lunedì 31 marzo 2008

Voglio bene....

Voglio bene a chi sa cosa chiedermi
a chi sa quando chiedermi;
Voglio bene ai curiosi di me
ai guardoni d'anima;
Voglio bene a chi mi sfotte in privato, face-to-face
(sfottere in pubblico è solo un triste espediente per un'autostima carente)
a chi si ricorda le mie parole
a chi mi guarda negli occhi
a chi mi stringe la mano
a chi mi bacia davvero.
a chi mi asseconda
(nessuno vuol bene a chi dice "no", si dice "vedrai, poi capirai"
ma io non vorrei odiare mai!)
Voglio bene ai lettori del mio blog,
Voglio bene a Dario Argento;
voglio bene a chi mi porta via come il vento
mi dice: "Parti con me, lascia tutto per incanto".
Voglio bene a chi mi anticipa
al telepatico che brinda coi miei desideri
voglio bene alle pacche sulle spalle
ai miei occhi che guardano
ai miei occhi guardati;
voglio bene ai "lascia stare"
voglio bene ai "che ne pensi di....?"
voglio bene a chi non c'è stato
Il grande Messia dell' amicizia.
Carlo

domenica 30 marzo 2008

Breve storia del bidet

Il bidet (italianizzato in bidè) nasce in Francia tra la fine del XVII e l'inizio del XVIII secolo, non si conosce né la data certa, né il nome del suo inventore.
Il nome con cui si è chiamato questo noto "sanitario" deriva dalla parola francese bider, che significa "trottare". Infatti, la posizione che si assume durante il suo utilizzo ricorda molto una "cavalcata".
Curioso è constatare il fatto che, pur essendo un'invenzione tutta francese, allo stato attuale delle cose il bidet non esiste in Francia, come in nessun altro Paese del Nord-Europa. Mi son sempre domandato il perché. Perché noi italiani (e insieme a noi ci sono i greci, i giapponesi gli spagnoli, i portoghesi e tutti i popoli "latini") ci teniamo così tanto al bidet? Siamo degli schizzinosi? E soprattutto molti "latini" si domandano come fanno gli altri popoli a lavarsi lì dove non batte il sole. Un quesito stupido, tanto più che, avendo conosciuto diversi nordeuropei e avendo anche dei parenti inglesi, mi sembra che "misteriosamente"siano puliti, fragranti e freschi di docce e docce. Però comunque è vero, da parte di inglesi e simili, c'è un certo disprezzo per il bidet, quasi fosse una forma bigotta di attaccamento alla pulizia. "Ne faremmo volentieri a meno", sembrano voler dire.
Eppure gli italiani, ma direi le italiane, pare abbiano, per esperienze personali, una rivendicata propensione per il bidet, "al bidet non si rinuncia". ...Il dilemma però rimane: che tutti abbiano voglia di lavarsi mi pare chiaro, ma il bidet è per qualcuno uno strumento superfluo.
Ragioni storiche forse ce ne sono, se pensiamo che, sempre in Francia, i bidet erano attrezzature da bordello, solo una puttana aveva bisogno di lavarsi in quelle "segrete" zone.
Ha sempre regnato il pregiudizio che il bidet fosse cosa da donne e che le francesi e le inglesi si versassero addosso boccette di profumo per poi avere la "patatina" sporca.
Io potrei dire qualcosa a riguardo, ma vi lascio il mistero....
Però devo confessare: provo un sincero e leggero fastidio quando sento dire da molte ragazze "Io devo essere tutta pulita" oppure " sono una maniaca della pulizia", la cosa mi smonta, toglie mistero. Non fraintendetemi, non amo donne puzzolenti, ci mancherebbe...amo la sorpresa di trovare un leggero odore corporeo naturale in qualche angolo, annusando qua e là..desidero ardentemente trovarlo, dietro i fondotinta, le creme detergenti e i profumi ipocriti.Se questo non avviene rimango profondamente deluso, perché l'odore di una persona è uno dei suoi misteri.
La donna è vera se ha odore, altrimenti è una bambola di plastica. In questo senso, se l'assenza del bidet serve a preservare le fragranze naturali, io dico ben venga la sua mancanza!
Osservate l'esperienza di questa ragazza, che scopre per la prima volta un bidet in una camera d'albergo. E' un bidet particolare, con la doccetta al centro..


venerdì 28 marzo 2008

Paura di credere

Ieri Vasco Rossi ha dichiarato al "Corriere della Sera": La realtà che vedo mi fa schifo, è triste e odiosa. Per questo ho rivalutato i sogni e le illusioni che aiutano a vivere meglio: credere in un amore, in una donna, un rapporto, avere una fede, magari non vera o sbagliata. L'importante è crederci. Vivi meglio.

Queste opinioni hanno gettato una luce buia su Vasco, uno che ho sempre seguito e ho sempre ammirato, ma, e vi stupirete, non sono mai andato volutamente a un suo concerto. Non ho avuto la fortuna di andarci al momento del 'periodo spericolato' (quello che lui adesso sembra rinnegare), quando lui era più avvicinabile dai fan e più odiato dall'opinione pubblica. Oggi andare a un suo concerto è troppo conformistico ed inoltre perfettamente inutile. Di essere uno tra tanti che va in visibilio per una stretta di mano (e devo accontentarmi) non mi va, come non mi va di dovermi presentare dieci ore prima dell'inizio per stare neanche in prima fila. La massa non fa per me. Io sono per i pochi ma buoni.
In ogni caso, dicevamo, queste ultime dichiarazioni che accompagnano l'uscita del nuovo album Il mondo che vorrei mi fanno una gran tristezza. Credo sia giusto cambiare pensiero, ma qui mi sembra che Vasco abbia perso quel gusto di "lottare" per una causa. La fede e i sogni sono sacrosanti, ma sono comodi. E questa "comodità", un po' pantofolaia, non si addice a Vasco, nemmeno a 56 anni suonati. Non amo tanto gli uomini semplici, desidero quelli tormentati, perché è il tormento che ti dà la forza e lo sprint, non c'è dubbio, quello che aveva Vasco, l'irriverenza contro la vita, contro i cattolici e contro il perbenismo.
Però la vecchiaia dà quella mansuetudine che fa interrompere la corsa, è inevitabile. Anche Mick Jagger ha fatto retromarcia.
Al tempo stesso, però, è pur vero che oggi (e quindi scavalco Vasco) non si può più neanche sognare. La gente ti proibisce tutto, con le sue parole: se sei un credente sei un povero illuso, se voti socialista o sei un ladro o uno che disperde il voto, la politica non serve a nulla, se pensi che il tuo amore duri non t'illudere troppo, se ti ricordi i più bei anni dell'infanzia o dell'adolescenza sei patetico e non interessi a nessuno, se fai grandi progetti sei ingenuo.
Viviamo in un regime "condizionale" e abbiamo paura di credere e dell'ingenuità infantile. Io credo che questo nulla vada celebrato e deriso, in questo senso posso dire di "credere". Dietro il riso c'è la cosa seria, c'è l'impegno. Chi ride e basta non s'impegna e chi s'impegna non sa ridere e la persona seria non è capace nemmeno di piangere o di disperarsi. Il vero depresso è chi non si interessa di nulla, che non ha emozioni, quello che mangia sempre le solite cose o che guarda nel piatto vuoto.
Musicalmente parlando, Il mondo che vorrei ha ritmo e una buona orecchiabilità, contrasta enormemente con le tematiche dell'album, c'è più disillusione, Vasco non racconta più la sbornia in sé, ma il dopo-sbornia.
Nonostante la sua semplice saggezza, che indubbiamente non manca mai (Vasco è l'unico semplice che esprime l'inesprimibile con parole semplici), io rimpiango il Rossi che cantava Io non mi siedo lì, io voglio vivere "sopra". Io voglio vivere una volta sola!
oppure
Quante deviazioni hai, quante deviazioni hai. E non mi dire che sei puro come un giglio, che sei un padre e che c'hai un figlioooooo.

Brava Giulia (Live '87)

Voglio vivere come se...come se tutto il mondo fosse fuori, fuori



....e il nuovo singolo

mercoledì 26 marzo 2008

Colpo d'occhio, di Sergio Rubini

Era da parecchio tempo che un film italiano non riuscisse a coniugare cinema di 'genere' con cinema 'colto', la fantasia, il disimpegno con uno scavo interiore dei personaggi, con immagini che parlano da sole. Così è Colpo d'occhio, l'ultimo film di Sergio Rubini, un noir italiano ambientato nel mondo dell'arte, di ispirazione dostoevskiana, con un retrogusto da film francese anni Sessanta, raffinato e capriccioso, avventuroso e statico, un film prima di tutto estetista nei temi e nel tratto, a cominciare dal titolo. L'occhio è al centro di tutto, è l'occhio virtuale e sensibile che penetra nelle sculture, è l'occhio voyeur del cinema, che ama spiare la Puccini che posa nuda sugli scogli, l'occhio deliziato dai velluti, dagli ori, dalle antiche case signorili del centro di Roma, è il colpo di fulmine che lega insieme i due protagonisti che muovono la vicenda, Riccardo Scamarcio e Vittoria Puccini o l'attenzione fluttuante del critico che deve fissarsi su un'opera d'arte tra tante, quella più degna di valore, la più interessante.
Chi ha questo compito è il terzo personaggio, il Lulli (Sergio Rubini), uno spocchioso professore universitario (ruolo direi molto congegnale a Rubini), ambiguo, adulatore, sarcastico e un po' sadico, colui che attraverso un gioco psicologico di incastri e di specchi riuscirà a mettere in crisi l'amore tra lo scultore Adrian Scala e Gloria. Colpo d'occhio è un girotondo di intrighi, di amore e di morte, dove ogni spazio dell'azione sembra reggere bene il suo gioco, ma dove si sa fin dall'inizio che qualcosa incombe tragicamente sulla sorte dei protagonisti. Finale da non riverlarsi per nulla al mondo, ma questo filo di ambiguità è ciò che nutre l'immaginazione dello spettatore fino alla fine, all'interno di un clima grottesco e a tratti disturbante, che ricorda un po' il primo Rubini regista, quello de La stazione, ma soprattutto de La bionda, con Nastassja Kinski.
Scamarcio fa bene la sua parte, e, a parte il suo curioso cognome, che mi suggerisce il nome di un formaggio immaginario, una variante di scamorza, lo "scamarcio", mi sembra un attore promettente, è sufficiente che maltratti le ragazzine che lo ammirano per togliersi la reputazione di belloccio, che fa molto male alla recitazione. D'altro canto i bellocci ci sono sempre stati nella storia e Scamarcio ricorda molto Alain Delon o il Giannini giovane (almeno nell'aspetto fisico); la sua partner femminile la già citata Puccini (Gloria) è la classica ragazza eterea, molto inquieta, fragile e indifesa e per questo anche sensuale. Nel complesso la regia di Rubini è ben congegnata, soprattutto riesce a far comprendere i passaggi fondamentali in modo sottinteso, senza prodigarsi in lunghe descrizioni sceniche, una rapidità senza indugi con assenze giustificate.
Sì, andate a vederlo questo film, e, mi raccomando spiegatelo alle vostre sorelline, figlie o nipotine adolescenti..Questo non è un "film con Scamarcio", piuttosto ricorda Gli insospettabili di Mankiewicz


martedì 25 marzo 2008

La musica che eleva

La musica eleva sempre.
Eleva lo spirito, porta in alto i cuori
....e fa tirare il cazzo!
Così, come in questo pezzo di Eddy Grant, Living on the frontline, gli ormoni trovano tra loro una propria danza sincrona, ossessiva, proiettano sullo schermo della mente un culo che si agita a suon di reggae.
Non ho mai trovato un reggae che fa tirare il cazzo come questo. Non badate alle immagini, sono sbagliate. Conta solo la musica.
Anche l'amore ha una colonna sonora.

domenica 23 marzo 2008

Vuoto di Pasqua

Non mangio un uovo di Pasqua,
bensì il vuoto di Pasqua.
Spero di scoreggiare via quest'aria di festa al più presto.

Elle fu Alessandra

Ieri sera, sull'autobus apro il telefonino e ricevo questo sms: "Buona Pasqua. Un bacio. Alessandra". Il numero non era in rubrica e ho passato tutto il viaggio a chiedermi chi fosse questa Alessandra. Poi le ho rimandato un messaggio per chiedere spiegazioni e ho scoperto che era una persona conosciuta a un concerto un po' di tempo fa, lontana moltissimi chilometri da casa mia, persona verso la quale provavo una enorme attrazione. Non mi stupisce: si chiama Alessandra ed anche in un nome c'è il suo destino.
Mi spiego meglio: nella mia vita tutte le ragazze che portavano il nome Alessandra da me conosciute sono sempre state affascinanti, non sempre necessariamente belle, ma di un fascino irresistibile, da farmi perdere la testa. Ma una costante negativa e beffarda c'è sempre stata: tutti amori non corrisposti o amicizie impraticabili, storie che spesso si sono avvicinate al morboso, costellate anche da angoscia o da paura. Alcune Alessandre mi hanno anche fatto paura, mi irretivano come streghe e poi si dileguavano, oppure m'impedivano di avvicinarmi a loro con un certo atteggiamento di distacco, un ammaliamento stregonesco, sentivo che il loro fascino era anche pericoloso. E dire che l'etimologia di "Alessandro" è "amore per gli uomini".
La prima passione risale a moltissimi anni fa, addirittura quando avevo 6 anni, lei è stata una delle mie baby-sitter, la minore di tre sorelle, era bellissima, una chioma castano-ramato, due occhi azzurro-acqua, dieci anni di differenza (ma forse anche di più) ci separavano. Nonostante fossi così piccolo, la desideravo a modo mio, ma comunque c'era qualcosa di erotico in tutto questo. Una volta venne a casa come amica, di sopresa, "fuori servizio" insomma, si sedette a gambe incrociate sul parquet della mia cameretta. Quando si rialzò e se ne andò via, appoggiai la faccia sul pavimento per annusare e sentire il calore dell'impronta calda del suo sedere. Il legno s'impregnò della sua fragranza, dei suoi deodoranti. Creai una "zona di rispetto" intorno a quell'alone e obbligai mia mamma a non lavare la stanza per un po'. L'odore fece fatica ad andare via, rimase molto tempo.
Da adolescente, invece, mi presi una cotta per la classica ragazza che se la tira, a cui sbavano tutti dietro, quella al di sopra delle tue possibilità, amore impossibile già in partenza, succede a tutti nella vita. Per questa Alessandra stetti veramente male, fisicamente. Era estate, ero in vacanza e un pomeriggio rimasi sotto il sole cocente ad osservarla che giocava a pallavolo. Poi tornai a casa e inspiegabilmente mi venne la febbre a 38, ebbi conati di vomito e mi masturbai tutta notte pensando a lei, anche se ero allo stremo delle forze. Poi l'indomani stavo benissimo, mi ripresi subito. La faccenda finì male, naturalmente, lei non voleva saperne di me, ma era immaginabile, come ho detto.
Il culmine però della follia, del delirio, della storia più-che-impossibile, assurda e sconvolgente è stato a diciassette anni. Fu un amore fortissimo, da spaccarmi in due, questa volta non ebbi conseguenze fisiche, ma feci di quelle cose che, conoscendo il mio carattere, non erano da me.
Tanto per dirne una: siccome non riuscivo mai a incontrarla come avrei voluto (era di un'altra classe) e sentivo l'urgenza di dichiararmi subito, misi di mezzo anche i professori. Chiesi un appuntamento privato a un suo professore e poi, in sordina, tentai di corromperlo. Gli offrii dei soldi perché lui andasse in segreteria a procurarmi l''indirizzo di Alessandra, volevo scriverle romantiche lettere d'amore, allora non c'era ancora la posta elettronica. Lui si mise a ridere e non si fece pagare, ma soddisfò lo stesso le mie richieste senza problemi. Cominciai a scrivere almeno tre lettere a settimana, al comune di Trezzano sul Naviglio, dove lei effettivamente abitava, come mi aveva detto. Non ricevetti mai risposta...era un solo un fantasma, facevo follie per un fantasma. Più non rispondeva, più scrivevo per ottenere uno straccio di risposta, anche la più brutta, anche di un "vaffanculo"mi sarei accontentato. Al tempo stesso avevo paura a incontrarla nei corridoi della scuola, anche se lo desideravo tanto. Volevo anche metterla incinta, nei miei sogni bacati, ma avevo paura di incontrarla in corridoio.
Non poteva finire così, dovevo almeno sapere se aveva ricevuto le lettere, volevo discuterne. Ormai sapevo di non avere speranze, ma inseguire ostinatamente quella persona era diventato un gioco. Compiva gli anni lo stesso giorno mio, le comprai una rosa rossa e uno spiritoso biglietto di auguri, mi feci coraggio e andai a cercarla in classe sua, durante l'intervallo. Purtroppo quel giorno era assente, ormai però era sputtanata, consegnai la rosa e il biglietto alle sue compagne, stupite e anche un po' gelose.
Neanche di fronte a questo ultimo gesto lei si scompose. Se ci fosse stato "Stranamore" forse avrei partecipato, mi accontentai a fine anno di dedicarle un romanzo, un romanzo sgangherato, dettato dalla follia d'amore, di cui non vado fiero. Lo conservo ancora ma non ho mai pensato di proporlo per una pubblicazione, dovrei rivederlo, aggiustarlo, ma non si può fare tutto questo per un fantasma.
Se pensate che le mie storie siano finite qui vi sbagliate. Altre Alessandre hanno turbato la mia pace, una in particolare, sempre nel periodo scolastico, cercò di instaurare con me un rapporto sado-maso. Allora nell'ingenuità non lo capii, ma col senno di poi fu così. Lei era ambivalente, mi lusingava e mi umiliava ai limiti del bullismo, un giorno perse cinquantamila e mi accusò di fronte a tutta la mia classe di essere stato l'autore del furto. Poi tutto si chiarì e si scusò, io ero comunque attratto fisicamente da lei, ma al tempo stesso ne avevo paura, era come un rottweiler per me, da quella bocca poteva uscire di tutto. Ogni tanto la sogno di notte oppure mi ritorna in mente. Ho sempre in mente una telefonata misteriosa, di parecchi anni dopo, secondo me era la sua voce un po' contraffatta: "Sono Alessandra. Dimmi che sono una puttana, coraggio. Forse non puoi parlare, capisco. Ma non riattacco se non mi dici che sono una puttana".
Però, a conti fatti, non sono ancora riuscito nemmeno a far l'amore con una che si chiama Alessandra, neanche recentemente, forse questo è il mio sogno nel cassetto. Questo nome mi rincorre da sempre, mi piace molto. Detesto il diminutivo "ale", mi fa venire l'orticaria. Invece "Alessandra" in tutta la sua interezza.
L'unico modo che avrò di riscattarmi, se avrò mai una figlia, sarà di chiamarla con questo nome.
Ma vita è ancora lunga (forse).

sabato 22 marzo 2008

Disquisizione sulla chiacchiera

Il linguaggio è nostro ed è indispensabile. Siamo sorretti e convalidati dal linguaggio, ma troppo spesso ne siamo anche vittime, quando questo prende il nome e il significato di "chiacchiera" (per lo più nell'accezione messa in circolazione da Martin Heidegger in Essere e tempo).
Chi non ha letto la prima parte di Essere e tempo (relativa alla "filosofia dell'esistenza" dell'uomo, qui chiamato Esserci) dovrebbe farlo. Lettura illuminante quanto problematica, intricata e a tratti angosciante. E a un certo punto ecco comparire la "chiacchiera", verso la quale nutro un rapporto di amore-odio incontrastato. La chiacchiera, in sintesi, è quel modo naturale, ma ipocrita e inautentico, dell'uomo di mettersi in rapporto con gli altri, realizzando un coesistere disimpegnato, indifferente, attraverso il parlato. La chiacchiera è routine nella voce, è quel sistema di convenzioni per cui "buon giorno e buona sera", "come va?", "Tutto bene, grazie".
La chiacchiera è un parlare per parlare, senza credere a quello che si dice, una specie di recita, tutti quei riti codificati di cui non ci si può liberare, ma che gettano una oscura ombra su di noi, perché dietro alla chiacchiera c'è il fondo angoscioso dell' horror vacui della comunicazione, di quello che siamo, manifesto della nostra propria inutilità, e, non ultimo, all'estremo di tutto, l'unica nostra possibilità certa che è il dover morire.
Tipici esempi di chiacchiera sono: il tempo metereologico, la salute, le piccole menzogne ("ci sentiamo, adesso devo scappare. Prometto che ti chiamo"), il carovita, il governo ladro, il cosiddetto "parlare del più e del meno", tutto all'insegna della superficialità, manca l'istinto ad andare a fondo. Quando le parole non trafiggono la nostra carne dell'anima allora siamo di fronte alla chiacchiera e tutto questo non dipende certo dagli argomenti: se parlo di problemi di lavoro in generale sto chiacchierando, ma se parlo dei miei propri intimi, allora sto mettendo in luce tutto me stesso. La chiacchiera ricade anche sul cattivo ascolto, perché essa non si può ascoltare, scivola via. Sono onesto: il 60 % delle conversazioni che ascolto non m'interessano, non so neanche perché le seguo, forse per diplomazia o cortesia. E credo sia lo stesso dall'altra parte, molto spesso vengo ascoltato per favore e non per autentico interesse. La verità è che anche conversare è un' arte nobile, è sublime, come insegnava anche Oscar Wilde. Ma il fatto è che per conversare in modo voluttuoso, salottiero e intrigante, mancano alcune condizioni essenziali in questa laboriosa società metropolitana. Qui il senso del tempo si è depravato, la conversazione è solo chiacchiera al cubo. Una conversazione autentica la si ricorda a distanza di anni, solo così si può comprendere cosa NON sia la chiacchiera, per esclusione.
Credo più nella scrittura, perché scende nel profondo e non ha una sonorità di espressione se non, evidentemente, quella della voce del lettore che rimbomba nella sua propria mente. Nella scrittura poi non c'è il contraddittorio e c'è il tempo per riflettere su ciò che viene comunicato. Spesso la chiacchiera imporrebbe il silenzio, ecco la vera sfida, il doversi dire reciprocamente: "Smettila di parlare, non m'interessi, cosa parli a fare? Stiamo in silenzio oppure non vediamoci in più".
Quante persone vivono insieme o si incontrano per sbaglio e imbastiscono una coesistenza pacifica e ipocrita basata unicamente sulla chiacchiera!
Mi rendo conto della delicatezza di questo post, qualcuno che mi conosce di persona potrebbe d'ora in poi essere un po' confuso, magari avere soggezione nel parlarmi. In fondo, però, se si rende conto di questa soggezione significa che ha già capito il senso della chiacchiera e dovrà dolorosamente scoprire l'inutilità del suo rapporto con me o il suo vuoto interiore. In fin dei conti, ciò che tutto sommato tranquillizza è che dalla chiacchiera non ci si libera e pochissimi sono artisti della conversazione, io per primo, mi riconosco nell'umiltà della volgare quotidianità tra i miei simili, ma so anche che posso contare su diversi amici le cui parole assumono il ruolo di "ricostituente" esistenziale per me.
Mi hanno, poi, sempre insegnato che in filosofia sono importanti i problemi, non le soluzioni.

venerdì 21 marzo 2008

Giulio Tremonti in collegio

Il Prof.Tremonti vittima del bullismo in collegio: sono comparse ieri le dichiarazioni dell' ex ministro dell' Economia sul "Corriere della sera". Delle disavventure personali del 'professorino' di Forza Italia non me ne frega una benemerita ceppa di minchia (cerchiamo di usare un linguaggio un po' ricercato..."cazzo" è troppo banale).
Quello che è curioso è notare, finalmente, che dietro alla vocina di femminuccia algida, petulante e saccente di Tremonti c'è un po' di umanità.
L'intervista apparsa ieri sul quotidiano è proposta in un filmato su You Tube, nell'ambito della prima rubrica politica autoprodotta sul canale, dal titolo Klauscondicio.
La "naturale" e "innaturale" umanità di Tremonti, dicevamo, stride molto, soprattutto in fine intervista, quando dalla sua bocca, esce, quasi come un miracolo, la parola "culo", come vomito di calcestruzzo o come bava demonica.
E' pur vero che in un' Italia "vaffista" o "grilliana", i politici sono presi sul serio quando fanno ridere. Da sempre, sfottere o sentire sfottere i politici è un atto liberatorio e li si è sempre sfottuti per via dei loro difetti fisici, delle loro dichiarazioni più intime. Lo sputtanamento è insito nel Dna di un onorevole: come non prendere sul serio la gobba di Andreotti, il pisello di Spadolini, la bandana di Berlusconi o il ghigno di Prodi?
Di conseguenza, onestamente, pensare all'adolescenza di Tremonti, chiuso in un armadio tutta la notte, costretto a recitare ogni ora il bollettino dei naviganti, mi fa sentire un sadico, carico di libidine umoristica. Nell'intervista ha raccontato il "raccontabile"- egli dice- e chissà quali altre abominevoli cose ha subito in quel collegio (e si sa che i collegi, soprattutto quelli religiosi, sono sempre stati empori di violenza e perversione).
Ridere dei guai degli altri, è il tragico della comicità, ma è la sua stessa essenza. E' un'affermazione poco politically-correct, ma è così. E' una passione proibita, immorale, ma penso che almeno una volta nella vita sia capitato a tutti di ridere di qualcuno alle sue spalle. Peccato che la vittima della derisione non riesca mai a ridere di se stesso, non sia abbastanza masochista. Se siamo sfigati e ce lo diciamo va tutto bene...ma se ce lo dicono gli altri sono guai.




giovedì 20 marzo 2008

Yoshimoto e Argento: fuga dalla morte

Banana Yoshimoto, nota scrittrice giapponese, ha più volte parlato del suo proposito di suicidio, sfumato grazie ai film di Dario Argento. Come può essere che questo regista abbia avuto un potere così forte votato al bene, essendo lui per primo un celebratore della morte per antonomasia? Argento non ha mai fatto mistero, tra l'altro, di averci proprio "provato": fu a New York, durante le riprese di Inferno, che venne sopraffatto dall'impulso irresistibile di buttarsi da un grattacielo, progetto andato a monte, grazie alla sua forza di volontà e alla ingegnosa "trovata" di barricare le finestre con degli armadi.
Comunque penso quasi sempre alle dichiarazioni della Yoshimoto, cerco di trovare senza esito una logica, una spiegazione. Forse per un regista si possono fare delle sciocchezze o evitarle, forse un regista può salvare dal baratro, forse non è solo la famiglia, non è solo il prete o l’analista ad essere un punto di riferimento.
Da parte mia posso dire che i film di Dario Argento hanno reso la mia adolescenza sicuramente più felice, li ho visti tutti e ormai li conosco come se li avessi girati io. Ancor oggi mi capita di guardare Il gatto a nove code per rilassarmi, incredibile, ma vero. Penso più che altro di essere sempre stato attratto dall' Argento-uomo, da ciò che stava dietro i suoi film, non si può essere ‘stregati’ dai film di Dario Argento, senza apprezzare la sua persona, perché non può essere disgiunta dalle sue creazioni. La sua faccia e la sua voce, addirittura le sue mani guantate di nero sono presenti sul set, s’immagina la sua voce gentile e romanescamente burlesca che dirige le sue attrici. Lui è un autore, un poeta del macabro, colui che fa da sé, è lo Stephen King del cinema, compone libri per immagini. Di Argento, che ho conosciuto personalmente in più di un'occasione, mi hanno sempre colpito, non solo la sua inquietudine, le sue debolezze serenamente confessate, ma la sua bontà sincera, il suo scherzare di fronte alle cose tremende che mette in scena. Dove si nasconde l'efferatezza inaudita delle sue pellicole? Mi piace Argento perché è umano, modesto, ha un grande senso della famiglia senza ipocrisia, è rock e giovanilistico, grande esteta del corpo femminile. Ho sempre amato i suoi film anche perché facevo fatica a farli amare agli altri: amici, fidanzate, genitori. E' stata una guerra, che poi ho vinto..I suoi film sono un po' i trofei di questa guerra e la mia adolescenza il campo di battaglia. Però, a ripensarci, un periodo felice.
La morte scaccia la morte.
Una delle scene più riuscite di Suspiria

martedì 18 marzo 2008

Contro-proverbio

Rimanda sempre quello che puoi fare oggi.
Concediti e lasciati affogare alla deriva.
Drizza le orecchie di fronte a una scopata o alla tua morte....
sono le uniche cose che non si possono rimandare per nulla al mondo.

La musico-simbiosi di Giovanni Allevi

Seguo con interesse i recenti sviluppi della carriera del M.o Giovanni Allevi, uno dei pochi esempi di musicisti 'colti' contemporanei ad essersi imposto a livello commerciale all'attenzione dei giovanissimi, ad aver suscitato un fanatismo e una devozione a livello mondiale.
Del resto, è Allevi stesso ad essere un "fanatico", nel senso stretto del termine, è un vero e proprio artista rapito dal daimon, dal sacro furore della musica....Lui e la musica una cosa sola, fin dall'infanzia...Cosa sarebbe Allevi senza il suo pianoforte?
Osservate la sua inquietudine, la sua gesticolazione, la musica l'ha posseduto e lo possiede in una simbiosi, sostenendolo nel suo benessere.
Per tagliare corto: Allevi è se stesso al pianoforte, parla col pianoforte, non conosce altro linguaggio al di fuori di quello, l'unico modo per capirlo è ascoltarlo o, al limite, leggerlo, nel suo libro autobiografico La musica in testa .
Le parole, i discorsi per lui sono una violenza, un modo di esprimersi non identificato.
Allevi è un animale musicale, una presenza interessantissima, come uomo e come artista.

Go with flow





Come sei veramente







domenica 16 marzo 2008

Il marzo nero di trent'anni fa

Oggi, 16 marzo 2008, è una tranquilla domenica. Mi sono loggato, volevo scrivere qualcos'altro..Sui miei post ci rifletto, qualcosa butto di getto, ma in realtà li organizzo, voglio dare anche una logica, un senso. E' per questo che, a pensarci bene, trent'anni fa l' Italia era sconvolta. E' come se ci fosse un grande tunnel, un sottopassaggio fatto di stazioni intermedie, gli anni che ci separano da quel triste 16 marzo 1978, che se le percorri a ritroso, a passi indietro, puoi ritrovare, rivedere, forse risentire gli spari che hanno ferito la scorta di Aldo Moro. Così mi capita quando sosto in una piazza, sento giungermi dentro lo scalpitare dei cavalli, la polvere da sparo, il sangue, le bombe che magari la storia ha seppellito nell'opaca tranquillità del presente.
Su Aldo Moro è stato detto fin troppo, film, inchieste, e ora ci si aspetta che vengano sciolti i misteri di quel caso intricato. Però la storia vera, il ricordo è poi questo: che cosa successe quella mattina del 16 marzo agli italiani? Come ci si sentiva? Scuole chiuse, parapiglia in tutta Italia, cose che mi hanno riferito perché io ero in vita, ma ero assente, ero un bimbetto, non potevo rispondere all'appello, anche se avrei tanto voluto.
Un marzo nero, di giorno gli spari e di sera Mike Bongiorno con Scommettiamo?. L' Italia delle contraddizioni, l' Italia che doveva andare avanti.
Amo ricordare, sì, qualunque cosa muore, da una marca di spaghetti ad Aldo Moro. Ciò che non c'è più va ricordato; spesso ricordiamo per non ripetere e altre volte per il desiderio di ripetere, per fare in modo di ripristinare ciò che qualcosa o qualcuno ci ha tolto. Le tragedie collettive sono orribili, si ricordano per essere dimenticate, in fondo, ma forse tengono in vita la nostra capacità di indignarci, il nostro senso della morte, il nostro umanesimo. Chi vive proiettato nel futuro s'illiude sul senso della vita perché ha perso il senso del passato.

sabato 15 marzo 2008

Viaggiare in metro

Viaggiare in metropolitana ha un potere ipnotico e dissociante per me. In piedi, mi sento un palo verticale che si specchia nei vetri delle porte, che gioca a fare il figo in mezzo ai silenzi e ai pensieri della gente, assorti nelle letture più assortite: i quotidiani, Paolo Coelho, Ken Follett, la Gerulasemme liberata di Tasso, Giuseppe Berto,Daniel Pennac, Fernando Pessoa, Isaac Asimov, Federico Moccia, Benedetto Croce, il manuale per l' ECDL, Stephen King, Carmen Covito, Cesare Pavese...e chissà cos'altro.Io invece esco da me stesso, spesso sbaglio fermate e devo tornare indietro. Penso alla gente,ai loro stati d'animo, alle loro facce sciocche o intelligenti, rapite dalla musica dell' I-pod. Insomma, però, in tutto questo fermento di pensieri e di coscienze..nessuno pensa mai alle otto del mattino, in metro, di essere un sepolto vivo.



giovedì 13 marzo 2008

Folgorato da Nena!

Non posso esimermi dal riproporre, a questo punto, un nuovo video di Nena, sono rimasto in questi giorni folgorato da questa cantante anni 80, il Diavolo deve essersi impossessato di me sotto le sue sembianze.
Ecco a voi Nena in " Leuchtturm"

Clap, clap, clap...


Dichiarazioni di un "satanista" perbene

Quello del seguente filmato è un "satanista" perbene, non farebbe male a una mosca, è stimato, venerato da buona parte del mondo cattolico, crede nella Madonna di Medjugorie.
Però i suoi discorsi sono molto pericolosi.
Non si dice forse che il Diavolo riposa in chi lo evoca?
Un ringraziamento a Razionalismo, il nome-utente che ha messo questi video a disposizione su You Tube.





mercoledì 12 marzo 2008

Una carrellata di donne tedesche

Trovo molto sensuali le donne tedesche. Non credo di essere l'unico a pensarla così, ma vorrei subito differenziarmi da chi crede nel "mito" delle tedesche. Le "deutsche Frauen" non sono un mito, mi rifiuto di allinearmi alla mitologia del "ci stanno", una convinzione passatista rimasta nei cuori dei machi latini (bleah!!!)
Detto questo le tedesche hanno quella praticità e quell'essere alla mano che le differenziano per esempio dalle francesi o, se vogliamo, dalle italiane.
Una tedesca può ruttare senza dare nell'occhio, senza perdere la sua femminilità e guadagnare in sensualità, una tedesca può comandarti senza fartelo pesare, una tedesca ti seduce con gli occhi, ha quel riso malizioso ed enigmatico, ride, ride, anche in modo sfacciato,ma poi ti mette con le spalle al muro, donna indicata per chi ama la sottomissione.
Con lei puoi passare momenti da sogno o momenti da incubo, se hai gli occhiali sporchi o non ti lavi, se ti ritiene brutto te lo può far notare. Però se è intelligente ti può far sentire alla pari con lei, vaffanculo all'amor cortese!
Ma la sua unica arma, quando non è ubriaca o quando decide di oltrepassare la soglia della cortina di ghiaccio, è ridere, sia nel bene che nel male.
Ma della giovane tedesca amo il suo stile alternativo, i tatuaggi, i capelli decolorati, quello stile "british" che si mescola a uno stile grossolano, prosaico.

Ecco una carrellata di donne tedesche rubate al cyber-spazio.

Il primo video, della cantante Nena, vale solo per la scena della botola. Da notare anche l'atmosfera dark-noir, tipicamente nordica.










martedì 11 marzo 2008

Grande, grosso e Verdone

Recentemente sono stato a vedere l'ultima fatica di Verdone, Grande, grosso e Verdone. Sono andato in un cinema di Legnano, ero ospite di un amico, un cinema-teatro stile anni Settanta, con i pavimenti di legno. Curiosamente, proprio nel 1981 a marzo, circolava nelle nostre sale il film originario, a cui questo ultimo e insulso titolo, s'ispira. Allora si vantava un briciolo di originalità in più, Bianco, rosso e Verdone perché era un film sulle elezioni politiche e ho trovato arguto utilizzare il colore della bandiera nazionale con il nome di Verdone.
Veniamo a oggi e cominciamo dal titolo, che, oltre a essere equivoco (già nell'ambiente del porno e delle caserme cominciano le storpiature: "Grande, grosso è cazzone", "Grande, grosso e Vergone"). Tralasciamo un titolo malpartorito e indigesto, quello che mi preme mettere in evidenza è che Verdone anche questa volta, non ha rinunciato, con il suo solito professionismo, a essere amaro e cinico più che mai. Chi pensa che i film di Verdone siano comici, ha capito poco del regista o ha guardato i suoi film con disattenzione. Verdone è uno dei miei idoli proprio perché dipinge il peggio della vita con l' artificio di chi si spaccia per comico ( a ben guardare lui si è sempre definito non a torto "malincomico"), qualche volta esco distrutto dai suoi film, con un peso allo stomaco e sentimenti autodistruttivi. E' successo in particolare con Gallo cedrone, C'era un cinese in coma, Compagni di scuola, Il mio miglior nemico. Quando mi succede così, nutro un amore-odio per Verdone: "Ma come? Smettila di raccontare queste storiacce, questi personaggi, questo umorismo di cattivo gusto!"; al momento aggressivo poi subentra quello depressivo di "purtroppo è la realtà".In altri casi Verdone ha dato più spazio alla spensieratezza, ma non è mai mancata in lui, la solita vena patetica o amara.Verdone è uno di quegli attori che recita se stesso, i suoi personaggi nascono e crescono insieme a lui, come Moretti.
Anche Grande, grosso e Verdone non manca il bersaglio, quello di fustigare la società italiana, quando Verdone prende parte, sadicamente e personalmente al teatrino delle solite macchiette, qui il professore rigoroso e all'antica, il boys-scout tontolone (Leo) e il coatto arricchito. E' stato detto più volte che l'episodio di Leo è poco convincente (verissimo, perfettamente inutile e poco credibile), mentre quello del coatto è l'unico con più smalto, più lungo ed anche più godibile (e pure con un lieto fine, in fondo). Le donne del cast vivacizzano un po' l'atmosfera, Geppi Cucciari (la moglie di Leo), Claudia Gerini, che ritorna sul set dopo Sono pazzo di Iris Blond e Eva Riccobono (che è, contrapposta alla Gerini, ruspante, volgare e sexy, il buon gusto, la raffinatezza e l'amore spirituale...Ma anche qui ci saranno poi delle sorprese).Il film è tutto una sorpresa, è il ghigno beffardo che rovescia le apparenze e inchioda ad un'amara realtà...Forse questo è l'unico modo per apprezzarlo. Il resto è un déja-vu.

lunedì 10 marzo 2008

AAA cercasi ago in un pagliaio

Primavera 1985, un tranquillo venerdì sera di maggio-aprile, non ricordo. Io ero ragazzino e insieme a mia mamma (che mi ha abituato al gusto cine-televisivo) guardavamo un film trasmesso dalla TV Svizzera Italiana, era probabilmente degli anni Settanta, un film francese o comunque straniero sicuramente. Era ambientato in Grecia, lo ricordo molto bene, raccontava di un gruppo di amici in vacanza, che avevano un mistero da risolvere in chiave Poirot-Maigret, con quello stile umoristico tipico. Non mi sembrava però di ricordare che ci fosse qualcosa di delittuoso in proposito.Tutto bene fin qui, manca solo il titolo, il titolo di un piacevole momento che voglio rivivere, quella sera di primavera, io tranquillo sul divano, il giorno dopo avevo bigiato a scuola, ero rimasto a casa.
Ed inoltre la curiosità è montante, sale come la pressione del sangue. Non voglio morire senza aver rivisto questo film!!
Ricordo la protagonista, una frizzantina-peperina, somigliante a Mia Farrow (forse era proprio lei), ma per il carattere più simile a Rita Pavone (ohibò) la cui frase- tormentone era: "Hai mai provato a far l'amore in un fienile?", "Avete mai provato a farlo in un covo di fieno,sulla paglia?"
Forse ricordi sbiaditi, battute trasfigurate, ma l'appello è insindacabile...datemi qualche indizio, il mistero ora siamo noi tutti a doverlo risolvere!
Certo, è proprio il caso di dirlo, siamo in tema: ci troviamo di fronte a un ago in un pagliaio.

sabato 8 marzo 2008

La donna vera

Enrico Ruggeri è uno dei cantautori italiani che ho da sempre apprezzato, amo tutti gli ingredienti del suo stile: intellettualismo alla Battiato, pop-rock, malinconia decadente alla francese, cinismo e nichilismo post-punk, cuore partenopeo e semplicità.
Ma più di tutti il "Rouge" ha saputo descrivere molto bene l'universo delle donne, sia nei suoi dischi, sia affidando egli stesso diverse canzoni a interpreti femminili, come la Mannoia.
In questo video, caduto a fagiolo in questo 8 marzo, si parla di una "donna vera" , ma essere "vero" è più che altro il testo, un' istantanea sincera e indovinata.
Buon ascolto e occhio al testo!

La terza dimensione

La donna in 3D

"DDDONNA"

Buona visione.

venerdì 7 marzo 2008

Un marito felice

Un marito felice (ovvero all'ultima spiaggia):

Io che avevo occhiaie che non si erano mai viste
io che non avevo il tempo per sentirmi triste.
Io che me le son levate tutte le mie voglie
Mi sono innamorato di mia moglie.
Con tutte le avventure che il mio cuore ancora accoglie
Mi sono innamorato di mia moglie.
E quando stamattina glielo sono andato a dire
aveva gli occhi esatti di una che non vuol sentire
e poi mi ha detto: "Scusami, ma io ti ho già tradito
mi sono innamorata e te lo dico"

(Gianni Nazzaro)

Il video è orrendo, ma è l'unico disponibile su You Tube

Evviva il matrimonio e l'orrido!

Dialogo fantaerotico (di sapore utopico)

Una metropoli del futuro, una Londra, una Berlino, una Parigi in un futuro remoto, imprecisato.
Un uomo elegante, cammina di fretta, poi si ferma davanti a una signora molto sexy sulla quarantina a chiedere un'informazione, una passante qualsiasi, distinta, intenta anche lei nel suo passo indifferente.

UOMO: Scusi signora, un'informazione?
SEXY SIGNORA: Mi dica..
UOMO: Mi praticherebbe una fellatio?
SEXY SIGNORA: Prego????
UOMO (intimidito): Ehm, un pompino
SEXY SIGNORA: Ecco, così va meglio. Parli come mangia! No, guardi sono desolata, ma ho dimenticato a casa il certificato della vaccinazione Hiv, lo porto sempre con me per ogni evenienza e invece oggi....!!!! Lei ce l'ha?
UOMO: Che domande! Certo che ce l'ho, e pure grosso, non le chiederei un pompino altrimenti!
SEXY SIGNORA: Siamo sullo spiritoso andante oggi, eh? No, parlavo del certificato.
UOMO: No, allora no.
SEXY SIGNORA: Sbadati tutti e due!
UOMO: Senta, il suo sarcasmo mi arrapa. Posso raggiungerla a casa sua, intanto prendo il certificato.
SEXY SIGNORA: Il problema è che ho l'idraulico a casa e potrebbe propormi un'orgia, l'ha fatto altre volte con mio marito...Lei se la sente?
UOMO: Oggi no, vado sul semplice oggi, e poi ho già rifiutato altri due uomini stamattina. No, non mi va.
SEXY SIGNORA (premurosa): Senta, faccia una cosa. Vada in quel bar là all'angolo. Prima quando sono andata a mangiare un panino, ho visto la cassiera che si dava da fare sotto un tavolo con un cliente. Provi!
UOMO: Molto gentile, grazie!
SEXY SIGNORA: Per così poco? Anzi, mi scusi per la fretta e se l'ho lasciata a bocca asciutta.
UOMO: Veramente, quella a essere rimasta letteralmente a bocca asciutta è lei o sbaglio?
SEXY SIGNORA (ride di gusto): E' vero! Non perde un colpo lei!
UOMO: Oggi ne ho persi parecchi, queste donne! Forse sarà la primavera!
SEXY SIGNORA: No, non dica così...vedrà, domani sarà più fortunato. Ora vado, mi scusi ancora.
UOMO: Niente e grazie di cuore (anzi di culo!)



mercoledì 5 marzo 2008

Colpi di "Mannoia"

In questo pazzo marzo l'azzurra e limpida serenità mi affetta a colpi di "mannoia".....
Grazie Fiorella!






" Vorrei cercare qualche cosa da fare fuori e camminare senza orgoglio darsi a un rubacuori. Ma io come Giuda so vendermi nuda, la strada conosco a tirarti nel bosco, a tirarti!!!!"




" Cos'è che grida nascosto in noi? No, il tempo non torna più e ieri non eri tu, oggi chi sei?"

martedì 4 marzo 2008

Aggiornamenti sezione link

Nella sezione link ho aggiunto oggi il blog di Isabella Santacroce. Onestamente, in questo blog, vengono pubblicate lettere di ammiratori o lettori scioccati che cercano di riportare Isabella sulla "retta via" (che termine orribile!!!).
E poi una mail, in particolare, definisce Isabella "disturbata".
Ebbene, quand'anche definiamo una persona "disturbata", a che pro? Siamo poi così ingenui?
C'è bisogno di una laurea, per capire che molti scrittori sono disturbati? Anche se fosse vero (e spesso non lo è), che male ci sarebbe? Se non fossero tali che palle!! Voglio dire, se non fossero tali non potrebbero scrivere quello che scrivono, mi sembra ovvio, non avrebbero quella sensibilità, che nasce dalla sofferenza, da una vita, magari travagliata o diversa dal comune, per poter aprire gli occhi al mondo e analizzare il mondo (le famose "segrete corrispondenze" nella natura simbolista).
Apprezzare un libro intimista, vuol dire anche comprendere chi l'ha scritto, è un fatto d'amore. Oggi è difficile farsi amare, in qualunque ambito.
Noi scrittori, blogger, dobbiamo sempre subire un processo alle intenzioni per le cose che scriviamo, soprattutto se parliamo di sesso o di violenza? In un certo senso anche certi commenti servono sempre per tastare il polso della situazione, c'è spazio per tutti.
Ma mi domando spesso gli italiani che tipo di letture cercano....Sempre "E vissero felici e contenti?"

Isabella Santacroce mentre presenta il libro Zoo

I cinemini mattutini

Ieri mattina avevo un desiderio inespresso, direi irrealizzabile (almeno nella mia città): non volevo la Luna, soltanto infilarmi in un cinema alle dieci del mattino, fuggire dai miei doveri quotidiani, farmi una "bigiata" da tutto. Avrei voluto trovarmi a Parigi, città dove ho vissuto per quasi un mese tredici anni fa, so che oggi ancora là qualche piccolo cinema che apre di mattina c'è ancora, magari per vedere qualche vecchio film anni Sessanta, un Belmondo, un Mastroianni, un Trintignant, qualunque cosa, purché mi avesse "segnato".
Amo il contrasto tra una bella e luminosa giornata di marzo e il buio di una sala, amo provare una specie di rinascita all'uscita, la gente, il cielo, i colori, i miei occhi che si sforzano di riabituarsi alla luce, e poi trascinarmi per tutto il giorno con il ricordo di un film che mi ha "segnato", portarmi dentro le scene che ho visto, i dialoghi, l'eroismo di un personaggio: una storia di guerra, di sesso, di amore, di violenza, le battute sgangherate di un comico di avanspettacolo, qualunque cosa.
Detesto i cinematografi-supermercato con posti assegnati, lontani miglia da casa, posti pieni di una fiumana di gente che sembra andare al macello. Amo i cinemini di quartiere, con poca gente, la cassiera brutta, qualche intellettuale perditempo. Non esistono più in Italia? Chi se ne frega, io li amo lo stesso.
Anche le circostanze e i posti in cui si guarda un film possono cambiare e influenzare una persona; un cinema pomeridiano in una domenica afosa di luglio si adatta tanto a un film porno o erotico, per esempio. Sì, una sala in cui puoi trovare la signora ninfomane, la coppia di scambisti, il segaiolo o il pederasta, un'avventura anche quella.
Parigi di mattina mi concilierebbe molto, anche se non sono propriamente un amante assoluto del cinema francese, però, in ogni caso, sarebbe bello poi uscire e andare a mangiare una baguette, affittare una bicicletta, girare un po' , tirare sera. Roma di mattina, invece, sfocerebbe in un bel pranzetto in una trattoria con la mia ragazza: bucatini all'amatriciana, riempirsi fino a scoppiare, poi un clistere alla ragazza ed, infine, un pomeriggio di tenerezze e di effusioni, magari a Villa Borghese o in qualche parchetto defilato alla Garbatella o ai Parioli.
E nella mente sempre i personaggi del film....Una volta dopo aver visto La sindrome di Stendhal, di Dario Argento, mi spinsi molto oltre. Sul bus che mi riportava a casa c'era una ragazza molto bella, bionda, raffinata. Ero talmente felice e carico che le dissi che io la trovavo veramente attraente. Lei mi guardò sconcertata, lusingata ma diffidente come Cappuccetto rosso con il lupo cattivo, ma fu una grande prova per me, fu un evento straordinario, data la mia riservatezza, il piacere di un film o la sua circostanza può inebriarti come una droga.
Esistono geografie che si adattano ai film, come in una meravigliosa alchimia. Ma non vedere i film di mattina è una grossa perdita. L'ultima volta che mi è capitato fu quando facevo il pubblicista per una testata e andavo spesso a delle anteprime con gli altri giornalisti...Era un grande festa, poi mi sentivo sempre felice, andavo a bere e mangiare bello contento.
Penso che ritornerò a parlare di film che "segnano" e dei loro luoghi.
A presto.

lunedì 3 marzo 2008

Credere in una favola

La religione è una favola seria.
Credo ai credenti.
Bisogna credere, ma non credere troppo.
In fondo se si crede,
perché mai la Verità dovrebbe essere assoluta?
Chi crede per davvero mette fine alla fede.
The End.

domenica 2 marzo 2008

Un soprammobile umano

Vi ho già raccontato in un altro post ("Dialogo nel buio") della mia esperienza da non vedente, per la quale, secondo un arguto commentatore, "l'amore è cieco e il sesso è in braille".
Bene, ora è la volta della mia esperienza da soprammobile, devo dire non proprio divertente come quella da cieco.
Cosa si prova a essere un soprammobile umano?
Tutto parte da un invito a una festa di compleanno di una persona che conoscevo appena. E' stato lo scorso dicembre. Vado, non vado? Vado, non vado? In realtà non me ne sarebbe fregato niente, ma sono andato lo stesso, per curiosità, perché non rifiuto mai di conoscere gente nuova. La festa era in un locale affittato, non in un appartamento, e questo locale era ubicato nei bassifondi milanesi,nella zona industriale della stazione Greco. Bell'ambientino, eh?
Cominciano a presentarmi parecchie persone, mani che si stringono, vuoto chiacchiericcio. Soffro sempre di "mal di festa", cioè quella noia da adattamento che nasce dalla ricerca di una collocazione. "Cosa faccio, dove vado, con chi parlo?"
A poco a poco la trasformazione: eccomi divenire un oggetto umano, una cosa piantata in una poltrona a fissare il vuoto, ad ascoltare i miei pensieri, a farmi i fatti miei, le spalle degli altri voltate verso di me, tutti a gruppetti, io che cerco timidamente di avviare una qualche penosa conversazione, senza risultati. Ma gli oggetti restano muti, non hanno cervello, sono inerti. Niente aveva senso e utilità. Alla fine un sentimento di ribellione ha prevalso: o il "fugone" o la riduzione a soprammobile. Quando una ragazza mi ha urtato un piede senza chiedermi scusa, senza neanche sorridermi, quando la stessa ragazza faceva cadere della cenere sui miei piedi, mi sono detto: "Sì, sono un soprammobile".
Quella sera il mal di festa era alle stelle, l'esperienza più spiacevole che mi fosse mai capitata, per fortuna durata poco. Proprio quando la decisione del "fugone" era scattata, la situazione era rientrata e la noia cominciava lentamente a evaporare. Certo, il "fugone" sarebbe stato il giusto test dell'indifferenza.
Ho però conosciuto una sua faccia, quella più corrosiva e generatrice di odio, alcuni di questi indifferenti erano pure cristiani praticanti!!!
L'indifferenza genera indifferenza, è un incantesimo stregonesco che contagia tutti e li trasforma in oggetti. "Se sono io un soprammobile e non conto niente, non vedo perché non lo potresti essere anche tu che mi sei di fianco".
Il trionfo della reificazione e della distruzione dei rapporti umani. Grazie Signora Indifferenza!
Comprendo tristemente chi compie un gesto disperato, l'unico grido nella nebbia per farsi sentire in questa alienante metropoli, l'ultimo e unico tentativo per diventare protagonista prima della morte. C'è chi è troppo sensibile per vivere da soprammobile.

sabato 1 marzo 2008

Attimi di maternità

Amo molto osservare quando passeggio per strada o aspetto il tram. Osservo le donne, gli uomini, come se dovessi sceglierli per interpretare un ruolo a teatro o al cinema.
Non posso non restare letteralmente incantato quando mi trovo di fronte a scene di maternità, madri che accudiscono i loro piccoli, madri che allattano, madri che prendono per mano, madri che sorridono, madri che cullano o spingono carrozzine. Una donna non riesce a nascondersi, è semplicemente se stessa quando è con il suo bambino, quando il suo volto tradisce quel bisogno e desiderio di maternità che le è naturale. Mi commuovono quella gioia, quella felicità unica e totale, insostituibile, quel sereno candore di chi si appresta a far la mamma, gioca, ride, scherza, si adatta all'infanzia per poi tornare al triste e spietato mondo adulto.
Quanta poesia e quanta tenerezza in quei momenti di maternità. Per una madre il mondo è ritagliato via, lei e il figlio una cosa unica, quando le vedi con i papà sembra che questi siano dei mezzi, dei bastoni, degli espedienti per la riproduzione della specie e poi non contino più nulla. I maschi mettono la "firma", il loro schizzetto di sperma e poi è finita lì. Quanto è complicato e difficile il mestiere di madre invece......

Trovo questo filmato un poetico riassunto di quello che può suscitare il sentimento della maternità, l'armonia familiare, l'amore dei figli e la nostalgia per l'infanzia.

Il ritorno di Lelio Luttazzi, comico pessimista

E' da moltissimo tempo che il nome di Lelio Luttazzi, il popolare musicista triestino, mi balena nella testa, senza essere mai riuscito ad identificarlo e a collocarlo, appartenendo io a una generazione che non ha potuto vederlo esibirsi in televisione o ascoltarlo in radio. I più giovani potrebbero attribuire il nome "Luttazzi" al più recente "Daniele", ma qui parliamo di Lelio, versatile eclettico compositore, famoso ai più come conduttore di Hit parade o per suoi duetti con Mina a Studio Uno. Un nome che ha percorso e attraversato cinema, radio, televisione. Di tutto e di più, un uomo che avrebbe molto da dire sulla sua carriera, è indubbio.

Eppure, nell'ambito di un'operazione televisiva che in questi ultimi mesi l'ha voluto ritirare fuori dall'oblio, nella trasmissione di Fabio Fazio di sabato 23 febbraio si è parlato di molte cose e poco di musica, come spesso è successo in altre interviste con questo personaggio, ora un arzillo vecchietto di 85 anni, un po' smemorato e stralunato, ma con una vena ironica senza pari.
Il suo biglietto da visita per me è stato folgorante, illuminante.

Domanda di Fazio:

"E cos'hai fatto in questi ultimi trentasette anni?"

Risposta di Luttazzi:

"Niente. Niente di niente".

Risposta secca che segue una risata generale. Niente. Ecco finalmente una persona che interpreta il desiderio di non dire niente, appunto. Quel nulla che spiazza chiunque, che mette in crisi la retorica e la consuetudine di una risposta ovvia. Che bello poter rispondere: "sto male grazie", "a cosa stai pensando? A nulla", "che cosa mi racconti di bello?" "Niente".

Perché è dal negativo che parte tutto, è il negativo che fa l'umorismo. L'ottimismo, come lo stesso Luttazzi sostiene, frega e non diverte. L'ottimismo non è interessante, anzi, può indurre un depresso al suicidio. In effetti sono ben note le tendenze al pessimismo di Luttazzi, un pessimismo che ne fa un grande comico, una persona straordinaria. Ma lui non esiterebbe a buttarsi giù, a farsi da meno, secondo l'esatto spirito di Oblomov, il personaggio creato dallo scrittore Ivan Goncorov, un individuo che muore a quarant'anni, che rinuncia a sposare una donna bella per sposare una serva, che concentra i suoi obiettivi sul fare il meno possibile nella vita.

E sempre di fronte a Fazio, Luttazzi ha detto: "Sono contrario politicamente al lavoro, non sono portato per il lavoro", grande tesi coraggiosa, incredibile, e anche risibile. Sembra una battuta, ma dietro a tutto questo avverto una dichiarazione programmatica, c'è un discorso da portare avanti, sembra risuonare una eversiva tromba solenne di cambiamenti. Queste teorie portano Lelio a non dover scusarsi con i fan per la sua assenza e a elencare in modo preciso quanti errori ha fatto durante la sua esibizione ("io non sono bravo, non sono un musicista, non mi piace suonare il pianoforte"), infastidirsi per gli applausi. La sfida è sentirsi un nulla, non fare nulla, cercare di non fare nulla, di non guadagnare, il sentirsi da meno. E' una guerra contro un mondo che ti vuole al top, mitico Luttazzi!!! Sfida utopica perchè questa società offre anche molto ed è difficile resisterle. Meglio comunque non aver voglia di studiare che non aver voglia di lavorare, mi verrebbe da dire.
Rimaniamo col dubbio di un grande scherzo, di uno sketch, che comunque non mi ha certo lasciato impassibile, quel gran "genio" di Luttazzi, così insignificante, quanto grande, mi perseguita ossessivamente. Ricordiamoci che è dal negativo che parte tutto, amo la grande modestia in un grande cervello e in un grande cuore. I grandi comici sono anche grandi affranti, Luttazzi è un non-comico, è tutto quello che è per caso, a sua insaputa e contro il suo volere, così almeno ha spesso dichiarato. Ma sappiamo anche che ostinarsi in una caricatura grottesca e negativa fa scaturire la curiosità negli altri e questo porta alla ricongiunzione col mondo, è dal negativo che parte tutto. Una donna, ad esempio, la si conquista fregandosene di lei, non è una novità.
E quando rivedremo di nuovo Luttazzi? "Intanto bisogna vedere se sarò ancora vivo"
Nel frattempo, ascoltate almeno una volta il suo nuovo CD Le mie preferite, una raccolta dei migliori successi in chiave jazz.

Guardate questo vecchio sketch con Mina del '64. Già allora la vena comica "oblomoviana" di Luttazzi e il suo "farsi da meno" si faceva timidamente sentire.