mercoledì 30 aprile 2008

Vigorsol's evolution

Un mio amico (anzi ex-amico, ora un conoscente) aveva deciso di prendersi una seconda laurea in storia della pubblicità.
Anche lo spot ha una sua arte se vogliamo.
Giudichiamo lo spot non il prodotto, non comprate nulla di quello che vi propongono, cercate nello spot una variante alla noia televisiva (impresa oggi piuttosto ardua).
Devo dire che la Vigorsol ha avuto un'evoluzione originale.
"Il direttore ha mangiato pesante. Qui ci vuole Vigorsol, il pronto soccorso-alito"
Questo spot che potete trovare qui era in circolazione nella primavera dell' 84 (il periodo della mia scarlattina, quanti ricordi) andava molto, mi piaceva molto.
Come dimenticarsi la segretaria sexy con gli occhiali? "Vigorsol.....vince ah!"
Oggi siamo passati dal sesso in ufficio, agli obesi, fino ai pinguini e agli scoiattoli scoreggioni. Bè, la differenza c'è.

Seguite l'evoluzione.







martedì 29 aprile 2008

Ortodonzia divina

Morire è anche una questione di spazio, come trovare uno spazio per i denti sovraffollati.
Metafisicamente, si muore anche perché si è di troppo.
Dio è come un ortodontico, toglie e sostituisce per fare ordine, per fare spazio, dà un regime numerico al mondo.
E' il più grande assassino della storia con la più grande delle immunità e delle impunità.
A processarlo ci ha pensato Nietzsche una volta, ma gli è andata male: tutto si è risolto in un processo a Nietzsche.
Con questo grande compito di equilibratore di morti e di nati, il Dio ortodontico estirpa della terra i denti marci, quelli sofferenti, dà loro una spintarella, dall'aldiqua all'aldilà. Tutto per far crescere quelli sani, le zanne lucenti del futuro.
Nell'economia numerica del mondo ci deve essere un giusto equilibrio tra nuovi nati e cadaveri. Ecco, perché dunque, ogni tanto viene fatto fuori qualcuno ingiustamente, prematuramente, perché se no non ci sarebbe spazio.
Stoicamente qualcuno muore per mano di Dio, per fare spazio agli altri.
Poi anche Dio ogni tanto si distrae e fa dei casini. Ma quando la Terra ulula, lui si mette in pareggio.
Ortodonzia divina.

domenica 27 aprile 2008

Tu chiamali se vuoi...."bamboccioni"

Facendo il verso alla canzone di Battisti, devo dire che il buon Padoa-Schioppa non mi aveva offeso quando definì i giovani italiani "bamboccioni". Nonostante ci sia una palese coercizione allo stato di "bamboccione" (complice un sistema economico che non permette a un essere umano arrivato a trent'anni di esprimere la sua "adultità" per colpa dello stipendio, del lavoro....bla..bla) , la sindrome di Peter Pan unita a mammismo e a uno spirito tenace di attaccamento alle proprie radici è un fenomeno tipicamente italiano da decenni. Esistono tante tipologie di "bamboccioni": non chiamerei in questo modo i disoccupati involontari, piuttosto coloro che hanno un fior di stipendio e non vogliono andare a vivere da soli..manco per il cazzo! (anzi, mi verrebbe da dire "manco per la figa", se parliamo di maschi). In effetti, il fenomeno "bamboccioni" è forse più maschile che femminile: nonostante una recente indagine abbia rilevato che le ragazze oggi superano l'adolescenza a 27 anni, mi è difficile pensare un esponente del gentil sesso attaccato a trent'anni alle sottane della mamma.
Conosco molti non-laureati per pigrizia, qualche mantenuto e qualche lavoratore che piuttosto che cercare una casa propria, lascia mezzo stipendio a mamma e papà.
Considero mantenuti ed eterni fuori corso dei grandi eroi, come eroi sono i loro diretti discendenti, i figli viziati, quelli che possono permettersi di non faticare e di avere risolto ogni tipo di problema nella vita, grazie allo sforzo degli altri, i beneficiari della vita comoda, insomma. Costoro devono vivere perennemente come capri espiatori di una collettività che li considera parassiti o incapaci di rapportarsi al dolore e alla fatica. Qualcuno di loro sviluppa una "stronzaggine" di difesa ed è costretto a frequentare gente con pari requisiti. Del resto è quasi impossibile avere un dialogo con una persona che sgobba fino alle sette di sera, se il suo interlocutore ha la possibilità di svegliarsi alle dieci del mattino e di andare al cinema al pomeriggio, no? Almeno lo sarebbe e lo è stato per me...
La frequentazione di reali "bamboccioni", fieri disoccupati, mantenuti, mi arricchisce molto spiritualmente. Con questa gente posso dimenticare la banalità della vita, ascolto i loro problemi, i loro sogni, diversissimi da quelli della massa. Gli sposati, i papà, le mamme, gli "arrivati" m'interessano poco, hanno altri pregi sicuramente, ma sono immersi nella vita senza assaporarla. L'adulto "arrivato" ascolta una canzone facendo altro, in macchina, sotto la doccia, mentre apparecchia, mentre telefona; il "bamboccione" la ascolta magari più volte davanti ai vetri della sua finestra, sa ancora guardare un cielo stellato.
D'altro canto l'eroismo del "bamboccione" viziato consiste nel camminare sul filo di un rasoio. Per quanto potrà continuare in quel modo la sua vita? Questo aspetto mi angoscia e mi affascina, risolvere la propria vita o in una favola o in una tragedia, aspettarsi l'idillio o la catastrofe, essere sballottato con violenza nella tempesta dopo aver vissuto in una seconda dimensione intra-uterina. Prima o poi si dovrà uscire di casa, affrontare quello che hanno affrontato tutti, l'autonomia, il mantenimento, la fatica. O accetti il gioco o muori.
Forse l'importante è prepararsi alla tragedia, il male minore. Se il destino ci salverà saremo beati per sempre. In alternativa sconteremo l' Inferno, qui, sulla terra e moriremo in pace (forse).
Ma sono fiducioso...Dio salverà i "bamboccioni". E poi non credo all' Inferno.

sabato 26 aprile 2008

L'erba in "fascio"

Chi fa di tutta l'erba un fascio sono i fascisti.
Altrimenti perché li avranno chiamati così?
Io sono analitico, scompongo. Prendo un "fascio" per strada e gli chiedo se si è mai fatto di erba.

venerdì 25 aprile 2008

Festa di liberazione

Vi è una liberazione più "in alto" che il "basso" della piazza.
Saremo veramente liberi quando non dovremo più spiegarci a nessuno.
Spiegare è già schiavitù.

La Musa di un romanzo

Due anni fa ho pubblicato un romanzo col mio nome per esteso. Non sarà mia intenzione autopubblicizzarmi o autopromuovermi, ormai quel romanzo è lettera morta, anzi, materia morta. Non ha avuto molto successo, essendo comunque un'opera prima, ma ha avuto opinioni contrastanti: o è piaciuto tantissimo o ha destato un leggero scandalo.
Per me è importante ricordare come sia nato, perché comunque questo romanzo l'ho molto sentito sulla mia pelle, contiene impressioni, opinioni, racconti di vita, legati a me in prima in persona o a conoscenti; non ha un intreccio lineare, non è solo un insieme di fatti, ma anche un susseguirsi di emozioni, riflessioni, flash-back, discussioni saggistiche su alcuni argomenti.
L'ho scritto a cavallo tra la fine degli anni Novanta e l'inizio del nuovo millennio e l'ho tenuto nel cassetto per un po' di tempo. Una persona vivente, ma non conosciuta direttamente, mi ha dato l' incipit per l'avvio: una figura femminile e un ragazzino, la storia di un'iniziazione sessuale raccontatami a viva voce da un amico, in un pub, durante una sera di primavera, me la ricordo ancora. Una storia che ho vissuto come romantica, ma anche fantastica, "proibita", sopra le righe, un'atmosfera da Malena o da Malizia, la classica ragazza più grande che seduce l'adolescente, nel contesto storico di inizio anni '80. Ma come si suol dire è l'ideale di una donna che fa la musa di un romanzo; questa donna, che ora avrà 45 anni, so che esiste (mi basta questo) ha rappresentato per me forse una esatta corrispondenza tra un modello femminile sempre desiderato e un modello femminile sempre cercato.
Lei, so che esiste, mi basta. La sua esistenza mi basta, è una gran festa, le sue parole, i suoi comportamenti mi bastano. Poteva essere e potrebbe essere fisicamente repellente, non importa. E' la sua essenza che mi ha colpito, a tal punto che questa storia l'ho fatta mia.
Un gran senso di soddisfazione l'ho avuto, quando la persona interessata, l'amico oggetto di queste meravigliose attenzioni femminili, mi ha riferito di essersi rispecchiato completamente nelle mie descrizioni: "Ho rivissuto tutto", mi ha detto.
Ho colto lo spirito, l'atmosfera, ho compiuto un grande sforzo di immedesimazione, anche grazie a ciò che, in questa situazione, ci ha unito in qualche modo: primavera-estate 1981, usciva Notte rosa di Umberto Tozzi, legata per noi due al ricordo di due ragazze. Di una ho già parlato,nel mio caso, invece, il leit-motiv era: "Secondo te è un bell'uomo Umberto Tozzi?".
Quella domanda di Grazia, una studentessa universitaria, fattami davanti alla Tv con Tozzi che cantava, mi rimbomba sempre nella mente, ancora oggi.
"E' un bell'uomo Umberto Tozzi?"Nooo....vero?"
"E sai che cosa vuol dire "ore, ore, ore a far l'amore?"
Non risposi. Cosa potevo rispondere?
Ero un bambino di cinque-sei anni, argomenti inconsueti, un lento e timido risveglio dei sensi.....Il fascino delle baby-sitter che sanno risvegliarceli. Qualcuno in Toscana passava dalla teoria alla pratica, era più grande di me, aveva dodici anni.
Abbracciando il tuo corpo per ore ore ore a far l'amore io e te. Per telefono non..voglio perdere te.
E la costruzione del Tozzi-mito è partita da qui. Questo personaggio, vagamente somigliante a Robin Williams, quando interpretava l'alieno Mork, racchiude in sé forse un mondo interiore, inconscio, fantastico, fatto di un erotismo sentimentale. Tozzi è un tramite, è il fascino del play-boy per signora, trasgressivo ma sentimentale, con quella raffinatezza e flemma un po' nordica, un archetipo deformato e artefatto che entra in un sogno di bambino e poi di adulto.
Il mio libro è tutto qui, in bilico tra erotismo, musica, anni '80, ricordi e emozioni.


martedì 22 aprile 2008

Le donne zoofile

Come fanno certe donne ad abbandonare un uomo se non hanno il coraggio di abbandonare un cane?
Forse ci sono.....Forse per vedere un uomo tornare con la coda tra le gambe, dichiarare: "Sono solo come un cane. Non lasciarmi". E dunque amarlo più di prima.
Arf! Cahiii.....Slap!
Certo che gli occhi da cane bastonato fanno tutto un altro effetto.
Evviva le donne zoofile.

lunedì 21 aprile 2008

Saudek e Witkin a Milano

Non potevo non scrivere qualcosa sulla mostra dei fotografi Jan Saudek e Joel Peter Witkin, fino al 27 aprile in esposizione al Pac di Milano (Padiglione d' Arte contemporanea).
Ho conosciuto l'opera di Saudek la scorsa estate, nella sua terra natia, a Praga, in una galleria d'arte. Sono rimasto subito colpito dai suoi nudi e dal suo stile bizzarro e irriverente. Per saperne di più, potete anche visitare il suo sito ufficiale che trovate elencato nell'apposita sezione link di questo blog. L'idea di mettere insieme Saudek e Witkin ha un perché solo apparente, proprio per il fatto che analizzati con attenzione i due hanno profonde differenze.
La grossolana analogia che si può scorgere è che entrambi raccontano il morboso, il macabro e l'erotismo, entrambi cercano, infatti, una convivenza tra la gioia dell'amore e lo scandalo della morte, una tensione molto forte tra eros e thanatos, entrambi trattano il materiale fotografico con tecniche pittoriche o di collage, tale per cui le immagini sembrano dei veri e propri dipinti, non hanno quella impronta pubblicitaria e patinata di un Lachapelle.
Le opere di Saudek (classe 1935) hanno un che di romantico e di impressionista, le modelle sono quasi tutte immortalate in una cantina, ci sono sempre ombre chiaroscurali, illuminate, magari, da una finestra, uno sprazzo di luce sul mondo. Ma quello che conta per Saudek è ritrarre le fantasie segrete, ed in effetti, i suoi soggetti sembrano il frutto di una condensazione freudiana, formazioni miste, rappresentano gli estremi dell'esistenza (la lucentezza di un corpo proporzionato contro la decadenza di una donna flaccida e obesa) e una sessualità ludica e senza struttura (donne con bambine, uomini con uomini, fratelli con fratelli, vecchi con giovani, donne incinte insieme a cadaveri, obesi con anoressici). Un gioco di opposti che stridono con ironia e leggerezza, ma che rivela anche il suo peculiare lato oscuro e inquietante.
Più complicato, ma interessante, è spiegare e rendere conto delle differenze con Witkin. Newyorkese, 69 anni, prima esperienza sessuale avuta con un trans, un'educazione rigidamente cattolica che l'ha portato a confrontarsi precocemente con il manicheismo bene-male e con la dimensione del peccato e della morte. Witkin è più affezionato alla morte, al punto da infrangere l'ultimo tabù e a considerare la morte come una normalità, un'attitudine ovvia. Realizza opere e nature morte cercando soggetti in obitorio, maneggiando cadaveri o resti umani senza volto, immortalandoli con una profonda pietas. Dice Witkin: Lavorare con i morti non è una bizzarria, ma un atto sacro. Siamo tutti destinati a morire per iniziare a vivere nell'eternità.
Non è solo la morte a interessarlo, ma anche il grottesco e il deforme (risale al 1956 il lavoro Freaks, dedicato ai personaggi del Circo di Coney Island, pieno di donne cannone, nani, mutilati ed esseri poliformi. Se Saudek è più vicino alla vita, Witkin celebra il rito sacro della morte, i suoi punti di riferimento sono artisti come Goya, Picasso, Bacon o Géricault. Di quest'ultimo trasforma La zattera della Medusa in una parodia del governo Bush; l'abbondante e sensuale Leda di Leonardo diventa un ermafrodito con caratteristiche disfunzionali e deformazioni ossee. Lo stile e le tecniche come il collage ricordano molto il dadaismo. Per questo motivo l'impressione dei suoi lavori è meno narrativa e meno lineare di Saudek, più attento il praghese all'espressività dei corpi e delle nudità.
Ieri, una domenica quasi primaverile, ho potuto notare una discreta affluenza alla mostra, soprattutto una cospicua presenza femminile, amiche incuriosite o seriamente interessate. Osservavo diligentemente gli osservatori, il ritmo dei loro occhi, il peso delle loro espressioni di fronte all'osceno del nudo e della morte....E pensavo che eros e thanatos sono le più grandi emozioni della vita, gli estremi di una scala di gradazioni, uno stesso modo, speculare e opposto, di esaltare la corporeità.
E sia in Saudek che in Witkin una cosa è certa: dalla corporeità si scorge una spiritualità.

sabato 19 aprile 2008

Un folle gesto

Tempo fa buttai nella mano tesa di una mendicante 5o € secchi!!!
Motivo? Giusto per vedere la reazione, strappare un sorriso di felicità, che non si fece attendere.
Però mi aspettavo qualcosa di più onestamente.
In questo mondo siamo troppo spesso colpiti da una sindrome d'ingenuità
nulla è come pensiamo noi perché c'è chi ci supera o ci stupisce sempre.
In ogni caso quella donna fu come punta da un'ape,
pervasa da una strana agitazione.
Biascicò qualcosa in una lingua slava
e poi terminò con un "Dio ti benedica".
Forse voleva seguirmi,
sentii i suoi passi dietro di me anche se forse non c'erano.
Ma io tirai dritto senza pensarci, un po' sconvolto per quello che avevo fatto.
Fu un folle gesto, considerato che non sono ricco, non sono neanche totalmente indipendente.
Un folle gesto per provare una follia onnipotente,
un senso vertiginoso della misericordia.
Un folle, utile e inutile gesto
come una dose di coca mai tirata.

venerdì 18 aprile 2008

La sorte di un business-man


Il puzzo sovrasta ce l'ho nella pelle
che schifo mi faccio, che corpo ignorante così puzzolente....
Come faccio con tutta la gente che mi ama e mi stima?
Come facciooo???
Non c'è niente da fare la puzza è più forte di prima
che schifo!
Io che c'avevo tanti amici
sono uno che lavora
mi son fatto una carriera
non è giusto che la perda!
Mi son fatto tutto da me
mi son fatto tutto da me.
Io che conosco tanta gente
son venuto su dal niente
c'ho una bella posizione
non è giusto che la perda
mi son fatto tutto da me
mi son fatto tutto da me
mi son fatto tutto da me............
.........................................................
Mi son fatto tutto di merda!


[Tratto da L'odore di Giorgio Gaber, in Anche per oggi non si vola (1974)]


mercoledì 16 aprile 2008

Appuntamento con il sonno

Se potessi non prendermi mai impegni o appuntamenti sarei felice.
Nonostante io non abbia quasi mai tirato "bidoni" vivo nella continua e costante tentazione di tirarli. Il grande rispetto e senso del dovere che ho per gli altri e per le cose che faccio (l'ho detto, ho discendenti austriaci) m'impedisce di dare forfait; per questo motivo quando devo dare un'adesione, fissare un incontro, sono sempre titubante. Vorrei, in altre parole, riservarmi il diritto di rinunciare all'ultimo minuto per obbedire ai miei capricci momentanei, sono viziato e lunatico, forse è il mio difetto. Se una mattina mi sveglio e ho mal di stomaco o ritengo di non essere "in buona" sarei tentato a rinunciare a impegni (anche quando sono piacevoli e di mio interesse). Qualche volta rinuncio, ma altre volte non è possibile farlo. Spesso non sono salito su un treno con i biglietti alla mano e le valigie fatte! Non mi andava e basta.
Ma qualcuno si chiederà cosa significa prendere un appuntamento con il sonno!
Ebbene, trovo davvero inaccettabile (ma di fatto non evitabile) prenotare un appuntamento per un intervento chirurgico sotto anestesia, doversi alzare tranquillamente la mattina per farsi addormentare.
Trovo molto più eroico un intervento d'urgenza che t'inchioda a un muro, l'aut-aut del vivi o muori: un incidente stradale, un attacco di appendicite, un infarto, un ascesso. In quel caso sono gli eventi a costringerti ad assumere una decisione, che, praticamente, diventa obbligo. Da un po' di tempo vivo di un fatalismo quasi buddhista, ogni cosa sia quel che sia, voglio che il destino la faccia da padrone sulla mia libertà, voglio annullarmi quasi completamente. "Sarà quel che sarà", "ciò che è stato è stato" .
Tutto questo non può essere adempiuto nel caso di una persona che, sì ha qualcosa che non va, ma può condurre una vita normale in attesa dell'operazione.
La sensazione corrispondente in questo secondo caso sarebbe quella di "mettersi nei guai con le proprie mani".
"Ma è per il tuo bene", mi si dirà.
Ma poiché abbiamo detto che la ragione non è mai una signora diplomatica, spesso si ha il desiderio di considerarsi una bestia o un bambino spaventato....Cosa penserebbe (se riuscisse a riflettere) un cane in attesa di un intervento chirurgico? Capirà sicuramente che bastano un paio d'ore per cambiare la situazione, che qualcuno cercherà di manipolarlo e che, sempre dopo quel paio d'ore, lo aspetterà la sofferenza. "Stavo tanto bene stamattina....e adesso che cosa è successo?"
Il sonno artificiale dell'anestesista farà calare le tenebre sulla coscienza. C'è chi pensa scioccamente di non risvegliarsi più, come chi pensa di cadere da un aereo. Bisogna sperare in queste cose. Ma i giorni, i mesi che ci separano da questo "sonno" sono tremendi. Più c'è distanza, più il pensiero fagocita e inghiotte. Bisognerebbe non dare tempo al pensiero angoscioso di respirare, bisogna accorciare, abbreviare i tempi o annullarli in toto, fino all'estrema soluzione di un intervento d'urgenza, rischiare la vita, ma rischiarla per davvero, come fare body-jumping. La malattia richiama il corpo a reagire e la "mano esperta" a intervenire.
Ho letto una volta statistica: gli anestesisti sono una delle categorie professionali più esposte al suicidio e all'esaurimento nervoso. Non faccio fatica a pensarlo. Del resto essi dispongono della vita delle persone, provocano l'incoscienza. Freudianamente sarebbero degli assassini o dei necrofili sublimati, con la differenza che hanno in sé anche l'aspetto sacrale del risveglio, del risuscitamento. Giocano con l'interruttore della vita e della morte (switch-on e switch-off), hanno quel carattere di onnipotenza demiurgica, hanno l'essenza umana in una siringa o in tubicino. Continuando a "switchare", magari l'interruttore fa corto circuito e la responsabilità è troppo gravosa.
Ho trovato su You Tube questo filmato, che descrive i singoli passaggi di una narcosi. Non racconta nulla di nuovo, è scarno ed essenziale, senza musica, ma vi si può leggere un percorso di manipolazione sulla paziente, un tentativo davvero sublimato di uccidere, di avvelenare. E' a suo modo un po' angosciante. Dio salvi chi invece di uccidere si dedica all'anestesiologia, del resto "uccidere" per restituire una vita non è poco.

martedì 15 aprile 2008

La più grande ingiustizia n° 2

Un altro chiaro esempio di ingiustizia si è consumato ieri, elezioni politiche 2008, giorno 14 aprile. L'ingiustizia si ripete e si consuma ogni volta che si vota. Che ne sarà adesso di tutta la gente che non vuole Berlusconi? Molti vorrebbero scappare dall' Italia.
Propenderei in una riforma dell'ingiustizia più che della giustizia.

lunedì 14 aprile 2008

La più grande ingiustizia

Fermo spesso la mia mente a riflettere su quanto il mondo sia ingiusto, sulla più ovvia e inevitabile considerazione che la felicità di qualcuno nega quella di qualcun altro in un gioco dialettico, la felicità e la soddisfazione non esistono senza il loro rovescio.
Ma vi è una grande ingiustizia, quella di chi non conosce l'amore per cause a lui estranee. Non sto parlando di chi vive male un matrimonio, di donne o bambini maltrattati, ma di chi, nel quotidiano e insospettabile tran-tran vorrebbe in cuor suo amare qualcuno al di fuori di sé, ma ciò non gli è possibile, non gli è concesso, da chissà quali oscuri motivi, interni o esterni.
Gente così arriva perfino a perdere il diritto di amare. Per quale ragione una persona trova la donna/l'uomo della sua vita in un secondo, uno sguardo sul tram e un' altra deve ricorrere a un'agenzia matrimoniale, spendendo, per altro, i suoi soldi invano?
Per quale ragione esistono i dongiovanni? Perchè tutta questa abbondanza e questa privazione, perché, poi, "chi ha il pane non ha i denti"?
Poi ci sono i preti cattolici, loro sono una categoria sui generis: amano un'entità, ma comunque amano, molto a modo loro. E se Dio dà sempre il due di picche chi se ne frega!
L'importante è che l'amore passi da qualche parte....(si spera non in tutte!)

domenica 13 aprile 2008

"Nel", la preposizione che ci salverà

Dire qualcosa su Alessandro Bergonzoni è come fotografare un proprio sputo nell' atto di uscire, quando lo sputo non è ancora sulla terraferma e non è ancora in traiettoria; è come osservare l' Everest nella sua interezza, non una fiancata, una parte, ma l' Everest tutto. Operazioni impossibili!
Nel è la preposizione inclusiva (nonché il titolo dell'ultimo spettacolo del comico bolognese in tour per l' Italia) che ci salverà. Grazie a Bergonzoni, quindi, di avere individuato nella "disperanza" lo stato d'animo esatto per affrontare il mondo, non la disperazione che è attività frenetica ed energetica sfiancante e deprimente, non la speranza che è mettersi al davanzale alla finestra, ma la "disperanza", disperazione attiva.
Grazie a Bergonzoni per avere individuato una cura alternativa per il diabete: leccare la suola di una scarpa di un portiere d'albergo.
Grazie a Bergonzoni per averci ricordato che la morte va predetta e insegnata fin dai tempi dell'asilo, bisogna anzi far delle "prove di morte" in casa, comprare una bara, metterci dentro il proprio padre e cimentarsi in una confessione. Tutto questo per non dimenticarsi nulla, il rimpianto di domande non fatte in vita ci perseguita dopo la morte dei nostri cari.
Grazie quindi Bergonzoni per gli sforzi che fai, per i tuoi capelli che sono "i fiori della tua mente"(parole tue..Certo se sono tue non possono essere mie!), per le tue visite nelle università, negli ospedali.
Alessandro Bergonzoni è divertimento come è un grido che scaturisce da una follia comica e filosofica, non ho mai visto una persona che riesce a parlare per due ore, ininterrottamente di puro nulla e rendersi interessante, con discorsi e sproloqui perennamente migranti e aperti, mai chiusi, mai delimitati, con domande che richiedono domande (non risposte).
Pura e ossessiva decostruzione e ri-costruzione linguistica, perpetua e sfidante. Le parole che conoscete non saranno più una sicurezza per voi, dopo Nel .

Uno spezzone dello spettacolo


sabato 12 aprile 2008

Divertirsi in background

Nei parchi cittadini c'è chi si diverte alle spalle degli altri... in background.


venerdì 11 aprile 2008

Una citazione di Buzzati

" Scrivi, ti prego. Due righe sole, almeno, anche se l'animo è sconvolto e i nervi non tengono più. Ma ogni giorno. A denti stretti, magari delle cretinate senza senso, ma scrivi. Lo scrivere è una delle più ridicole e patetiche nostre illusioni. Crediamo di fare cosa importante tracciando delle contorte linee nere sopra la carta bianca [...] Scrivi, scrivi. Alla fine, fra tonnellate di carta da buttare via, una riga si potrà salvare (forse) "

Dino Buzzati

mercoledì 9 aprile 2008

Elogio della vecchiaia

Oggi, 9 aprile, compio gli anni, sono 32. Da un po' di tempo compiere gli anni per me è indifferente. In fondo ogni anno che passa è un pezzo di terra in meno che il badile divino scava per la mia fossa. Il compleanno, oltre a essere un modo per dire a qualcuno "ti voglio bene", "mi ricordo di te" , avrebbe più senso se fosse una festa in onore della vecchiaia che avanza.
Nella civiltà occidentale la vecchiaia non è considerata una festa, ma qualcosa da nascondere. Eppure non solo secondo me è da rivalutare, ma pure io, non nascondo di sentirmi vecchio, felicemente vecchio, di tanto in tanto.
In questo mondo crudele e che si vergogna di tutto c'è la tendenza a separare, a dividere: "il giovane non deve sentirsi vecchio, l'anziano deve fare l'anziano".
La vecchiaia, riassume in sé, in una sintesi dialettica, le altre due età, giovinezza e mondo adulto, è l'ideale compimento di una vita. La vecchiaia che ho in mente io è quella della saggezza, della fermezza, non è quella deteriore del pessimismo, della meschinità, della scontrosità e della chiusura.
Odio i vecchi rinunciatari, piagnucolosi, passatisti, che si autocommiserano, amo i vecchi che usano le diciottenni come lecca-lecca, oppure i vecchi che viaggiano, i vecchi gaudenti.
Però anche quando è spericolata, la persona anziana non deve mai dimenticarsi il suo ruolo, che è quello della moderazione e dell'esempio.
Io so modulare la mia vecchiaia e ci gioco. Quando mi si domanda: "ma a tu a quindici anni com'eri?", io non posso che rispondere "ero grossomodo come oggi".
La vecchiaia precoce non mi ha mai abbandonato, mi ha aiutato a vivere il cosiddetto "mondo giovanile" con distacco ed equilibrio. L'adolescenza della stupidità e della crudeltà non mi ha mai appartenuto, l'adolescenza per me è stata una lunga attesa da sala da aspetto, nella quale aspettavo una rinascita in un mondo diverso, che poi ho trovato all'università. Ancora oggi, ogni tanto, recitando la parte del vecchio reazionario, penso che i ventenni nati negli anni '80 siano tutti lobotomizzati e superficiali. So che non è vero, ma la Ragione umana, a volte, non è soltanto una garbata signora diplomatica, è fatta anche di irrazionalismo. Ogni tanto faccio il vecchio malato, vorrei tanto comprarmi un bastone, altre volte il vecchio bavoso e vigliacco. Sono tante immagini, tanti volti. Nella maggior parte della vita mi ritengo un tranquillo cinquantenne un po' nostalgico, moderno, con la passione della musica e del cinema. Insomma, non me lo so spiegare ancora oggi, ma spesso faccio fatica ad identificarmi col mondo giovanile, quello del tirar tardi, dello sballo, della risata a tutti i costi, dei gerghi. Poi non è che non tiro tardi e non mi diverta, ma lo faccio con un'altra coscienza. Mi domando anche come fa un cinquantenne qualsiasi a imbastire una storia seria con una ragazzina di vent'anni, capita spesso. Dopo che ci sei andato a letto, cosa racconti a una di vent'anni? E poi non capirebbe i problemi della tua cervicale, del tuo bisogno di stare tranquillo davanti alla TV.
Sogno spesso un mondo alla rovescia: "i vecchi sono il futuro del mondo". Vorrei nascere decrepito, una larva umana, sofferente ma consapevole di un mondo nuovo, come se mi trovassi in un universo extraterrestre, guarire lentamente e poi morire nella serenità e nei vagiti dell'infanzia, così, senza rendermene conto.
Per il momento sto pianificando la mia vita da pensionato...anche se "i giovani di oggi" sono incerti anche sulla pensione.
Mi accontento di farmi gli auguri di buon compleanno.
Tanti auguri a me!Tanti auguri a me!

martedì 8 aprile 2008

Paolo Barca

Qualcuno ha conosciuto Paolo Barca?
Mah sì..era quel nudista ossigenato che viveva con sua nonna tra la Tunisia e l' Italia. Poi un giorno, più di trent'anni fa, vinse un concorso a Catania per fare il maestro elementare. L'ambiente per lui era ostile: lui, polentone del Nord, comunista, dai liberi costumi sessuali come poteva convivere con le colleghe comari pettegole e con maestri che sembravano usciti da una scuola risorgimentale?
Andò a finire che cominciò a rispondere a domande sul sesso ai bambini (tutto ciò che non avrebbero mai osato chiedere ai loro genitori) e si creò una fama, una brutta fama....Ma la sua breve avventura terminò tra le braccia di una giovane maestrina, l'unica meno racchietta del gruppo, nulla a che a vedere con Rosaria Cacchiò (con la accento sulla O) e terminò con un lampo di chiarore nella nebbia oscurantista di una pedagogia fatiscente. Il suo compito si esaurì semplicemente con una danza propiziatoria....Genitori e bambini danzarono in piazza, in suo onore, al cospetto di una statua raffigurante un diavolo cornuto (il maestro)...
Forse però qualcosa cominciava a cambiare......
Questa è una storia vera, ma di celluloide, quella raccontata nel film Paolo Barca, maestro elementare praticamente nudista (1975), di Flavio Mogherini, uno degli ultimi veri esempi di commedia di costume, forse uno dei film più "impegnati" (se così si può dire) con Renato Pozzetto insieme a La patata bollente di Steno.
La commedia all'italiana di serie A e di serie B è stata ormai sdoganata, però su Pozzetto è stato detto ancora troppo poco ed è un peccato.
Altri interpreti di Paolo Barca: Paola Borboni, Janet Agren, Magali Noel e Stefano Satta Flores.


Una delle sequenze più esilaranti:


Un annuncio insolito

Salve!
Cerco una donna femminile, suadente, appariscente e sensuale, non importa l'età, se ricca o eccessivamente bella. L'importante è che voglia manternermi, che non si vergogni e che accetti di farlo.
In cambio offro: massaggini antistress dopo una dura giornata di lavoro, accudimento della casa e di eventuali figli, scarrozzamenti dal pediatra, a scuola ed asilo, piccoli lavoretti di bricolage. Le cose che non so fare le imparo volentieri e alla svelta.
So cucinare e aspettatevi dei buoni manicaretti: fettuccine alla papalina, tagliatelle alla boscaiola, sartù di riso, pernice al forno, arrosto al cartoccio, risotto agli agrumi, crema di zucchine con provola affumicata e menta, crespelle al formaggio.
Un'avvertenza: non sono un pappone, non sono un maggiordomo e non sono gay, sono un uomo come gli altri. Niente scuse, quindi....ho voglia di far l'amore il sabato e la domenica, altrimenti sono costretto ad andare con la figlia ucraina del portiere. Non amo i tradimenti e credo nell'amore, non mi costringete a farlo, per colpa del testosterone che non è capace di star buono...La vita è difficile, ma godiamocela, suvvia. Disponibile anche per agguati, pedinamenti al vostro datore di lavoro, commissioni negli uffici pubblici e lotte sindacali.
Sì a donne separate con bambini. No animali.
Annuncio sempre valido.

lunedì 7 aprile 2008

Felicità

Sono felice e non so neanche di esserlo
tutti sono felici
ma non sanno di esserlo.
La tristezza è più familiare, come la pioggia che bagna
la felicità è come il sole che ci sovrasta ma è lontano
vedere ma non toccare...
vedere ma non toccare....
La felicità è pura forma delle forme
proiezione gestaltica
è dappertutto ed è eterna
non cessa neanche dietro un temporale
come il sole....
vedere ma non toccare
vedere ma non toccare.
Quando ci sfiora...
la felicità è breve
come la pipì di una farfalla.

domenica 6 aprile 2008

Acrobazie elettro-house

My dream is to fly over the rainbow, so high!

Mein Traum ist fliegen, jenseits des Regenbogen, so hoch!

Min dröm är att flyga, över regnbågen, så högt!


Milano e l' Expo

Milano mi fa schifo. Mi spiace dare questo dolore a Donna Letizia (Moratti), ma non uso mezzi termini. Il fatto che Milano sia stata eletta per l' Expo mi deprime molto, perché ritengo sia una città che voglia correre senza sapere camminare ed abbia una ipocrita facciata di efficienza. Corre in tutti i sensi e chissà cosa diventerà quando diventerà meta di attrazione per l' Expo. Sì, mi si dirà, ci sono i servizi, c'è il lavoro, ma a conti fatti...chi se ne frega. Non è tutto ciò che m'interessa, a Milano conta un tipo di lavoro che non fa per me. A me Milano fa prima di tutto venire le crisi di coscienza, non è un luogo ove ti puoi svegliare in un giorno feriale alle dieci del mattino perché ti senti fuori posto, non c'è la voglia di chiacchierare per le strade, non c'è un ristorante decente dove puoi cazzeggiare dopo il pasto. A mezzogiorno vedi questi bellimbusti nei bar vestiti di grigio, che sembrano usciti da un'impresa di pompe funebri e che discutono sempre di lavoro, mangiando il loro tramezzino come un optional. Sono quelli che poi la sera fanno gli stronzi a cubetti perché il loro stomaco è bloccato dallo stress e allora per uscire con gli amici devono pippare un po' di cocaina o affogarsi in litri di caffè. Con il suo clima umido e i suoi colori che completano il quadro, Milano è una metropoli mortifera d'inverno e d'estate: mi toglie l'appetito, le forze, la voglia di far l'amore. Però le rendo giustizia per molte cose: a parte alcuni importanti monumenti, Milano è stata prima della giunta Formentini una città libera, laica, piena di stimoli culturali e attenta ai valori civili di una società. Ora però c'è stata una triste inversione di tendenza e il bigottismo retrogrado la fa da padrone. Quello che conta è far vedere agli altri, non conta la sostanza.
A questo punto molti si aspetteranno che affronti il discorso delle periferie. Sì, lo faccio però da un altro punto di vista: le periferie mi servono come spunto di ispirazione per eventuali film mai girati o racconti noir, gotici o horror. E come vedete, dal brutto si tira sempre fuori qualcosa di utile. E' vero, sono un esteta che si diverte sulla pelle di un'amministrazione che non risana le periferie, che non dà una casa ad anziani e disoccupati. Questi sono problemi seri di cui tengo conto....però è altrettanto serio il fatto che io devo trovare una scappatoia per non mortificare la mia sensibilità, il mio sentimentalismo, la mia sana emotività, che mi distingue nella mia propria unicità. Altrimenti non sarei più io, mi sarei già venduto da tempo al capitalismo milanese berlusconiano, alla speculazione edilizia o al finto buonismo di Suor Letizia.
C'è un quartiere che amo molto, è l'area ex-Pirelli (stazione Greco), attualmente la cittadella universitaria del polo Bicocca, dove l'assessore Sgarbi aveva proposto di farne la zona X per le puttane. E' un quartiere che, ancora oggi, nonostante i lavori di ristrutturazione e di ammodernamento sembra abbandonato da Dio e l'uomo si sente molto piccolo tra quegli enormi edifici verticali. Una carta straccia mossa dal vento o un gatto che salta giù da un muretto si vive come una bomba, una macchina che passa non puoi fare a meno di osservarla. Ora il comune ci ha fatto il cinema, un centro commerciale, l'università, la Scala degli Arcimboldi (per noi poeti del dark c'è da dire "purtroppo"), una volta c'erano voragini immense scavate dalle ruspe, oscene, c'era una fabbrica fatiscente con le finestre frantumate che pareva una bocca sdentata, un sorriso sadico che si stagliava su un immenso fondo grigio. In viale Sarca c'è l'immensa torre di un vecchio acquedotto, piantata sulla strada, come una minaccia incombente; via Chiese, che ora costeggia il cinema, era una via senza marciapiedi (non so se li hanno messi recentemente), al termine della quale c'è una fermata del bus...Percorrerla a piedi voleva dire provare la sensazione di camminare in mezzo a un'autostrada o sui binari di un treno. Credo che sono pochi i quartieri come quello, in grado di dare emozioni molto forti, vicine al sublime. Amici agorafobici, non andateci nemmeno per scherzo, neanche in macchina. Già in via Arbe, molti chilometri prima, proverete la sensazione di volervi nascondere da qualche parte, come se foste in un incubo.
Altre zone o vie interessanti sono, a mio avviso, il quartiere Stadera-Ripamonti e la stazione Bovisa. Il fascino delle periferie esiste, tiriamolo fuori da noi tutti.

La prospettiva di una via che costeggia i binari della stazione Greco. Bello passarci soli di notte, vero?









venerdì 4 aprile 2008

La "shit generation"

La rivoluzione proletaria passa anche per la merda.

(Luciano Parinetto)



Dopo la "beat generation" c'è la "shit generation".....
Non credo che questa seconda etichetta sia mai esistita, però è un fatto che nel secondo Novecento letterati, cantautori, poeti, artisti, comici si siano occupati di "merda" per affogare insieme in un festino nichilistico.
La merda è terapeutica, è il contraltare delle luci della ribalta, merda contro merda, ripuliamo il mondo attraverso la merda, accumuliamola e distruggiamola, spazziamo via tutto.
Negli anni Settanta si sparava piombo, ma si scagazzava parecchio, inutile negarlo.


Chi la fa.........






.....La aspetti (tanta e "fino al collo")


mercoledì 2 aprile 2008

Messaggio cardiaco

Ore undici del mattino: mi preparo per l'elettrocardiogramma, è un po' che non lo faccio, ogni tanto faccio dei check-up, ci tengo alla mia salute.
Mi fanno mettere a petto nudo, c'è un infermiere gentile nero-cioccolato, pareva un infermiere americano uscito da E.R.
Sul tavolo il dottore smanetta con mouse e tastiera, sta trascrivendo i miei dati.
Ho gli elettrodi addosso, il mio cuore batte, lo sento.
Penso a Renata, alla sua dolcezza, ai suoi silenzi felini, ai suoi sorrisi accennati.
E' inutile, io penso sempre e troppo alle donne,
forse perché sono single,
o forse proprio per questo, per scegliere di pensare alle donne, in libertà, nella loro interezza, complessità o superficialità.
"Mi dica, la sua famiglia ha avuto malattie vascolari o cardiache?"
"Fottiti!"
Penso a Renata, alla sua dolcezza, ai suoi silenzi felini, ai suoi sorrisi accennati.
Il mio cuore parla attraverso il tracciato, il braccio metallico scarabocchia impazzito.
"Ha avuto interventi chirurgici?"
Faccio fatica a pensare....voglio ascoltare il mio cuore che batte per Renata.
Rispondo e finalmente il braccio metallico si ferma.
Penso a Renata, ai suoi capelli setosi, ai suoi dentini di latte.
Il medico al nero: "Puoi rifare? Questo passaggio, è poco chiaro"
Gli direi: "Non è poco chiaro, lasci parlare un cuore, ha già detto fin troppo, per lei un cuore batte, per me un cuore parla".
Quegli scarabocchi su carta millimetrata sono le prime dichiarazioni d'amore di una pompa.
Una voce mi sussurra: "Bravo, un bel messaggio cardiaco. Spediscilo a Renata".
" Grazie del consiglio, potrei chiederle in cambio un encefalogramma o una mammografia"
Carlo

Editoriale di aprile: filosofia del blog

Sono passati già due mesi dalla costituzione di questo blog e non me ne sono reso neanche conto. A poco a poco lo aggiorno, cerco di aggiungere nuovi link o nuovi elementi al layout, come il counter.
Insomma sto crescendo, sto cercando di decollare....anche se non sembra così facile, nonostante l'onnipresenza nella rete. Insieme ai miei post, questi mesi li ho passati anche a confrontarmi con altri blogger. Una costante l'ho subito notata: moltissimi blogger riempiono la loro home page di sponsor, link, immagini e altri "orpelli" del genere. Da un punto di vista estetico, tutto questo a me crea confusione e impaccio, spesso non capisco dove cominciano e dove finiscono i post, troppi stimoli, troppi colori per i miei gusti. Io miro all'essenzialità e alla centralità del testo, dell'immagine e della scrittura, non voglio troppe distrazioni, anche se la psicologia spicciola dice che chi non abbellisce non è ricco dentro (così almeno si dice della propria stanza). Non m'identifico in chi pensa in questo modo, penso, anzi, che viviamo di tanti effetti ma pochi "affetti" (intendendo per "affetti" anche l'amor proprio per ciò che fanno gli altri, il rispetto e la curiosità di un incontro poetico o dell'immagine). Un blog è un incontro col "privato" e con l'essenza di una persona, non amo i blog politici, anche se indubbiamente sono più seguiti del mio, inutile negarlo.
La parola però va misurata e deve comunque "ricordare" qualcosa che si avvicina al gusto "artistico", senza pretendere di esaurirlo, ci mancherebbe! Gli artisti veri sono pochi e unici.
Quello che voglio dire è che mi sono imbattuto in diari on-line simili a "muri del pianto", la parola in libertà, la privacy sguinzagliata senza ritegno, con un gusto di autocommiserazione che, francamente, interessa a pochi. Spiattellare la verità può essere una cura terapeutica, ma è autoreferenziale e soprattutto pecca di estetica. Odio la verità nuda e cruda e questo non significa raccontare balle o finzioni romanzesche, mai e poi mai! Quello che cerco di far capire è che la sofferenza deve essere resa interessante...sì, ma come? Con ironia, con la poesia, in un modo trasfigurato, la sofferenza o la gioia devono essere vestite. Qui è un problema di come si racconta, non di cosa si racconta. Invece lo sfogo è sfogo, è prosaico.
Un amico una sera mi ha detto, chiudendo il suo pc: "Ma sì, il blog è roba da segaioli". Posso anche essere d'accordo, solo che manca lo spazio alle donne....E le donne chi sarebbero, segaiole o sgrillettatrici? Però salviamoci così: le seghe mentali sono unisex e servono comunque anche quelle.
Io mi diverto quando scrivo i miei post, così come mi diverto a seguire quelli degli altri. Mi piace questo appuntamento quotidiano, questo gioco di attese: "chissà cos'avrà scritto oggi?". Insomma è un modo per seguire da lontano la vita di una persona, un modo di conoscenza davvero senza pari e il bello sarebbe riuscire a creare una piccola rete di aficionados, che credono in quello scrivi e ti stimano. Ci sono stati molti casi di scrittori che si sono fatti scoprire attraverso il proprio blog, non capita tutti i giorni, ma è comunque un canale di comunicazione importante al giorno d'oggi.
Sto esagerando con i discorsi retorici, con la chiacchiera? Smetto subito, allora.
Buona lettura a tutti.