quattro voci cantano l'infinitezza di speranza,

effluvio di emozioni labirintiche accese da un corpo martoriato nella carne.

E' la tua anima che sfiora la sensibilità

che inonda di volontà e forza

e in Essenza si trasmuta.

Luce, suono che ricopre e riveste il perché delle cose:

la Bellezza!

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Altri versi sparsi:

Il suono nella poesia di sei corde in vibrazione

Il tuo cuore è suono, spiga di terra incantata nel cupo accento della mia malinconia

Silenzi di profondità, immersi nel suono di una caduta.


Falsetti si muove di continuo in un'altalena di ascesa e discesa, carne e spirito, suono e silenzio, la vita un su e un giù, la scrittura è la scala (non vi sfugga la metafora musicale) che ci riporta in un non-spazio, dove il poeta sembra godere e soffrire di una indeterminatezza senza età, resa bella dalla musica, la sua passione, la sua arte, un non-luogo che è anche e soprattutto interno.

Ma quello che non mi piace di Falsetti è la sua spiritualità classica, il suo credere nella Bellezza, non nella "bellezza", un'attitudine poetica che tradisce la sua formazione di musicista classico, per l'appunto, i suoi versi senza metrica nei quali, in fondo, si scorge la purezza e la geometria di una sinfonia, l' austerity della musica "colta", con la sua essenzialità e il suo rigore disciplinare.

Falsetti non è il tipo da concedersi barocchismi deformi, quel vomito dissacratorio e quel senso del beffardo che mi contraddistingue.

Io non faccio poesia, semmai la esprimo esercitando tutti i miei sensi e poi la racconto in forma di pensiero.Tuttavia, questo incontro con Falsetti è stato proficuo, un terreno comune, la musica (suono anch'io la chitarra), nel quale spuntano diversità di vedute.Vi consiglio il suo libro, pubblicato per le edizioni Il Filo.
















martedì 6 maggio 2008

Orrori mitteleuropei

Ogni Paese ha le sue vergogne.
A noi sono toccati i rifiuti di Napoli, parlamentari e capi di governo plurinquisiti. La Germania e l' Austria però conoscono altri orrori. Gli ultimi fatti di cronaca testimoniano una reiterata propensione mitteleuropea per crimini molto perversi. Non è un'accusa, ma una constatazione di fatti, secondo un puro induttivismo baconiano.
Cominciamo dal caso più recente, quello di Amstetten (Austria): un padre sevizia, reclude in un bunker e stupra una figlia per ventiquattro anni, fa dei figli insieme a lei, alcuni dei quali sono dei vegetali incapaci di parlare perché non hanno mai visto la luce.
Poco tempo prima, la storia quasi-romantica di Patrick e Susan di Lipsia, due fratelli di sangue ma cresciuti separati; si sono incontrati e innamorati, iniziando una relazione nel 2000, hanno avuto ben quattro figli! Essendo l'incesto proibito per legge in Germania (a differenza di altri Paesi come la Francia, l' Olanda o la Svezia dove non costituisce reato), Patrick comincia la sua dura battaglia per abolire quella legge "vecchia di cent'anni" contro i rapporti tra consanguinei e poter sposarsi con la sorella, coronare il suo sogno.Pare, tra parentesi, che proprio recentemente, il Tribunale tedesco di ultimo grado gli abbia dato ragione.
E ancora: nel 2006, sulla rete tedesca nazionale ZDF durante la fiction Liebeskind, si è vista la scena di un amplesso tra un uomo maturo e una ragazza. Ok, niente di strano...tranne il particolare che i personaggi erano padre e figlia!
Questi tedeschi giocano duro e sul serio, mica come da noi, ove l'unico non-scandalo è lo pseudo-incesto di casa Cesaroni (me' cojoni!).
A parte gli scherzi, ma perché tutto questo germanico gusto dell'incesto? Forse additare un "mostro" è più rassicurante per noi italiani, punire un'aberrazione ci dà un senso liberatorio; però che esista gente che pratica l'incesto e che si batte, in Europa, per renderlo cosa "normale" è un dato di fatto, come le legislazioni di alcuni stati che lo depenalizzano. Sarà questo forse l'orrore degli orrori??
Torniamo alla Germania. Stavolta cambiamo perversione....ce n'è da vendere. I tedeschi, tra l'altro, producono i film porno tra i più "estremi" d'Europa. Forse sono come i giapponesi, un po' repressi e vivono in una società più liberale dove è possibile esprimersi pubblicamente. Noi invece subiamo il processo inverso, siamo "castrati" nella dimensione pubblica perché abbiamo sempre la nostra buona immagine perbenista e immacolata da difendere.
Parliamo di ibernazione e cannibalismo. Per un fatto del 2003 a Kassel, Armin Meiwes viene processato per aver "mangiato" un uomo consenziente. Le due parti del gioco, omosessuali, si erano conosciuti via Internet con un annuncio. Meiwes, tranquillamente, ha affermato che esistono molte persone in Germania (uomini o donne) che si rendono disponibili come vittime sacrificali. Mangiare un uomo era il sogno proibito di Meiwes, incensurato e passato indenne alla perizia psichiatrica (tra l'altro!).
Dulcis in fundo...notizia apparsa oggi: una coppia tedesca ha tenuto ibernati dei neonati in una cella frigorifera per lungo tempo.
Ecco il sapore della follia. Quest'estate andrò in Germania, spero che qualcuno non desideri mangiarmi, rapirmi o ibernarmi....Bè, avrei la scusa pronta: "Caro vengo da Napoli, sono pieno di diossina, non ti conviene".


Il cannibale (Der Kannibale)





La vicenda di Amstetten


lunedì 5 maggio 2008

Bisogno di ingenuità

Voglio divampare ed esplodere,
gonfiarmi come una mongolfiera
innalzarmi nel cielo...
e....
Voglio raffreddare di ingenuità la gente
con un idrante, sì con un idrante
e poi affezionarmi a tutte le mancanze,
a tutti i pudori, a tutti i rossori, a tutte le fobie,
all'incredulità umana
allo stupore incantato.
Stasera ho un bisogno acuto d'ingenuità
di malizia non so che farmene.


Carlo

domenica 4 maggio 2008

Vip il superuomo

Il Vip (ovvero V.I.P , alias venerato, istrionico e popolare) "sarebbe" come un superuomo sociale.
Più che superuomo lo definirei una bestemmia vivente,
un concentrato popolare di frustrazione- da-casalinga-di-Voghera,
una favola timida e ipocrita da poster,
la Differenza sulle differenze.
Il Vip è uno scarto umano
("scarto" nel senso di distanziazione)
è un fomentatore di bave proletarie insoddisfatte,
una voglia insopprimibile.
Supervip, minivip,
"bip..bip.."
"Ti richiamo dopo, non concedo l'intervista"
"C'è il taxi che mi aspetta".
Basterebbe un' anguria, un paio di uova marce,
una platea vuota,
per porre fine al miracolo terreno.
Vip-ascesa,
vip-discesa.







Vip, mio fratello superuomo, di Bruno Bozzetto

venerdì 2 maggio 2008

La mia infanzia "borghese"

Sono fiero della mia infanzia, la ricordo e la rivendico,l'ho studiata, la conosco, per quanto possibile, in ogni dettaglio, mi ricordo perfettamente come passai gli inverni e le estati.
Credo nel mito regressivo dell'infanzia,nell' infanzia di Umberto Saba, l'affacciarsi di un mondo adulto in fasce.
Non sono di quelli che considerano la propria infanzia un grande indistinto fatto di asilo, sbucciature e pisolini.
Nella mia infanzia non ho fatto nulla di esaltante ma rifarei tutto da capo.
E' stata un'infanzia "borghese", negli anni del craxismo milanese, vivevo in una zona residenziale, coi palazzi antichi, molto verde.
Ho conosciuto poi il mondo proletario, e le differenze di classe.L'aver frequentato due mondi diversi, mi ha dato quell'equilibrio che ancora mi contraddistingue.

Non sono mai stato snob, nemmeno da bambino, la mia famiglia se la passava bene, ma non poteva dirsi benestante, i bambini miei coetanei li odiavo e ne avevo paura.
Sono stato precocissimo, i miei primi desideri erotici li ho avuti a sei anni, lei ne aveva più di sedici. In prima media ero completamente sviluppato, in terza guardavo già per strada quelle di venticinque anni e mi presi una cotta per la "puttanella" della scuola, che limonava con tutti (ma non con il sottoscritto che la amava davvero) per la "modica" cifra di mille lire. A quelli col motorino la mollava gratis. Molti anni dopo ho scoperto da voci di corridoio che riceveva in appartamento (puttane si nasce?)
Facevo i dispetti alle bambine se era il caso, magari anche sevizie psicologiche, le spaventavo, raccontavo storie assurde e false o le trattavo come handicappate.
Non crediate che io sia stato un "bulletto", tutt'altro, ero piuttosto vigliacco, spesso le ho prese pure, ma il mio aspetto "candido" e "indifeso" non rendeva credibile il ruolo di "cattivo". Così i compagni dicevano che io ero succube di altre persone e mi dava molto fastidio questa cosa.

Stavo in una scuola con delle maestre fuori dal tempo, che sembravano uscite da Amarcord di Fellini, avevano cinquant'anni ma ne dimostravano settanta portati male. Erano gli anni Ottanta, ma sembrava di essere tornati indietro almeno di vent'anni.

Un'infanzia inconsueta rispetto agli altri, non c'è che dire, ma felice, mi sono infangato di "merda" borghese fino al collo, ipocrisie, rispettabilità, pregiudizi, parvenu, sessuofobia, ma, non rinnego nulla.

Nell'infanzia cominciarono i primi vagiti di un'esistenza sognante che mi accompagna ancora oggi. Poi lo scorrere del tempo, ha portato consiglio.

giovedì 1 maggio 2008

Lavoro e lavorìo

1° maggio, festa dei lavoratori in onore dell'impegno sindacale, dei suoi traguardi raggiunti. Oggi forse suonerebbe una festa di protesta contro il sindacato, sordo ai problemi dei soprusi lavorativi e incapace di concordare coi governi una nuova politica del lavoro.
Si dice che il lavoro nobilita l’uomo, la nostra Repubblica italiana è fondata sul lavoro, è vero. Non ho nulla contro un’attività umana, contro tutto ciò che mira a creare un’opera, un servizio, un aiuto ad altri, a trasformare la materia, a presentarsi agli occhi degli estranei.Non ce l’ho con il "lavoro", ma con il "lavorìo" (la distinzione era stata proposta in questi termini da quel genio folle che era Carmelo Bene, n.d.r), una differenza che rispecchia quella tra Arbeit e Tätigkeit, comparsa nelle pagine di Marx. L' Arbeit è l'attività umana alienata, compresa e ricompresa in tutto quell’insieme di circostanze, di regole, di rapporti interpersonali e di produzione, di consuetudini, di codici di comportamento che governano la compagine lavorativa, altrimenti detta, molto tristemente, “mondo del lavoro”, come se ciò che ne fosse al di fuori fosse un altro mondo. E infatti è proprio così, perché il lavoro non è la vita, anche se serve per vivere, la vita è altrove. La vita è quella della Tätigkeit (attività libera), l ' Arbeit è il mondo della morte.
Nel “mondo del lavoro” il problema è la relazione umana, non l’attività, non la poesis; si può fare qualunque cosa, ma se si sta sotto qualcuno, se vi sono dei rapporti di potere, l’umanità non esiste più; spesse volte c’è un’umanità ipocrita che è ben peggio; quando “lavori” sei esposto alla critica, all’invidia, al pettegolezzo, alla dominazione di individui non meritevoli, sei un buono o un cattivo, e vali sempre meno di un altro, hai sempre dentro lo spettro di qualcuno più competente di te che può rubarti il posto o un'idea vincente, hai sempre la paura di comportarti male, ti senti prigioniero di una spirale ricattatoria, sei costretto a negare alcune tue qualità perché magari non interessano; a qualcuno importa soltanto la parte più brutta di te e, sadicamente, vuole vedere se riesci a cambiarla. Se non riesci a farcela ti sputa addosso un sorrisino che vale dieci coltellate in pieno petto. Tu devi diventare bello, bellissimo e bravissimo. Non solo, ma devi diventare una macchina. L’utopia (negativa) del lavoro è trasformare l’uomo in una macchina, negando tutte le sue imperfezioni costitutive, la sua sensibilità, la sua poesia, il suo edonismo, il suo diritto di sbagliare; bisogna essere al meglio, efficienti come una bomba a orologeria, come una macchina, appunto. Chi è più vicino a un essere meccanico e perfetto ha la licenza di “lavorare”, gli altri non hanno spazio perchè il “mondo del lavoro” emargina già dal primo giorno. Perché esiste il cosiddetto periodo di prova? Per vedere se la “macchina” funziona bene, se non rivela intoppi e per confrontarla con le prestazioni precedenti o successive. Se differenti prestazioni valgono meglio dell’attuale, di quest’ultima ci si può disfare perché altrimenti la produzione non va avanti. Il problema della “relazione” si risolverebbe se si riuscisse a meccanizzare o computerizzare ogni settore della vita lavorativa. L’unica attività umana sarebbe di controllare le macchine: se queste non funzionano si cambiano, ma non ne uscirebbero umiliate o derise.Gli uomini tutti vivrebbero più sereni.
È proprio così: il lavoro serve alla vita, ma è un vampiro che succhia energia vitale, è un’essenza posta in essere da un uomo che si autodistrugge; in definitiva il “lavoro” (Arbeit) è come la droga, che, a un certo punto, ti fa sopravvivere anche se ti fa stare male, ti riduce a pezzi.
Anche le attività migliori, meno faticose, più soddisfacenti, quelle verso le quali siamo portati diventano un incubo se inserite in una rete lavorativa-alienata. Fare un film, un lungometraggio, per esempio, diventa altro rispetto a sé se passa di mano in mano, in un produttore, in un altro sceneggiatore, il regista diventa uno schiavo rispetto alla sua creazione, dimenticandosi anche i motivi che l'hanno spinto a realizzarla. Beati i registi che fanno i film in famiglia o tra amici, perché possono fare quello che vogliono, beati quelli che lavorano gratis, che non sono interessati al profitto.
Ho sentito di gente che ha tentato di guadagnare e di sottrarsi all' Arbeit in differenti modi: uno tra tutti quello di frequentare corsi di formazione o tirocini retribuiti e poi licenziarsi o farsi cacciare; poi ricominciare il "giro", cercare altri corsi di formazione interna.Oppure vivere di cause sindacali, lavorare come "infiltrato" nelle aziende, cercando di istigare il mobbing o di mettere in evidenza inadempienze contrattuali, soprusi e poi denunciare il tutto. Di fronte a un sindacato che non permette stipendi adeguati, sicurezza e diritti sul lavoro, l'unico modo per "metterlo nel culo" a qualcuno è questo, ben sapendo che in rari casi la vittima di se stesso diventa un eroe. L'eroismo è anche solitudine.
Sull'altra sponda c'è l'accattonaggio e il crimine, ma non ci riguarda.
Accontentiamoci della velenosa ingiustizia che nutre la nostra esistenza, abitata unicamente da gente "morta".